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I ceti medi sono stanchi di riflettere sui codici di Fazio

No, non è la defezione dell’ultim’ora di Greta Thunberg, trionfalmente annunciata come ospite e invece improvvisamente assente causa influenza ad aver fatto scendere gli ascolti di Che tempo che fa sotto la soglia del 9% di share (1,2 milioni di telespettatori). La faccenda si ripete già da qualche settimana, nonostante Fabio Fazio e la sua potente macchina di ricerca star (capeggiata da Monica Tellini) facciano di tutto per convocare la domenica sera sul Nove di Warner Bros. Discovery il meglio del pantheon progressista italiano e internazionale. Bruce Springsteen, Elly Schlein, Luc Besson, Paolo Virzì e Valerio Mastandrea, la scrittrice canadese Margaret Atwood, solo per stare alle ultime presenze. E però, niente da fare, la doppia cifra nella percentuale di share, abituale nelle stagioni scorse, vista dall’attuale 8,7% è un miraggio che inizia a preoccupare anche i pesci dell’acquario. Merito della concorrenza fattasi più agguerrita. O, forse, colpa del fatto che alcuni settori dei ceti medi cominciano a essere un po’ meno riflessivi e a stancarsi della liturgia pedagogica di Che tempo che fa. I pistolotti ammantati di satira di Michele Serra contro il Ponte sullo stretto, il giacobinismo sanitario e la supponenza di Roberto Burioni, il livore antimeloniano di Massimo Giannini e Annalisa Cuzzocrea (firme di Repubblica come Serra) schierati contro la legge sulla separazione delle carriere dei magistrati sono un copione prevedibile quanto se non più delle letterone (non è un refuso) spuntate di Luciana Littizzetto. Appena si esce dai confini italiani, invece, l’antimelonismo cede il testimone all’antitrumpismo. Springsteen e Atwood, oltre che per promuovere i loro prodotti – un biopic cinematografico e un’autobiografia letteraria – sono funzionali a denigrare l’America di The Donald. Nel caso del Boss, definendola «un’autocrazia» malgrado un anno fa ci siano state regolari elezioni. E nel caso dell’autrice di Il racconto dell’ancella, che ha ispirato la serie The Handmaid’s tale, parlando di una «teocrazia» simile a quella preconizzata nel suo romanzo distopico in cui delle povere ragazze vengono costrette a partorire per conto terzi. E dove, quindi, a ben vedere, l’elemento profetico racconterebbe tutta un’altra storia. Ma tant’è, nello studio di Fazio ciò che conta è dare addosso un tanto al chilo all’odiato tycoon. È il catechismo del pensiero unico, signori. Chissà, forse qualcuno si sta accorgendo che lo spartito di Che tempo che fa comincia a fare il suo tempo.

 

La Verità, 4 novembre 2025

È nato prima Veltroni o Fazio? Il falso buonismo

Il rosolio gronda dalle prime righe. «Qual è il primo programma che hai visto da bambino?». Risposta: «L’allunaggio». Ma non si capisce se in diretta o in differita, nei tg del giorno dopo. Però il ricordo della mamma che gli dice «Siamo andati sulla luna», quello è «nitido». Walter Veltroni che intervista Fabio Fazio, ieri su Sette del Corriere della Sera, è un gioco di specchi. Un trionfo di emulazione reciproca. Un ping-pong tra gemelli. Del resto, Fazio è stato svezzato a pane e mainstream democratico e Veltroni si è abbeverato a decenni di interviste faziesche. Leggere le cinque pagine che danno la copertina al magazine non aiuta a capire se è nato prima il veltronismo o il fazismo. Ci terremo il dilemma. L’intervistatore intervista l’intervistato con lo stile che l’intervistato ha reso un marchio di fabbrica. Anzi, un vero e proprio format, quelli che lui disprezza perché predilige la tv artigianale. Mah. In realtà, sembra che l’intervista alla Fazio esista e si propaghi, come certifica quella di cui parliamo. Clima rilassato, complicità, zero domande scomode. Come detto, si comincia con la dolcezza di Fazio bambino e la mamma. Poi eccolo ragazzo guardare Immagini dal mondo e la sigla che «oggi definiremmo multirazziale», la tv in bianco e nero, la Carrà e Mike Bongiorno, Enrico Vaime e Angelo Guglielmi, ma non Carlo Freccero. Il vero cruccio è aver perso la capacità di sognare perché «il sogno non porta utili. Si è sostituito il sogno, il senso di giustizia e di solidarietà, con la convenienza», garantisce il conduttore ligure che nel 2023 lasciò la Rai nel bel mezzo di un cambio di dirigenza per firmare un contrattino con Discovery da 10 milioni in quattro anni (più 30% rispetto a quello con la tv pubblica). Però, il gemello gli chiede «quanto ti ha fatto soffrire lo sfratto dalla casa Rai?». Risposta un filo cervellotica: «Quello che mi ha deluso è stata la disponibilità ad acconsentire alla prepotenza». Com’è agli atti, l’amministratore delegato in quota Pd, Carlo Fuortes, non gli propose il rinnovo del contratto e lui firmò per la concorrenza il giorno prima che si insediassero in Viale Mazzini Roberto Sergio e Giampaolo Rossi. Verosimilmente, la Rai gli avrebbe offerto una cifra più contenuta e lui avrebbe dovuto scegliere tra il portafoglio e la sbandierata appartenenza alla tv pubblica. Però, si sa, oggi non siamo più capaci di sognare perché si cerca solo il guadagno. O la restituzione degli spiccioli anticipati a Mick Jagger per pagare un parcheggio. Insomma, niente. Prima il veltronismo o prima il fazismo? Forse, prima di tutto il buonismo. Ipocrita.

 

La Verità, 27 settembre 2025

Il Papa mediatico che ha sminuito il soglio di Pietro

Il Papa informale. Il Santo padre della normalità. Il capo della Chiesa ordinario. Sul piano dei segni, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio può essere definito con formule vagamente aporetiche. Paradossali e contraddittorie. È stato il primo gesuita a diventare Papa e il primo a chiamarsi Francesco. Tra le molte caratteristiche dei suoi dodici anni di papato ce n’è una, apparentemente esteriore, rimasta invariata dall’inizio alla fine quasi fosse uno degli obiettivi principali, per la quale sarà a lungo ricordato. È l’azione sminuente, l’intento ridimensionatorio, la riduzione dell’eccezionalità del successore di Pietro. Se ne ebbe immediata percezione fin dalla sera stessa della proclamazione dal balcone di San Pietro, era il 13 marzo 2013: «Fratelli e sorelle, buonasera». Quel saluto così familiare, che suscitò l’ovazione della folla sulla piazza dopo la fumata bianca, conteneva già in nuce i tratti spiccatamente orizzontali che papa Francesco avrebbe dato alla sua comunicazione. Era iniziata una robusta e controversa revisione della figura del Pontefice. Non più il Capo del popolo di Dio e il Vicario di Cristo in terra, ma appunto, «il vescovo della chiesa di Roma». Concetto ribadito anche quando chiese ai presenti di pregare sia per «il vescovo emerito Benedetto XVI» che per sé stesso.
Da Papa, parola mai pronunciata in quell’occasione, a vescovo. Un declassamento oggettivo. La scomparsa dell’orizzonte universale dell’autorità a vantaggio di una dimensione provinciale. Una retrocessione gerarchica simbolica voluta per avvicinare la figura del Pontefice ai fedeli, alla Chiesa del popolo di cui Bergoglio si riteneva espressione.
Quella sera aveva deciso di continuare a portare al collo la croce d’argento del Buon Pastore adottata quand’era cardinale di Buenos Aires e di non indossare il crocifisso di metallo più pregiato usato dai suoi predecessori. Passarono pochi giorni e un’altra scelta ne divulgò il senso di assoluta normalità. Fu quando annunciò che avrebbe vissuto nella Casa Santa Marta, l’albergo vicino a San Pietro dove tradizionalmente alloggiavano i cardinali in trasferta a Roma per i lavori del conclave. Ci fu chi disse che aveva preso quella decisione per «motivi psichiatrici». Detto meno prosaicamente, si trattava della preferenza per una vita comunitaria rispetto all’isolamento e al lusso degli appartamenti pontifici.
Nei primi anni del pontificato alcune scelte furono di rottura con il passato. Francesco aveva abitudini diverse rispetto a quelle di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II. In un misto di sobrietà e pauperismo, rifiutò calzature rosse per indossare scarpe nere, scelse una Fiat 500 al posto della Mercedes come «Papamobile». In occasione del primo viaggio pastorale in Brasile, luglio 2013, per la Giornata mondiale della gioventù, la sua foto mentre saliva la scaletta dell’aereo con in mano la cartella personale fece il giro del mondo.
Gli piaceva stupire rompendo i protocolli vaticani per andare in centro a Roma, dall’ottico a cambiare le lenti degli occhiali o dal calzolaio per acquistare le scarpe ortopediche. Gli piaceva telefonare a semplici cittadini, magari protagonisti di storie dolorose, ai quali una chiamata improvvisa – «Pronto, sono papa Francesco» – cambiava la vita. Un ragazzo autistico, una donna che sceglie di non abortire, un padre al quale erano morti due bambini, un istituto penitenziario, persone ammalate. Poi a Emma Bonino, leader radicale e ad alcuni programmi televisivi.
Dopo il primo incontro e la controversa intervista concessa a Eugenio Scalfari, che aveva l’abitudine di riportare la conversazione esclusivamente in base alla sua memoria venendo puntualmente corretto dall’ufficio stampa vaticano, con il passare del tempo il rapporto con i media divenne una delle sue grandi passioni. Soprattutto se si trattava di dialogare con testate laiche. Allentato il rapporto con il fondatore di Repubblica, il posto d’interlocutore privilegiato nei media mainstream fu preso da Fabio Fazio. Nel marzo del 2020, in piena quarantena per il Covid, intervistato sempre da Repubblica, disse di essere stato colpito proprio dalle riflessioni scritte sul quotidiano dal conduttore di Che tempo che fa. Eravamo passati da Ratzinger che citava Sant’Agostino a Bergoglio che promuoveva a maestro Fabio Fazio. Fortunatamente, una decina di giorni dopo, Francesco recuperò la dimensione planetaria della sua carica facendosi interprete della sofferenza del mondo in una drammatica preghiera sul sagrato deserto di San Pietro. Più ancora delle encicliche, delle lettere pastorali e degli inviti alla pace e al disarmo, forse è stato quello il gesto la comunicazione più potente del suo pontificato. Quello per il quale, complice la singolarità del momento che l’umanità attraversava, verrà ricordato. Certamente molto più della sua ultima e dimenticabile apparizione televisiva, il 12 febbraio scorso all’Ariston durante il Festival di Sanremo, due giorni prima di essere ricoverato al policlinico Gemelli. E ancor più della sua bizzarra uscita a San Pietro, indossando un poncho sopra pantaloni da pensionato argentino.
Frequentava ambienti e situazioni mainstream perché voleva essere il Papa della porta accanto. Perché voleva mostrarsi il Papa del popolo. Anzi, del pueblo. Un Papa informale. Tuttavia, forse si può dire che nel cristianesimo la forma è sostanza perché il divino si è incarnato. Quanto alla sua stessa carica, deriva dall’investitura di Cristo a Pietro, Vicario terreno, rappresentante dello Sposo della Chiesa. E, considerati lo spirito del tempo immolato al nichilismo, l’avvento della società liquida, il ritorno delle guerre e l’esplosione delle pandemie, il bisogno di autorità sicure e incrollabili emerge ancora più drammatico e assoluto. Perché, in questa situazione, abbassarsi rischiando di omologarsi al pensiero unico e al mondialismo indistinto?

 

La Verità, 22 aprile 2025

Con Lo stato delle cose Giletti gioca d’anticipo

Porte girevoli in televisione. Per un Amadeus che se ne va lamentando l’assenza di affetto di matrigna Rai c’è un Massimo Giletti che vi fa ritorno sottolineando di averla sempre considerata «casa mia», e questo vabbè. Più significativo un altro accenno: «Adesso dietro la telecamera 2 c’è un signore che si chiama Anthony (inquadratura), ma quando feci il mio primo programma, dietro quella telecamera c’era suo padre. Questa è la bellezza di tornare in Rai». Il nuovo inizio di Giletti nella tv pubblica, dopo la parentesi a La7 e i primi approcci con alcuni speciali, è nel lunedì sera di Rai 3, non la domenica contro Fabio Fazio né il martedì, già saturo di talk show. E forse non è solo una scelta di ripiego perché, piazzato a inizio settimana, può costringere la concorrenza ad agire di rimessa.
Anche il titolo, Lo stato delle cose, nasconde l’ambizione di fornire notizie e nozioni affinché il pubblico si faccia la propria opinione. Un’ambizione che sfiora l’equidistanza e l’«oggettività» (virgolette obbligatorie), proposte attraverso faccia a faccia con gli ospiti e confronti fra posizioni diverse (lunedì, ore 21,25, share del 5,4%, 840.000 telespettatori). L’incipit è affidato all’intervista a Matteo Renzi sul futuro dell’alleanza di centrosinistra. Sarà campo largo o campo santo? E come risponde a Giuseppe Conte che l’ha definito una tigre di carta, come Mao Tse Tung descrisse gli avversari della rivoluzione? Giletti ha il pregio di porre le domande che porrebbe ai politici la gente comune. E un altro pregio ha mostrato, l’altra sera, interrompendo il dialogo con il senatore di Rignano per non perdere di vista l’attualità e aggiornare sulla situazione al confine con il Libano con l’inviato Daniele Piervincenzi. Vivace anche lo scambio fra il generale Roberto Vannacci e l’«attivista» Francesca Pascale, esageratamente aggressiva con l’eurodeputato («Non si deve permettere questi sorrisini…»; «Io sorrido quanto mi pare»): entrambi molto ipotetici fondatori di nuovi partiti. Quando è entrato in studio Michael Cohen, grande accusatore di Donald Trump nel caso dell’ex pornostar Stormy Daniels, ci si è chiesti se Giletti si stia spostando a sinistra. Per ora, ricordando che siamo comunque su Rai 3, non sembra che il suo approfondimento sia un’altra fumeria d’oppio o l’ennesima palestra antigovernativa. Vedremo.

Post scriptum Lunedì sera, dopo un accenno di ripresa nel fine settimana, sul Nove Chissà chi è di Amadues è riprecipitato al 2,8% (590.000 spettatori). Il motivo? Forse l’edizione straordinaria del Tg1 dedicata alle notizie provenienti dal Medio Oriente. Forse.

 

La Verità, 2 ottobre 2024

Amadeus trascinerà il Nove o il Nove livellerà lui?

C’è parecchia euforia negli studi di Via Belli a Milano, da dove va in onda Chissà chi è per l’esordio sul Nove di Amadeus transfuga dalla Rai, una mamma non abbastanza affettuosa (parole sue) per trattenerlo a parità di super offerta. Qui, invece, nel clima galvanizzante della nuova rete, il pubblico scatta in piedi per applaudire il conduttore e le concorrenti del gioco. E appena spunta la prima «identità», un dj men che adolescente, per metterlo alla prova «facciamo entrare la consolle, perché qui al Nove abbiamo tutto». Euforia e ottimismo. Purtroppo, le cose non sono andate come il conduttore e la dirigenza di Warner Bros. Discovery speravano. Il 5,2% di share e 926.000 telespettatori (8,8% e 1,6 milioni in simulcast, la visione contemporanea su tutte le reti Discovery) sono un risultato poco confortante. Certo, si dirà, bisogna dare tempo al format e allo stesso Amadeus di creare la cosiddetta fidelizzazione in una rete non abituata a un conduttore molto generalista. Tuttavia, nonostante la preferenza della piattaforma per i target commerciali, i dubbi rimangono. Suffragati anche dal risultato modesto di Suzuki music party, presentato come evento d’inizio stagione con un cast «larghissimo» (da Emis Killa a Ornella Vanoni, da Lazza  a Fiorella Mannoia) promosso anche dall’incursione di Ilenia Pastorelli («sbrigamose che dopo ariva er bello»), co-conduttrice della seratona registrata il 17 settembre all’Allianz cloud di Milano che, forse penalizzato dalla contemporaneità del derby milanese, ha raccolto appena il 4,6% di share e 628.000 spettatori (7,1% e 968.000 in simulcast).

Chissà chi è è il programma gemello dei Soliti ignoti, sempre prodotto da Endemol Shine Italy (gruppo Banijay) e riproposto con piccole variazioni rispetto all’originale, come il maggiore coinvolgimento del «parente misterioso», nell’intento di aumentare la suspense del gioco. Proprio su questo terreno, il format paga una minor immediatezza rispetto ad Affari tuoi – che per altro Stefano De Martino sta rinnovando (vedi l’ingresso del sosia di Fazio) – più diretto nel crescendo che porta al climax finale.

In conclusione, vista l’esiguità del test, si può solo abbozzare una timida domanda. Considerato il palinsesto del Nove, in cui le presenze significative sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio (entrambi sostenuti dalle loro community), sarà il conduttore reduce dal trionfante quinquennio di Festival di Sanremo a trascinare verso l’alto il resto della rete (magari allestendo una sorta di Controfestival), o al contrario, saranno programmi come Cash or trash a standardizzarlo su un livello di più contenuta rilevanza?

 

La Verità, 25 settembre 2024

Chissà cos’avrà pensato la Segre di Ghali chez Fazio

È il momento di Ghali. Dopo quello di Fedez, quello di Mahmood e quello di Achille Lauro (tendenza fluida). E, uscendo dall’intrattenimento, andando un po’ a ritroso, dopo quello di Soumahoro (diritto all’eleganza). Adesso tocca la sinistra riparta da Ghali (tendenza antisemita). Intanto, da lui è ripartita la televisione. La coda lunga festivaliera è un mash-up pacifista, con arrangiamenti filopalestinesi e vibrazioni immigrazioniste.

Festival di Sanremo, Domenica In, Che tempo che fa sul Nove è il triplete mainstream messo a segno dal rapper di origine tunisina che vive nel quartiere Baggio a Milano. Nessuno come lui, quest’anno. Giunto quarto all’Ariston, nella sua Casa mia prometteva: «Di alzare un polverone non mi va». Invece, abbiamo visto cosa succede quando si usano slogan a vanvera come lo «Stop al genocidio» pronunciato da Rich Ciolino, il pupazzone alieno che lo accompagnava nelle sue esibizioni. Interventi dell’ambasciatore israeliano in Italia. Scontri con feriti davanti alle sedi Rai. Minacce all’amministratore delegato Roberto Sergio, messo sotto protezione dal ministero dell’Interno.

Conseguenze della scarsa padronanza del significato delle parole.

Ovviamente, Fabio Fazio non poteva farsi sfuggire l’occasione di vampirizzare la polemicona a scopi di audience. Chissà cosa ne avrà pensato Liliana Segre, sua frequente ospite nonché co-protagonista di serate tv in occasione della Giornata della Memoria. Comunque sia, domenica Ghali era seduto davanti all’acquario per dispensare pillole di pacifismo neanche Che tempo che fa fosse un concorso di Miss Italia qualsiasi. «Viviamo in un tempo strano in cui le cose più semplici diventano indicibili», ha premesso Fazio in veste di artificiere della querelle. «È strano ritrovarsi in un mondo così. Ci hanno insegnato per tutta la vita le cose in un modo e a un certo punto ci dicono che non si possono più dire. Io l’ho sempre fatto di spendermi per la pace», ha echeggiato il cantante, evitando accuratamente di pronunciare il termine «genocidio» che aveva innescato la bagarre. «Le parole sono importanti», ammoniva Nanni Moretti. Ma conduttore e cantante hanno dribblato la faccenda. La sera prima, da Massimo Gramellini su La7, Roberto Vecchioni aveva spiegato che genocidio è stata inventata solo nel 1944 e significa «soppressione di una stirpe». Se fosse stata inventata prima si sarebbe potuta applicare allo sterminio degli indiani d’America o a quello degli aborigeni australiani. Mentre, dimenticandosi regolarmente della strage degli Armeni, è stata usata soprattutto per gli ebrei, massacrati nel corso dei secoli. Da Fazio, Liliana Segre non c’era sebbene sarebbe stato interessante ascoltarla su quell’improvvido «Stop al genocidio». Ma tant’è. Conduttore e cantante hanno preferito intonare il nuovo rap da ceti medi riflessivi: «Stop a tutte le guerre, stop a tutte le ingiustizie, stop ai respingimenti, stop a chi dice aiutiamoli a casa loro. Stop, stop, stop».

Parole, parole, parole.

 

La Verità, 20 febbraio 2024

Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Bergoglio, Fazio e quel feeling figlio di Repubblica

Il Fratacchione e il Papa. Fabio e Francesco. Fazio e Bergoglio. Storia di un riconoscimento. Di un comune sentire. Di predilezioni e affinità elettive. Maturate e benedette da Repubblica fin dagli albori della pandemia. Le somiglianze tra il grande conduttore televisivo e il grande condottiero della cristianità sono evidenti. Il Fratacchione catodico e il Papa cattolico. Il papa laico e il Papa religioso. Stasera il Pontefice sarà ospite per la seconda volta nel giro di un paio d’anni di Che tempo che fa, quasi che il conduttore ligure abbia raccolto il testimone da interlocutore privilegiato del Santo padre lasciato da Eugenio Scalfari. Complimenti a Fabio Fazio che, tra un dialogo con il Ct dell’Arabia saudita, Roberto Mancini, qualche gag di Leonardo Pieraccioni, gli immancabili sermoni di Roberto Burioni e Michele Serra, e la letterina di Luciana Littizzetto, lo intervisterà sul Nove in collegamento dal collegio Santa Marta. Un colpo giornalistico che, sebbene di recente anche il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci abbia dialogato con Bergoglio, contenderà il primato degli ascolti alla Rai. Tuttavia, nel video postato sugli account di X, Fazio lascia intendere che non è l’attualità a interessarlo.

Dopo una premessa emotiva in cui spiega che non vuole «sprecare l’occasione» perché le parole del Papa «non sono in funzione di una trasmissione televisiva, ma sono in funzione della nostra vita», il conduttore sottolinea che il suo tentativo sarà quello di mettersi «in ascolto e di non fare cronaca, ma riuscire a porre argomenti che possano andare un po’ più lontano». Insomma, par di capire che si parlerà di cose alte e profonde allo stesso tempo. E nessuno più di noi ne è contento. Ciò nonostante, non dispiacerebbe se si trovasse spazio anche per i temi all’ordine del giorno in Vaticano e nella cristianità universale. Tipo le benedizioni alle coppie dello stesso sesso che hanno agitato le conferenze episcopali e i fedeli di mezzo mondo. O la predilezione per la banda di Luca Casarini, l’ex disobbediente invitato al Sinodo e ora sotto indagine della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina, ma che «salva gente in mare» con i soldi delle diocesi, facendo storcere il naso a tanti devoti che la domenica fanno l’elemosina in chiesa.

Vedremo. Fazio non è solito fare il contropelo agli ospiti. Figuriamoci al Papa, con il quale intrattiene un rapporto di grande empatia. La prima volta che lo ebbe ospite, grazie ai buoni uffici dell’associazione Nuovi orizzonti di Chiara Amirante e della Comunità di Sant’Egidio, fu il 6 febbraio 2022. Allora il programma andava in onda su Rai 3 (share del 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori) e, per scaldare il pubblico, era stato invitato a dare una definizione del Pontefice un quartetto di giornalisti molto in voga, anche se non esattamente del ramo. Massimo Giannini aveva parlato di un «Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie». Fiorenza Sarzanini lo aveva descritto come «uno straordinario rivoluzionario». Roberto Saviano lo aveva identificato come «l’ultimo socialista». Mentre per Carlo Verdelli era «un grande uomo solo». Il tutto a conferma che Bergoglio piace molto ai non credenti. Il che andrebbe benissimo se, al contempo, non autorizzasse documenti come la Fiducia supplicans, redatta da Víctor Manuel Fernándes, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede da lui nominato, che, come si diceva, ha gettato nello sconcerto le chiese africane, quelle dell’Est europeo e di parte del Sudamerica.

Del resto, se il feeling tra Fabio e Francesco è nato e cresciuto all’ombra di Repubblica, un motivo ci sarà. All’epoca, 18 febbraio 2020, a dirigere il quotidiano di Largo Fochetti c’era Carlo Verdelli. Da poco era iniziata la prima quarantena per il coronavirus e Bergoglio era solito farsi intervistare (con virgolette approssimative se non arbitrarie) da Scalfari fin dal primo ottobre 2013. Ma quella volta fu il vaticanista a interrogare il Papa. In quei giorni di coprifuoco Verdelli aveva pensato di far scrivere alcuni volti noti su ciò che stava loro a cuore. A un certo punto era toccato a Fazio vergare una sorta di decalogo che invitava a «riconnettersi alla Terra e all’ecosistema» e «a stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Il giorno dopo, papa Bergoglio aveva rivelato a Paolo Rodari che l’aveva «molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio». Proprio così. Chissà se l’aveva letto spontaneamente… E cosa, in particolare, l’aveva colpito? «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, ancora, il fatto che chi evadeva le tasse toglieva denaro alla sanità pubblica. Insomma, davanti alla situazione planetaria altamente drammatica, con la morte che imperversava, mentre i filosofi e gli intellettuali laici ricorrevano a Sant’Agostino, diversamente Francesco era «colpito» da Fazio. La citazione aveva «aperto» l’edizione meridiana del Tg1, il conduttore era pur sempre, ancora, un volto Rai (mentre gli altri tg l’avevano ignorata). Non poteva che nascere quel grande rapporto mediatico di cui, oggi, tutti godiamo.

Stasera a preparare il terreno all’evento ci sarà un altro terzetto di giornalisti: Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa, Nello Scavo, inviato di Avvenire, e l’irrinunciabile Massimo Giannini, editorialista di Repubblica. Chissà se loro riusciranno a convincere l’amico Fabio a non trascurare troppo la cronaca.

 

 

La Verità, 14 gennaio 2024

«Tra le reti generaliste Rai è davanti a Mediaset»

Dopo lungo corteggiamento, Roberto Sergio, dal maggio scorso amministratore delegato della Rai, mi ha chiesto di preparare una decina di domande: «poi vediamo come fare!». Una volta pronte, mi ha invitato a mandarle via mail e, sebbene abbia ripetutamente proposto un confronto telefonico, ciò non è stato possibile. Quello che segue è lo scambio di domande e risposte, avvenuto in due riprese, con il massimo dirigente della tv pubblica.

Dottor Roberto Sergio, qual è il suo bilancio dei primi nove mesi alla guida della Rai?

«Molto positivo. Assieme al direttore generale Giampaolo Rossi e con il forte supporto del Consiglio di amministrazione abbiamo portato l’azienda a una chiusura 2023 con una riduzione dell’indebitamento finanziario netto da 650 a 560 milioni, meno 90 milioni, e un pareggio di bilancio con uno stanziamento importante per favorire il ricambio generazionale in logica digitale».

La Rai ha perso leadership nella vita del Paese? I programmi che creano dibattito vanno in onda su altre televisioni?

«La Rai è e continuerà a essere leader nella vita del Paese e continuerà a contribuire alla costruzione dell’identità nazionale, consentendo ai cittadini di riconoscersi dentro una memoria che appartiene a tutti. Non mi pare affatto che Report, Presa Diretta, Far West, Agorà fino ad Avanti popolo non creino dibattito, anzi, direi il contrario».

Tuttavia, sembra che l’agenda sia dettata da programmi di altre televisioni. Per esempio, dopo il ritorno in tv di Beppe Grillo di qualche settimana fa, domenica papa Francesco sarà ospite di Che tempo che fa sul Nove. State pensando a qualche volto, a qualche giornalista che possa ridare leadership al servizio pubblico?

«La leadership del servizio pubblico non è in discussione tantomeno ora. Papa Francesco lo scorso 28 maggio per la prima volta ha visitato uno studio televisivo, partecipando a una trasmissione Rai. Lo scorso primo novembre il direttore del Tg1 ha realizzato una lunghissima intervista con il Pontefice».

Avete un po’ subito la perdita di alcuni volti importanti e rappresentativi come Fabio Fazio o Bianca Berlinguer? Si poteva contrattaccare come fece Biagio Agnes quando chiamò Celentano per rispondere al passaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà a Canale 5?

«Erano altri tempi e Biagio Agnes un gigante. Comunque, Monica Maggioni, Francesco Giorgino, Geppi Cucciari e il ritorno di Renzo Arbore e Pippo Baudo oltre ai possibili arrivi di Piero Chiambretti e Massimo Giletti mi paiono una risposta della Rai interessante».

A quanto si legge Massimo Giletti è già rientrato: c’è un progetto che lo vedrà nuovamente protagonista?

«Stiamo lavorando. Le idee non mancano».

(Qui avrei voluto chiedere: Ci può anticipare quella più interessante?)

Pino Insegno al Mercante in fiera e Nunzia De Girolamo con Avanti popolo sono due tentativi di «riequilibrio» non riusciti?

«Nel primo caso la fretta e un posizionamento sbagliato non hanno reso giustizia a un artista con 40 anni di lavoro e importanti successi realizzati. Il format di Avanti popolo aveva necessità di tempo per affermarsi in una giornata, il martedì, difficilissima, e con Nunzia, bravissima conduttrice come si è visto a Ciao maschio ed Estate in diretta, pronta a reinterpretarsi in una veste nuova. In entrambi i casi una pretestuosa e preventiva campagna stampa e politica ha sicuramente contribuito a rendere più difficile il loro lavoro».

I palinsesti autunnali sono stati preparati in poco tempo, quali sono le idee di punta di quelli dell’inverno-primavera 2024?

«In considerazione dei positivi risultati di ascolto, assieme al direttore generale Rossi abbiamo ritenuto di andare, in gran parte, in continuità con gli attuali e in aggiunta la programmazione dedicata ai 70 anni della Tv, celebrati a partire dal 3 gennaio».

In realtà, nel 2023 si è registrato il sorpasso nell’ascolto medio giornaliero di Mediaset sulla Rai.

«Lei dice? Bisognerebbe fare un ragionamento molto articolato e complesso. Posso solo dirle che se si considerano le generaliste Rai mantiene la leadership. Non andrebbe mai dimenticato che la Rai ha meno canali del maggiore competitor e soprattutto canali che non sono commerciali, ma di servizio pubblico».

(Qui avrei voluto sottolineare che da tempo «la Rai ha meno canali del maggiore competitor», ma finora il sorpasso non si era verificato. Inoltre, non si può trincerarsi dietro la funzione di servizio pubblico e contemporaneamente chiedere l’innalzamento del tetto di raccolta pubblicitaria come l’azienda si accinge a fare)

Fiorello è il più grande intrattenitore italiano, uno che andrebbe tutelato dall’Unesco come patrimonio del buonumore, ma la sua cifra è la leggerezza: in questo clima serve anche qualcuno che mostri capacità di indirizzare l’agenda anche con altri linguaggi?

«Fiorello, come amo dire, è unico e irripetibile ed è difficile parlare di personaggi in grado di reggere il passo con altri tipi di linguaggi. Questa prossima stagione il compito sarà affidato a titoli di fiction e documentari di altissimo livello e siamo certi di importanti risultati di ascolto».

Ne ha in mente qualcuno in particolare?

«I titoli sono tanti, così come le produzioni che offriremo, tutte di altissimo livello».

Come tutti gli anni la Rai riguadagnerà centralità con il Festival di Sanremo. Amadeus ha detto che la politica non deve entrare all’Ariston: visti i trascorsi, è da considerare un avvertimento o un pentimento?

«Io non posso rispondere del passato. Nel caso del festival 2024 la politica non è e non deve essere all’ordine del giorno. Poi, ogni cantante, ospite, co-conduttore ha la propria storia e la propria identità».

(Lei che cosa si aspetta dal prossimo Festival?)

Cosa c’è di concreto nei contatti con Piero Chiambretti e Barbara D’Urso?

«Con Chiambretti c’è una trattativa in corso, che mi auguro si chiuda presto. Con la D’Urso nulla, non la conosco».

Cosa c’è di vero nell’accusa che viene fatta alla cosiddetta TeleMeloni di aver progettato una fiction filofascista?

«Innanzitutto, non esiste TeleMeloni, esiste la Rai Radio Televisione Italiana che quest’anno celebra i 100 anni della radio e del servizio pubblico e mai come ora è pluralista e rappresentativa delle identità culturali, politiche e di genere del nostro Paese. Non so quale fiction filofascista possa avere progettato Maria Pia Ammirati, direttrice Fiction dall’11 novembre 2020».

Quanto è sicuro che il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Elly Schlein andrà in onda sulle reti Rai?

«Non lo sappiamo, e comunque sarebbe logico che fosse ospitato dalla rete ammiraglia Rai».

Chi potrebbe condurlo?

«E se fosse una giornalista? Quando sarà il momento prenderemo la miglior decisione possibile».

(Quindi la vostra candidata è Monica Maggioni?)

Nel mondo dell’informazione in generale nota una certa ipersensibilità derivante dal fatto che si vorrebbe che la Rai suonasse sempre il solito spartito?

«Nel mondo della disinformazione, vorrà dire. Chi afferma che la Rai perde ascolti, che i tg e in particolare il Tg1 va male, che io e Rossi siamo ai ferri corti, dice il falso. Nel tentativo, fallito, di delegittimare gli attuali vertici che hanno l’obiettivo di ridare lustro, immagine e orgoglio alla Rai. E soprattutto di rendere l’azienda libera e plurale con quel riequilibrio reso necessario da una visione passata miope e di parte».

 

La Verità, 12 gennaio 2024

 

Grillo torna comico, punge Conte e attacca Bongiorno

Dopo Patrick Zaki, Vincenzo De Luca ed Elly Schlein, ecco Beppe Grillo presentarsi davanti all’acquario di Che tempo che fa. Più ancora che il Parlamento, dove agiscono deputati e senatori dem e pentastellati, e le piazze, dove si sventolano bandiere e si urlano slogan per battere le destre, è la televisione il territorio più visibile dell’opposizione al governo Meloni. Grillo arriva per consolidare l’altalenante intesa intravista in piazza del Popolo a Roma, con Giuseppe Conte presente alla manifestazione Pd, circondato dai suoi colonnelli e dai pontieri di Schlein? È la domanda che sta sottotraccia all’ospitata del comico genovese nel programma del conduttore savonese. Una connessione anche geografica, non senza spinose interruzioni nascoste nel passato. Ma risposte non ne sono arrivate. Grillo entra e porge a Fabio Fazio una campanella: «Se esagero, mi fermi». Il conduttore lo aveva presentato con gli epiteti e gli insulti che lo precedono nei suoi show a teatro: Grillo è il peggiore. «Sono qui per capire chi sono. Sono davvero il peggiore? Voglio capire in base a quello che voi vedete in me», dice rivolto al pubblico in studio. Intanto ingrana la retromarcia dalla politica: «Non posso condurre e portare a buon fine un movimento politico. L’ultima intervista che ho fatto in tv abbiamo perso le elezioni e quelli che ho mandato affanculo adesso sono al governo». È l’ammissione di un fallimento. Il comico, l’uomo di spettacolo subentra al leader del M5s. Anche se sottolinea alcune cose buone fatte o suggerite sulla transizione ecologica. Salta da un argomento all’altro, «la televisione finta», «le statistiche finte», i giornali online «che sono peggio di quelli cartacei, c’è la foto di un bambino morto e poi subito a fianco Jennifer Lopez in mutande». Fazio tenta di arginarlo. L’idea di promuovere il campo largo non passa. Poi «ci sono alcuni personaggi inopportuni, come l’avvocato Giulia Bongiorno, che è presidente della commissione giustizia e fa dei comizietti davanti ai tribunali». Per inciso, è anche l’avvocato difensore della vittima di stupro nel processo che vede imputato suo figlio Ciro. Fortunatamente il conduttore lo ferma.

Schlein, De Luca, Grillo: sul Nove il campo largo è una telerealtà certificata dal ritorno in televisione a quasi dieci anni dall’ultima volta, ospite di Bruno Vespa, del comico fondatore e ora garante del M5s. Era il 19 maggio 2014, praticamente un’altra era politica, quando Beppe Grillo si era accomodato sulla poltroncina bianca di Porta a Porta e aveva sparato la sua raffica contro l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, definito «l’ebetino». E ancora più lontani sono i tempi in cui, febbraio 2013, annunciando che sarebbe andato a cantare al Festival di Sanremo quell’anno condotto da Fazio, il comico genovese definiva Che tempo che fa il «programma stuoino del Pdmenoelle». Ora il Pdl non c’è più, è rimasto solo «il Pdmenoelle», nel frattempo diventato alleato dei Cinque stelle prima nel governo giallorosso e, potenzialmente, ora all’opposizione. Perché, soprattutto, adesso c’è la destra al governo e, dunque, ecco la rimpatriata dei liguri Fazio e Grillo, tra Francesco Guccini e Bella ciao, l’immancabile Roberto Burioni e l’ideologo della compagnia, Michele Serra. Il quale, in apertura di serata, con un’acrobazia consentita ai saltimbanchi dell’ideologia, citando San Francesco e «sorella morte», ha appoggiato il primato della volontà di morte dei medici inglesi sul desiderio di vita dei genitori di Indi Gregory.

Poi ci avevano pensato le grandi firme del giornalone unico a preparare il terreno alla questione all’ordine del giorno. Il campo largo si avvicina o no? «La piazza c’è, l’alternativa non ancora» (Massimo Giannini), «Le persone ci sono, adesso bisogna vedere i leader cosa costruiscono, anche perché a questo governo fa bene l’opposizione» (Fiorenza Sarzanini).

Ma Grillo ha scombinato i piani e deluso le attese. La sua autocritica sembra sincera e diventa un torrente inarrestabile, fra transizione ecologica e attacchi sparsi. Fa un sondaggio col pubblico: ditemi cosa devo fare, il comico o il politico? Ma queste idee le dai a Conte?, prova a riportarlo sul binario della politica Fazio. «Luigi Di Maio era il politico più preparato che avevamo. Siamo stati noi a scegliere Conte. Non si può fare l’opposizione totale, sempre: anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta. Questo governo è una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica. Adesso lasciamo che facciano da soli. Conte l’abbiamo scelto perché non potevo andare avanti sempre con il vaffanculo. È un bell’uomo, laureato, curriculum prestigioso, sapeva l’inglese, quando parlava si capiva poco perciò era perfetto per la politica, poi è migliorato. Adesso ci mette un po’ più di cuore, siamo stati un movimento evangelico, siamo nati il 4 ottobre, San Francesco. Questo governo fa quello che può. Non è tutta colpa di questo governo… Avete visto i giovani? Sono depressi, demotivati, non credono più a niente, neanche in Dio. La scomparsa di Dio è un fatto grave, io non sono credente, ma senza Dio è un problema, non ci sarebbe niente, non ci sarebbe più l’arte, c’è un algoritmo. Il cristianesimo ha fatto la nostra storia, la nostra cultura. Siete sorpresi? Lo capisco…».

 

La Verità, 13 novembre 2023