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De Luca, Zaia, Conte, Sala, Fazio: quanti salti di specie

Quanti spillover durante questo lockdown. Quanti salti di specie verso l’alto. Ma pure verso il basso, perciò spillunder. A forza di stare reclusi, a forza di parlare di virus e contagi, abbiamo finito per assorbirne comportamenti e abitudini. Così anche i nostri politici, gli scienziati, i volti noti della tv ne hanno introiettato la metamorfosi, il cambiamento, la modificazione genetica. Sono entrati in una situazione sconosciuta, in un tunnel semibuio, e ne sono usciti trasformati come dopo un viaggio sulla macchina del tempo di Ritorno al futuro. Qualcuno ha completato l’upgrade, consacrandosi. Qualcun altro ha inanellato svarioni, precipitando nell’arrampicata. Qualcun altro ancora è scomparso del tutto.

Il salto di specie di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, è materia di studio. Certo, già prima del coronavirus era un campione del folclore partenopeo, ma oggi è un altro leader. Fustigatore di lassismi giovanili, educatore col lanciafiamme. I suoi video sono degni di Totò e Peppino. Come quello sugli assistenti civici: «Il governo ci apre il cuore alla speranza… E infatti ha deciso questa straordinaria operazione, direi mistica perché… che cosa devono fare questi sessantamila assistenti volontari? Abbiamo posto questa domanda… Possono fare la multa a chi non porterà la mascherina obbligatoria? No. Possono fare la multa ai ristoranti che non mantengono i tavoli distanziati? No. Possono intervenire a controllare un po’ la movida? No. Possono regolamentare un po’ il traffico? No. E allora ci domandiamo che (pausa nervosetta) cosa devono fare questi sessantamila? Ci è stato risposto che possono fare moral suasion (suescion)… Cioè, faranno in pratica gli esercizi spirituali. Quindi vedremo sessantamila persone andare in giro con il saio con sopra scritto: Pentiti! È colpa tua», ha ammonito con l’indice accusatore verso la telecamera.

Da governatore sceriffo a sublime cabarettista.

Niente social invece per Luca Zaia. Il Veneto è stata la prima regione colpita insieme con la Lombardia, ma non si sa ancora se per merito di Andrea Crisanti, della professoressa Francesca Russo o del virologo Giorgio Palù, fatto sta che ne è uscita con un bilancio più contenuto di decessi. Merito della proclamazione tempestiva di Vo’ Euganeo zona rossa e dei tamponi a tappeto. Sicuramente merito della guida risoluta del governatore. Zero distrazioni, riunioni continue con lo staff, comunicazione stringata. Sempre in anticipo sull’agenda del virus, dalla strategia delle tre T alle riaperture. Un Clint Eastwood dell’emergenza.

Da amministratore periferico a volto pragmatico e dialogante della Lega, possibile uomo di governo.

Protagonista di un considerevole upgrade è pure Ilaria Capua. Con all’attivo l’assicurazione che il coronavirus equivaleva «a una brutta influenza», quando la veterinaria dell’università della Florida compare a DiMartedì i telespettatori fanno gli scongiuri. Qualche giorno fa ha detto che il contagio in Lombardia è dovuto ai «treni dei pendolari sporchi e maltenuti». Queste performance non le hanno impedito di pubblicare l’instant book nel quale discetta sul Dopo, promosso dal Corriere della sera con tanto di foto da star ispirata. Caso da manuale del principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello d’incompetenza», sempre con esiti comici. In questo caso si temono tragici.

Da stimata scienziata a caposala della pandemia e sociologa scifi.

Uno che sembrerebbe rimasto uguale a sé stesso è Fabio Fazio. Invece il suo spillover è evidente quanto misterioso. A differenza di tanti suoi colleghi, FF ha continuato ad andare in onda, sciorinando personalità assurte, nostro malgrado, al ruolo di maître à penser dell’emergenza. All’uscita dal tunnel ha trovato il prolungamento del dorato contratto, il ritorno alla Rai 3 delle origini, ulteriori spazi e programmi. Tutte cose che ha sempre fatto, si dirà.

Resta da vedere se il passaggio da figurina del bontonismo ideologico a «fratacchione» consulente di Bergoglio è un upgrade oppure no.

Per Giorgia Meloni invece il salto di qualità è inconfutabile. La leader di Fratelli d’Italia aveva iniziato a crescere già prima della pandemia. Durante il lockdown l’ascesa s’è fatta verticale e ora Fdi, quarta forza nazionale, ha nel mirino i 5 Stelle. Merito di una scala di priorità intellegibile e di una comunicazione lucida, senza eccessi propagandistici. Memorabile l’intervento alla Camera nel quale imputava a Conte «la sospensione della Costituzione» e l’adozione di quei «pieni poteri» la cui richiesta contestava a Salvini.

Da leader di complemento a potenziale leader primaria del centrodestra.

La stella di Matteo Salvini si è invece appannata. Questa viscida crisi ha messo a nudo una certa tendenza alla semplificazione e alla comunicazione monocorde. Forse servirebbe più ponderazione, un po’ di dieta dai social, studio dei dossier. Prima l’invito ad aprire tutto, poi la retromarcia non gli hanno giovato. Le montagne russe della complessità e il gioco di squadra non si addicono al Capitano.

Da uomo nero da tenere lontano dalle urne a leader in condominio, sorvegliato anche dentro la Lega.

Precipitano anche gli indici di Giuseppe Conte. A fine gennaio chez Lilli Gruber annunciò improvvidamente: «Siamo prontissimi». Da allora ha enfatizzato l’emergenza per puntellarsi a Palazzo Chigi. Ha rifiutato il supercommissario e infarcito d’inutili consiglieri la task force di Vittorio Colao per rallentarne le decisioni. Cavilli e paternalismi. Mattonate di decreti e buffetti ruffiani. «Congiunti», «apriamo con prudenza» e altre supercazzole, si esprime al gerundio o al futuro, mai al passato prossimo (copyright Mario Giordano). Usare la crisi per assurgere a leader del centrosinistra è il suo obiettivo fallito.

Ora sta lavorando al suo partito: da statista in rotta sul Quirinale a piazzista di sé stesso.

Dopo le prime gaffe di Walter Ricciardi, l’ex attore membro dell’Oms consulente del ministero della Salute, si è capito che non tirava aria buona per scienziati e tecnici. Ma per pararsi il lato B, il governo si è duplicato nelle task force. Qualcuno ha visto uno straccio di relazione? La débâcle ha infranto per sempre il mito dei tecnici salvatori della patria nei momenti di crisi. Il sospetto che, con il loro dogmatismo, i virologi siano stati i migliori alleati di Conte è molto più che un sospetto.

Da task force a task weakness.

Tutte strette per riempire le piazze contro il leader della Lega, le sardine avevano fatto dell’assembramento il loro manifesto politico.

Da movimento col sole in tasca, universalmente coccolato a sinistra, a specie estinta.

Beppe Sala, il sindaco a cui piace essere «cool», lo confidò a Daria Bignardi, è entrato a tavoletta nel lockdown. Prima una colazione nella Chinatown milanese per sconfiggere il razzismo e la psicosi. Poi con la stessa preveggenza ha firmato il video #milanononsiferma e dato appuntamento ad Alessandro Cattelan sui Navigli per l’aperitivo. Dopo l’appello alla Madonnina tra le guglie del Duomo, l’invito ai milanesi a svacanzare all’Idroscalo, i litigi con i sardi e il nuovo libro che auspica la rinascita di «una sinistra spirituale», i suoi video su Facebook hanno l’autorevolezza dei giochi di prestigio del Mago Oronzo.

Da candidato in pectore della sinistra di governo a funzionario in monopattino e Forrest gump dei social.

 

La Verità, 4 giugno 2020

Dagospia on the road, outlet del villaggio globale

Vent’anni on the road, auguri Dagospia. Auguri e grazie per il divertimento e il lavoro, lo sberleffo e il servizio, lo spirito sulfureo e l’archivio. Il sito diretto da Roberto D’Agostino compie due decenni di vita e stappa lo champagne di una giovinezza sempre promettente. Un ventennio vissuto pericolosamente, ma con un grande avvenire davanti. Man mano che passano gli anni si fortifica e si allarga, irrobustisce la corteccia e ramifica su nuovi territori, lo sport, il food, tutto lo scibile. Vitale e vitalista, collettore senza tabù, preclusioni e pregiudizi, se non appena quella sacrosanta diffidenza verso i piedistalli dei moralisti e le cattedre dei pedagoghi. Assemblatore, catalizzatore, girone infernale di vizi e stravizi, devozione e pornosoft, sociologia e tifo ultrà, rock babilonia e diatribe teologiche, Rocco Siffredi e risiko di nomine. Da qualche tempo meno cafonal e più pensiero sottile. Soprattutto, più anticipazioni, quasi sempre confermate, «come Dago anticipato…». Sulle nomine alla Rai e nelle altre aziende partecipate, sui voti di sfiducia annunciati e non confermati, sulle richieste di prestiti dei colossi industriali controllati all’estero. Anche senza la gola profonda Francesco Cossiga, D’Agostino e la sua redazione (Giorgio Rutelli, Francesco Persili, Federica Macagnone, Riccardo Panzetta, Alessandro Berrettoni) se la cavano alla grande. Notizie e opinioni insieme. Come La versione di Mughini e L’America fatta a Maglie by Maria Giovanna. Gossip meno di un tempo, e sagaci rubriche di servizio (La quarantena dei Giusti: Guida tv per reclusi).

Fu Barbara Palombelli a fine anni Novanta a suggerire a D’Agostino in cerca dell’idea la strada del Web. Negli anni il portale è divenuto sismografo del palazzo, cannocchiale di scenari, sonda sociale, vetrina estetica, portineria del villaggio globale. Formule e linguaggi confluiti nello spin off televisivo Dago in the Sky. Se ne sono accorti anche all’estero se, giusto un anno fa, la University Italia Society ha chiamato il mefistofelico fondatore a sdottoreggiare a Oxford, e il prestigioso Politico.eu, la testata online più letta a Washington e a Bruxelles, ha dedicato un servizio a questo «disgraziato sito» definendolo «una lettura obbligata per le élite».

Blog ruspante con refusi incorporati e senza le leccature da new web design, se D’Agostino sbaglia qualcosa lo fa per eccesso mai per difetto. Come nel caso dell’estenuante tormentone sul matrimonio di Pamela Prati. Ma in politica niente innamoramenti: né per Matteo Renzi, né per Matteo Salvini e nemmeno per lo statista Giuseppe Conte che solo sei mesi fa qualcuno pronosticava a vele spiegate sul Quirinale. Ne ha viste troppe Dago dalla terrazza dell’attico con vista su Castel sant’Angelo da una parte e su Piazza Navona dall’altra. Laboratorio, atelier, museo d’arte, factory postmoderna: chi ci è stato e ha visto il trionfo del kitsch e il bazar del trash, le bambole gonfiabili vicino ai simboli religiosi, capisce questo calderone dove si rifinisce l’opinione degli opinionisti che lo usano come cassetta degli attrezzi, bussola nel palazzo, concentrato di fluidi e umori, retrobottega del potere, bettola postribolare dove pescare il calembour illuminante. Insomma, Dagospia è insieme outlet delle firme, centro commerciale e mercato per intenditori. Ci puoi trovare l’analisi sofisticata, lo spiffero vaticano, il tweet malandrino. Avanguardia dello spirito italiano: più vicino al cinismo antimoralista di Alberto Sordi e al gusto del paradosso di Alberto Arbasino che al bontonismo ideologizzato di Fabio Fazio e Roberto Saviano.

Cento di questi giorni, Dago.

 

La Verità, 23 maggio 2020

«Hanno riaperto prima le librerie delle chiese»

Fuma ancora?
Certo. La mia mascherina è la coltre di fumo che c’è tra me e il mondo.
Quando, una ventina d’anni fa, il tabagista Giovanni Lindo Ferretti fu operato di tumore alla pleura i polmoni erano sani come quelli di un bambino. «Adesso come allora il mio problema è la mia salvezza». Parole da perfetto reazionario. «Non può farmi complimento migliore». Ecco Ferretti: pronto ai paradossi e a capovolgere problemi e soluzioni. Sessantasette anni, fondatore dei Cccp – Fedeli alla linea, primo gruppo punk italiano poi evoluto nei Csi (Consorzio suonatori indipendenti) e nei Pgr (Per grazia ricevuta). Uno che aveva la cresta rossa e girava in minigonna e stivali militari. Che è tornato a casa, al cristianesimo, vive a Cerreto Alpi, un borgo incastonato nell’Appennino emiliano che declina verso la Toscana. Settanta anime, bar alimentari circolo ricreativo, chiesa, cimitero, stalle. Un posto dove il tempo si è fermato. Come si vede in Ora, il video da poco pubblicato su YouTube.
La sua vita è cambiata da quando si è diffuso il morbo?
Non granché. Anzi, nella quotidianità non è successo proprio nulla. Sono cambiati i pensieri. Quando si arriva qui, di solito, si resta colpiti dal silenzio ma ora il silenzio si è fatto così acuto che ci ha rintronati.
Racconti.
Pensavamo anche noi che quello di prima fosse silenzio ma nella valle c’è una strada statale, il cielo era attraversato dagli aerei e ci spostavamo in macchina. Adesso siamo tutti fermi, camminiamo lenti e i pensieri rimbombano.
Il primo qual è?
Negli ultimi anni, per liberarmi da un eccesso di inviti, proposte, aspiravo agli arresti domiciliari. Troppa grazia: ci siamo finiti tutti, abbiamo consegnato la nostra libertà in cambio di una promessa medico scientifica di sicurezza. È il segno che abbiamo valutato male molte cose.
Tipo?
La libertà di spostamento. La riavremo in cambio della tracciabilità? Sarà un potere tecnico-scientifico con finalità etico-morali la soluzione dei nostri problemi?
È uno stato di emergenza.
Niente come l’emergenziale apre al possibile, al consuetudinario. Non ho soluzioni, pongo domande.
Non crede che ciò che sta succedendo possa portare svolte positive?
Non vedo come, mobilità e socialità sono comportamenti improvvisamente divenuti pericolosi. Parlando da qui: i borghi di montagna e le terre alte hanno un’economia ridotta a turismo. Mi permetto di ricordare che quassù non ci sono molte casse integrazioni.
Come tanti paesi, Cerreto Alpi è rimasto in un’altra epoca?
Non c’è dubbio. Però se continui a portare sempre i soliti pantaloni a campana, quando tornano di moda sei all’avanguardia.
Siete da sempre in lockdown. Tempo lento, pochi assembramenti…
Di fronte a tanto dolore è vergognoso dire che qui è una specie di paradiso terrestre. È che si intravede l’angelo che si sta posizionando sulla porta….
Vive con uno zio di 94 anni e ha un cugino di 86 in casa di riposo. Ha paura?
Sono il loro parente più prossimo. Per mio cugino lo ero perché è morto qualche giorno fa.

Mi dispiace…

Quanto a me, non ho paura di ammalarmi o morire. La vita è così: dentro la disgrazia c’è la grazia e la grazia contiene la disgrazia. Mi sono già trovato, in ospedale, insicuro del risveglio. Con la paura della morte è meglio cominciare a fare i conti da adolescenti. Certo, per far tesoro della disgrazia bisogna che da qualche parte ci sia la grazia.
Dopo saremo migliori?
Non vedo in forza di cosa. Ci sono buone possibilità del contrario.
Qualcuno ha fatto il confronto con l’11 settembre.
Il terrorismo internazionale ha prodotto una crisi estrema, ma lo conoscevamo. La storia dell’umanità è costellata da violenza e guerre. Il virus mina l’economia, la politica, la religiosità, il costume. L’immaginario. Credevamo di aver debellato il male ma risultiamo vulnerabili.
Lo spot di una casa automobilistica tedesca dice: «Il momento giusto per ogni cosa? È quando decidi di viverlo».
È proprio questo «deciderlo tu» che è crollato.
Lo sconcerto è che non ci sia il vaccino.
Possiamo credere che ci sarà, non che sconfitto un virus non ne arrivi un altro.
Il video intitolato Ora si pronuncia con la «o» stretta o larga?
Avverbio di tempo o voce del verbo orare? Decida lei.
Dice che siamo «connessi, tracciabili, asettici»: che cosa la inquieta?
Questa forma di tecnodipendenza. Per richiedere il sussidio di 600 euro bisogna connettersi. Per mandare i figli a scuola serve un computer, un allacciamento e una buona connessione. Persino per la messa serve un pc o uno schermo… rito o spettacolo?
La tecnologia non fornisce soluzioni?
È la soluzione il nostro problema.
La tecnologia è il problema?
Ne abbiamo una visione teologica. È il nuovo idolo. Ci affidiamo a lei come ci si affidava ai miracoli. Mi auguro funzioni come a volte funzionavano i miracoli. Però ammettiamo di essere nel campo della teologia.
Nel video dice «comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte». Siamo soli davanti a uno schermo?
Lo inseguivamo da molto e finalmente il regno delle solitudini si è materializzato. Connessi, nelle proprie case, cittadini singoli, liberi in libero Stato nel libero mondo. Dovremmo essere contenti, no? Nell’ultimo secolo abbiamo cancellato famiglie, comunità, piccole patrie, corpi intermedi e i doveri che derivano dalla vita comune e reale, non virtuale. Ho ben presenti difetti e orrori della famiglia e della società tradizionale. Ma conosco altrettanto bene l’orrore e la solitudine esistenziale nella quale ci siamo infilati.
Nelle prime c’era una legge morale da seguire, nella seconda c’è il nichilismo?
È stata cancellata la dimensione naturale e cosmica dell’uomo. Il quale s’illude di essere ciò che decide, come diceva quello spot. Uno che non decide nemmeno di venire al mondo, di esserci.
Questa pandemia porterà un po’ di umiltà?
Non vedo perché questo morbo debba essere così benefico. Non c’era bisogno del virus, abbiamo appena avuto terremoti distruttivi, muoiono comunque persone care, la malattia e il dolore c’erano anche prima del coronavirus.
Tornando al video la si sente dire: «Tutti da Fabio Fazio la domenica sera». Che cosa non le piace?
Il Papa che cita Fazio l’ho trovato imbarazzante. Si reggono cose tremende poi un’inezia ti distrugge.
Le chiese chiuse le sopporta?
Si riaprono le librerie perché allietano l’anima, ma le chiese ben chiuse che l’inquietano.
A Cerreto Alpi c’era pericolo di assembramenti?
Si agisce per ideologia, senza una visione materiale della quotidianità. Qui non è cambiato nulla col virus. Le novità sono la chiesa e il cimitero chiusi. Il problema non doveva nemmeno porsi. A messa la domenica siamo una decina. Nel cimitero, all’aperto, due o tre volte l’anno vedo un’altra persona a 50 metri.
Contesta l’acquiescenza delle gerarchie ecclesiastiche?
L’acquiescenza preventiva, chiusa prima la chiesa del bar.
L’acquiescenza delle gerarchie e l’invadenza dello Stato?
Lo Stato contro il diritto naturale. In Veneto hanno dato il permesso di mangiare in giardino, capisce? Si possono portare fuori i cani, ma non con tutte le precauzioni i bambini?
La sua conclusione è il benedettino ora et labora?
Senza orare né laborare? Non mi si dica che la preghiera è libera nell’anima, quello è nell’ordine dei sentimenti e nessuno può impedirlo. La preghiera è soprattutto liturgia e se impedisci di lavorare impedisci il pane quotidiano. La metà del genere umano si guadagna il pane in modi non sindacalizzabili e gestibili dall’alto. Illegale? In queste montagne non ci sono cassa integrazione e sussidi statali.
Si sente fuori dal mondo?
Al contrario, sono al centro del mondo. Nel posto in cui sono stato desiderato e amato, nella casa della mia famiglia, tra la mia chiesa e il mio cimitero, al cospetto della creazione.
C’è un gesto o un’immagine che le è rimasto in mente di questo periodo?
Due immagini. La prima me l’ha mostrata la filmaker che lavora con me. È una foto dalla Mongolia: un drappello medico militare dell’esercito cinese a cavallo, tanto utile a contenere che ad allargare il contagio. La Cina è l’impero di mezzo, e muove. L’altra immagine è la prima liturgia in piazza San Pietro deserta, il Papa senza curia, Urbi et orbi. Bellezza e timore. Prescindo da valutazioni positive o negative, la Cina e la Santa sede sono i soli due soggetti politico sociali presenti in questa situazione. Tutto il resto è silente, litigioso e insignificante, o non pervenuto.
A cosa sta lavorando?
Il 29 febbraio ho consegnato a Mondadori un nuovo libro, dieci anni di riflessioni, chiuso il conto con il tempo di prima. Sto lavorando ad un nuovo video canzone: Ora II.
Come sarà la nuova normalità?
Quando finirà questa sospensione non sarà possibile tornare a prima, è un tempo sconosciuto.

 

Panorama, 22 aprile 2020 

Da Altri a Virtù: dizionario del buonismo da day after

Non bastano il coronavirus, la reclusione e i bollettini quotidiani della Protezione civile. Tra gli effetti molto collaterali dell’epidemia troviamo il profluvio di lectio magistralis. Uno tsunami. Articolesse, pensierini, interventi, interviste, commenti, elzeviri, confessioni e rivelazioni dei guru da quarantena. Tra i quali va annoverato anche Giuseppi Conte con il suo invito a riflettere sulla «scala di valori». Sono i nuovi maître à penser. Gli intellò da day after. Un diluvio, un’ondata buonista che ha invaso le pagine dei giornaloni, i video, i profili social, il display del cellulare. Il guaio è che questo isolamento claustrofobico ci fa stare iperconnessi. Abbiamo tempo – troppo – per leggere le istruzioni dei migliori. I sacerdoti del bene, come li chiama Giampiero Mughini. Lo scrittore in odore di premio, frequentatore di talk show. L’ex politico regista e scrittore pure lui. L’attore da festival e cover di magazine. I conduttori tv mainstream…

Con l’hashtag #lecosechestoimparando Repubblica ha rotto la diga e siamo stati travolti dalla nuova lingua etica. Meglio, da un modo nuovo di usare la solita. Fatta di parole più ispirate, intrise di afflati, esortative, protese a migliorarci. Screziature linguistiche suggerite dal tempo straordinario. Cariche di promesse, di propositi, di spinte al cambiamento. Come se fossero un’unica, gigantesca lettera a Babbo Natale. Anzi, letterina (che magia le piccole cose). Perché abbiamo appreso persino l’ora in cui sorge il sole. Poetico no? Sembriamo una immensa scolaresca. Una classe di buoni che ha imparato la lezione. Ora che abbiamo messo la testa a posto stiamo soffocando nella melassa. Ariaaaaaaa.

La romantización de la cuarantena es privilegio de clase! (Il romanticismo della quarantena è un privilegio di classe!): lo slogan partito dai balconi della Colombia, ora virale sui social, è una sana sferzata di realismo.

Altri. Perdersi negli altri, riscoprire gli altri, accorgersi degli altri, dedicarci agli altri, amare gli altri. Improvvisamente siamo tutti innamorati degli altri. È nato l’altrismo, degno compare del buonismo. Elio Germano, l’ideologo, attore pluripremiato e frequentatore di centri sociali, ha il profilo giusto: «La felicità è quando riusciamo a perderci negli altri», ha confidato a 7 Corriere della Sera. Anche Fiorello ha seminato «altruismo, altruismo, altruismo». Egocentrismo delle star travestito da fervorino.

Baricco. Alessandro. Al fondo di ventimila battute il guru dei guru ammette che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la pandemia è solo un nuovo livello del suo Game. Ma c’è lui con la sua «audacia». «Non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere». Mr. Wolf del progressismo. Per il narcisismo non c’è vaccino.

Bene. #andràtuttobene. Tutto cosa? Bene per chi? Campagna dilagata dai balconi. A braccetto con l’altro slogan: #celafaremo. Striscioni, lenzuolate, flash mob, post it, hashtag, claim, spot istituzionali. Strategia del sorriso, dell’incoraggiamento, dell’ottimismo. Intanto non si trovavano mascherine e finivano i posti di terapia intensiva. «No. Non è andato tutto bene. Prima di uscire sul balcone a cantare Azzurro o Volare bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì?» (Domenico Quirico, La Stampa).

Cose. Piccole. «Nel tempo ho imparato che le epifanie si dimenticano… Quelle che invece non si dimenticano più sono le piccole cose» (Daria Bignardi, Repubblica). Serve aggiungere altro?

Democrazia. Walter Veltroni, Corriere della Sera: «La democrazia non è per sempre, come il gioiello della pubblicità. La democrazia vince sfide e domina cicloni. Oggi, nell’ora più buia, la democrazia deve essere il rifugio di garanzia di ogni italiano». Picco di retorica, con Parlamento latitante.

Dopo. Quando ne usciremo. Quando saremo fuori. Saremo così, saremo cosà. Il mondo sarà cambiato. La società, il sistema, l’economia, la politica. Dopo, tutto sarà nuovo, migliore. Perché ci ricorderemo delle piccole cose. Degli insegnamenti. Faremo tesoro. Il dopo idilliaco, paradisiaco, edenico. Ma il durante si allunga. Mago Otelma e i suoi adepti.

Ecosistema. «Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi alla Terra e all’ecosistema» (Fazio su Rep). Supplente di Greta Thunberg.

Imparare. Il 26 febbraio Gianrico Carofiglio twittava: «Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo tra persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere». Qualche giorno dopo, il passato da magistrato ha fagocitato il presente d’autore: «Norma da adottare: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità competente e finalizzato a contrastare la diffusione di epidemie è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da 1000 a 5000”». Per provare a colmare la distanza tra i due tweet ha riempito una pagina di Repubblica. Invano.

Libri. #nonfarticontagiare. Flash mob promosso dalle sardine con un libro fra i denti. Da acquistare (insieme al cerchietto). È l’«antidoto culturale». I ritardi di Amazon tra le cause dei decessi.

Oblio. «Una promessa: non ci sarà nessun oblio». Titolo del Corsera ad un articolo di Paolo Giordano. Svolgimento: «Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi». Memorie da instant book.

Porti. «Sempre aperti. Per tutti»: in entrata però. In uscita, non possiamo andare da nessuna parte.

Prometto. Il verbo della «letterona» vergata da Fabio Fazio su Repubblica. Variante barricadera dell’autore: «Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati». Vasto programma.

Scala. Di valori, ovviamente. Quella che il premier suggerisce di ripensare e che Fazio vuole rimettere in ordine. E dove, al primo posto, figura «stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Se è in disordine stiamo lontano.

Virtù. Le migliori. Indispensabili a scalare i valori di cui sopra. «Fuor di retorica, se ne sente molta» ha scritto Veltroni. «Gli italiani stanno rispondendo al più lungo coprifuoco della loro storia mostrando le loro virtù migliori. Sobrietà, compostezza, umanità». E zero turpiloquio.

 

Panorama, 1 aprile 2020

 

 

«La gente torna a pregare, nascerà un nuovo mondo»

Buongiorno padre Livio Fanzaga. Com’è il coronavirus visto da Radio Maria?

«È un richiamo all’umiltà e alla preghiera. Ma anche alla fraternità e allo spirito di famiglia. Gli italiani si sentono più uniti da quando è scoppiata questa calamità».

Qual è il primo sentimento che ha pensando a questa emergenza?

«La fragilità dell’uomo e del mondo che sta costruendo. Da tempo non avevamo avuto a che fare con epidemie devastanti e ci eravamo illusi di essere al sicuro. È stato un brusco risveglio e abbiamo fatto fatica a prenderne atto. Pensavamo che fosse una catastrofe riservata alla Cina e invece ce la siamo ritrovata in casa. Anche adesso non abbiamo ancora compreso che non possiamo più vivere come prima».

Ripensando alla sua vita, le è mai capitato un momento paragonabile a questo?

«In qualche modo, la guerra in Bosnia Erzegovina che si è abbattuta come un uragano sui pellegrini che si recavano a Medjugorje. Nessuno se l’aspettava, nonostante i richiami della Madonna. Fu un’esperienza terribile di morte e devastazione. Ho rischiato la vita in più di una occasione. Ci sono stati 400.000 morti su una popolazione di due milioni di abitanti».

Battagliero sacerdote bergamasco vicino agli ottanta, dopo la laurea in filosofia in Cattolica ai tempi di Mario Capanna, nel 1970 padre Livio andò in missione a Podor, nel Senegal. Rientrato in Italia a causa di una tubercolosi, divenne parroco a Milano. Da quando, nel 1985, andò in pellegrinaggio a Medjugorje è diventato un appassionato sostenitore delle apparizioni mariane. Sotto la sua direzione Radio Maria è entrata a far parte di un network con 78 emittenti in 50 Paesi. In Italia ha mediamente 1,5 milioni di ascoltatori giornalieri.

Lei pensa che questa pandemia sia un castigo di Dio?

«È meglio dire che si tratta di un richiamo paterno. La parola castigo rischia di essere fraintesa dalla gente. Bisognerebbe prima spiegare, che i “castighi” di Dio sono medicine amare ma a fin di bene».

Quarantena o quaresima?

«Quaresima, perché è un invito alla penitenza e alla conversione. Forse non è un caso che tanti sacrifici ci siano stati richiesti proprio all’inizio della quaresima. Credo che mai, dalla fine della Seconda guerra, si sia vissuta una quaresima così tribolata».

Qual è stata la reazione dei suoi ascoltatori?

«Hanno reagito alla paura iniziale con l’aiuto della fede. In questi frangenti ci si rende conto che la fede è una forza che aiuta le persone, anche quelle più fragili. È impressionante come si siano risvegliate devozioni secolari, non solo ai cuori di Gesù e di Maria, ma anche ai santi, in particolare a quelli che hanno compiuto miracoli in tempi di calamità».

Crede che questa situazione potrà avvicinare le persone alla fede, come dicono gli studiosi?

«Certamente molta gente ha ricominciato a pregare. La sofferenza e la morte hanno visitato molte famiglie. La solitudine e il silenzio hanno creato le condizioni per riflettere sul senso della vita. Gli interrogativi rimossi sono riemersi. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Per noi sacerdoti è una opportunità pastorale da non perdere per radicare la fede nella vita delle persone. Molto dipenderà da noi perché il ravvicinamento sia duraturo».

Avvicinarsi nel momento della sofferenza è espressione di una fede millenaristica?

«Direi un po’ opportunistica. Molti si ricordano di Dio solo quando serve. In ogni caso la tradizione cattolica del nostro popolo ha radici vaste e profonde e viene a galla nelle emergenze».

Avete registrato anche un aumento degli ascolti?

«Sì, un aumento notevole in radio e sui nostri social. La gente vuole capire e condividere. È molto importante illuminare il futuro con le parole della speranza. A Radio Maria si sono avuti picchi impressionanti di ascolto ogni volta che c’era il messaggio della Regina della pace».

Che cosa emerge dalle mail, dalle telefonate che riceve?

«La gente pensa che il mondo debba cambiare e che così non si possa andare avanti. L’incredulità e l’immoralità dilagano, la famiglia è sotto attacco, l’infanzia è violata, i giovani sono allo sbando, il futuro è sempre più incerto. L’epidemia è certamente una minaccia, ma non pochi la vedono anche come un’opportunità per riflettere e cambiare strada».

Che cosa la fa pensare vedere la sepoltura senza funerali e le persone che muoiono sole?

«Penso all’infelicità di chi non crede in Dio e crede che con la morte finisca tutto. Avevamo nascosto la morte come se il morire non appartenesse alla vita. Ci siamo costruiti delle immortalità fasulle. Adesso quelle bare di bergamaschi caricate sui camion militari ci hanno messo davanti la terribile tragedia della vita quando non è illuminata dalla fede. Solo la preghiera ti dà la forza di sopportare la distanza che ti separa da una persona che ami e che sta morendo nella solitudine e nell’abbandono».

Pensa che questa epidemia possa mettere in discussione alcuni processi della globalizzazione?

«La globalizzazione non è solo un progetto politico, economico e finanziario, ma è il tentativo di costruire, anzi di imporre, un mondo senza Dio, una torre di Babele che cadrà. Questo d’altra parte è il messaggio fondamentale di Medjugorje. La Madonna fin dall’inizio ha ammonito che questo tentativo sarebbe naufragato».

Pensa che possa far riflettere l’uomo sulle sue ambizioni?

«Dovrebbe, ma le élite che vogliono sostituire Dio con l’uomo non demorderanno. Tutto il potere sembrava nelle loro mani, ma è bastato un virus per metterlo in discussione.  Molti pensano e sperano che la crisi sarà superata e già si preparano al prossimo boom gigantesco. Personalmente ritengo che sia incominciata una svolta radicale e che il mondo di domani sarà profondamente diverso da quello di oggi.

Sono incominciate le doglie del parto. Saranno lunghe e dolorose. Ma alla fine nascerà il nuovo mondo della pace che la Madonna ci ha promesso».

Imperversano i guru da quarantena.

«Siamo inondati da una marea di parole. Abbiamo qui con noi, da oltre 38 anni, la Regina della pace che ci conforta e ci guida, ma pochi la prendono in considerazione. Eppure da tempo ci aveva ammonito che sarebbero arrivate le prove e che noi non saremmo stati preparati».

Il 18 marzo scorso, apparendo alla veggente Mirjana, la Madonna ha annunciato che non apparirà più ogni mese come finora, ma solo una volta l’anno, appunto il 18 di marzo. Che cosa significa questo fatto?

«È una decisione che indica una nuova fase del piano di Maria e l’avvicinarsi del tempo dei segreti, dei quali Mirjana stessa è depositaria. Nel frattempo però tre veggenti, Marija, Ivan e Vicka, hanno ancora le apparizioni quotidiane e ad essi la Madonna dà i messaggi, in particolare a Marija ogni 25 del mese».

Tornando ai guru da quarantena, non crede colgano un desiderio reale? Di quali parole ha bisogno l’uomo spaventato di questi giorni?

«La gente è spaventata perché sa che può morire da un momento all’altro. Ha bisogno di sapere che Dio c’è e che la preghiera fa miracoli. Ha bisogno di sentire che dopo questa vita c’è l’eternità. Ha bisogno di vedere dei testimoni e soprattutto dei pastori che abbiano a cuore la salvezza delle anime».

Che cosa pensa del fatto che sono state impedite le messe anche nei giorni feriali?

«Penso che, se si può andare al supermercato, si può andare anche a messa, con le dovute precauzioni, come accade in qualche diocesi della Spagna. La decisione di chiudere le chiese durante la santa messa è stata un boccone amaro. Il pensiero di molti è andato alle parole di Gesù, che la Chiesa legge all’inizio della Quaresima: “Non di solo pane vive l’uomo”».

Papa Francesco prima ha accettato la chiusura delle chiese, poi le ha riaperte.

«Papa Francesco ha una grande sensibilità pastorale e ha subito provveduto nella direzione auspicata dai fedeli. La santa messa che celebra al mattino e che Radio Maria diffonde in tutta Italia è molto seguita. La partecipazione dei fedeli all’Eucaristia è però un’altra cosa».

È soddisfatto della presenza delle gerarchie cattoliche?

«Mi sono arrivate delle lettere pastorali o altri interventi di vescovi che mi hanno colpito e che ho letto in radio. Mai come in questi momenti i fedeli cercano la voce dei pastori».

Le è piaciuto il pellegrinaggio di papa Francesco alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma?

«Immagini che dicono più di qualsiasi discorso. Anche il silenzio a volte ha una straordinaria eloquenza».

E l’intervista concessa a Repubblica?

«L’ho letta in radio perché credo che l’intenzione del Papa fosse parlare a tutti, non solo ai lettori di Repubblica».

Le è piaciuto anche l’elogio di Fabio Fazio?

«Parliamo di cose che interessano alla gente».

Ha apprezzato il rosario indetto dai vescovi e trasmesso da Tv2000?

«La gente è felice quando può recitare il rosario insieme ai suoi pastori. Mi dispiace che si tenda a riscoprire la presenza di Maria solo quando incombono i pericoli. C’è voluto il coronavirus per far tirare fuori il rosario a quelli che l’avevano riposto nella cassapanca delle cose usate».

Come valuta il comportamento dei media cattolici?

«Il problema dei media cattolici è farsi seguire dalla gente comune. Nonostante il dispiegamento di mezzi, non fanno molti ascolti».

Con l’eccezione proprio del Rosario per l’Italia trasmesso da Tv2000.

«Non vi è dubbio che quando è il santo Padre che apre il rosario i fedeli accorrano, particolarmente in momenti come questi».

C’è un gesto nuovo che ha introdotto nelle sue giornate?

«Prego le quattro le corone del rosario ogni giorno. È una decisione che ho preso nel luglio dello scorso anno, quando la Madonna ci aveva anticipato che sarebbero arrivate le prove e che era necessario pregare giorno e notte».

Riesce a leggere qualcosa oltre i testi sacri? C’è un autore che le è più caro in questi giorni?

«Sto leggendo il Diario di Anna Frank e rivedendo The Passion di Mel Gibson».

 

La Verità, 22 marzo 2020

I laici citano sant’Agostino, il Papa Fabio Fazio

Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale a Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti?

Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta.

Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commeovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento.

Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale.

Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh.

Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori?

La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe.

’Namo bene, direbbero a Roma.

Ma Fazio parla ancora di aprire tutti i porti

Delizie. Chicche. Perle assolute. Fabio Fazio non ce l’ha fatta a risparmiarci i suoi apprendimenti. I suoi upgrade morali, buonisti. Più forte di lui. Come biasimarlo, è in buona compagnia. I guru imperversano. Sui social. In tv. Sui balconi. E sui giornali, naturalmente. «Tutte le cose che sto imparando dall’isolamento». S’intitolava così il distillato, catarifrangente nella primissima di Repubblica. Un rosolio di saggezza. Una leccornia da cattedra di antropologia. Da rubare il posto a fior di psicanalisti e psichiatri. «Sono giorni durissimi», è il vertiginoso incipit, «in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano». Però non perdiamoci d’animo, «proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell’armadio», suggerisce FF nei panni della sua colf. Non facciamolo solo nel guardaroba, «ma in noi stessi». E come? Qui viene il bello: «Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando». Per esempio, rimettendo «in ordine la scala di valori» (versione colf). Che, ai primissimi pioli (punto 4), ha l’importanza di «ricordarsi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l’ecosistema» (‘Mo me lo segno, Massimo Troisi). Al punto 5, un’illuminazione tira l’altra, FF si è «reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini» perché, avverte, «non siamo onnipotenti». Minchia! Verrebbe quasi da dire. Quasi, però, per non rallentare l’escalation, perché «il significato delle parole è sacro». E «mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati» (ripromesso). Correndo a perdifiato tra codeste meraviglie si arriva all’aver «imparato il valore di una stretta di mano», che precede l’aver «imparato l’importanza di tendere la mano». Preludio ai due insegnamenti finali, quelli che, se si apprendono per davvero, fanno vincere la lotteria perché sono i più difficili ma importanti: nessuna conquista è senza sacrifici. Quindi ecco qua, ora che dovunque li stanno chiudendo, Fazio si è «reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca». E quindi, finale insospettato, «dal momento che siamo tutti nella stessa barca (panfilo o gommone?), è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti». A costo di approdare nella zona rossa.

Elly, Mattia e Greta a caccia del riflettore giusto

E tre. Dopo Greta e Mattia, ecco Elly. C’è una nuova icona dell’establishment di sinistra. Un nuovo astro. Un altro leader destinato a stregare la parte sana dell’opinione pubblica. La società civile, le piazze dei migliori e l’ecologismo mainstream ne sfornano uno ogni tre-sei mesi, secondo il bisogno. Elly Schlein arriva dopo Greta Thunberg e Mattia Santori ed è l’anello di congiunzione tra le sardine e il Pd, oltre che la più votata alle recenti consultazioni emiliano romagnole. Non ha fatto quasi in tempo a essere eletta con 22.000 preferenze per aver chiesto conto a Matteo Salvini dell’assenza della Lega ai tavoli europei sull’immigrazione, che è già vicepresidente regionale e in tutti i talk show radiotelevisivi. La sera del 28 gennaio, due giorni dopo il successo di Stefano Bonaccini, Lilli Gruber le ha tempestivamente regalato la ribalta di Otto e mezzo. Da lì non si è più fermata, rimbalzando, come un Santori qualunque, dall’Aria che tira a Omnibus e dovunque si parli di politica, in particolare su La7 che è sempre più l’organo ufficiale dell’ortodossia giallorossa. Del resto, la televisione, anzi, la visibilità, è la vera terra promessa dei nuovi puledri della sinistra di piazza e di palazzo (la medesima). Greta, Mattia ed Elly sono attratti dai riflettori dei media come dirigenti Rai dalla platea del teatro Ariston. E a loro volta sono un boccone prelibato dei conduttori all’ansiosa ricerca di testimonial e contenuti antisalviniani. L’attrazione è reciproca.

L’altra sera la capolista di «Emilia Romagna coraggiosa» ha sconfinato su Nove, ospite dell’Assedio di Daria Bignardi che l’ha accolta più garrula che mai. 34 anni (il doppio di Greta), nata a Lugano e trasferita a Bologna dove si è laureata con il massimo dei voti in giurisprudenza («Sono insicura e curiosa più che secchiona»), bisex («Ho amato molti uomini e molte donne, adesso sto con una ragazza e sono felice, finché mi sopporta», ha rivelato tra gli applausi del pubblico assediato), una militanza più a sinistra che a destra del Pd, la dolce Elly non gradisce la definizione di «miss preferenze» e infarcisce la parlata di «innovazione», «complessità», «transizione», «sessismo», accompagnando il suo argomentare con una mimica manuale piuttosto assertiva. Qualche sera fa, guarda caso chez Gruber, tra una lamentela e l’altra per il maschilismo dell’ultimo Sanremo, Massimo Giannini ha detto che vorrebbe vedere Elly Schlein più protagonista nei media. Non ha fatto in tempo a finire la frase che il giorno dopo la vice di Bonaccini era già ospite del suo Circo Massimo, il programma che Giannini conduce su Radio Capital, l’emittente da lui diretta (non male come testata per un giornalista di sinistra). Anche lì Schlein ha ribadito il suo mantra – «Coniugare la lotta alle disuguaglianze con la transizione ecologica» – nel linguaggio prediletto dalle élite Ztl, sempre intercalato da un virile richiamo al «coraggio». Qualche giorno fa, Marianna Madia, altra ex enfant prodige della sinistra chic, l’aveva candidata alla presidenza del Pd, sarà contento Paolo Gentiloni.

Presidenza piddina a parte, prepariamoci a vederla e rivederla in tutte le posture possibili e immaginabili. Come insegnano le altre creature dell’establishment, la politica narcisistica dei millennials, partorita e incubata nei social media e nella cultura dei selfie, confina e sconfina ripetutamente nella società dello spettacolo come in un gioco di specchi che si autoalimenta continuamente. Ospite di Fabio Fazio che l’aveva invitato appena due mesi prima, Santori aveva appena finito di dire «abbiamo cercato di scomparire, ma non ci siamo riusciti», che è stato subito convocato da Myrta Merlino all’Aria che tira. Il titolo che ne esaltava la radiosa presenza era «Parla Mattia Santori». Quando mai ha taciuto?

Sembra una forma di teledipendenza. La politica coincide con la comunicazione, a prescindere dal fatto che si abbia qualcosa da comunicare. Il giorno prima, non si era capito a quale titolo, il capo sardina aveva incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, suggerendo di creare un Erasmus tra Nord e Sud. È così: la gente non arriva a fine mese, perde il lavoro e non mette al mondo figli perché teme di non farcela a mantenerli, ma le sardine propongono l’Erasmus verticale. Santa pazienza. Del resto, non è neanche tutta colpa loro. Finché il mondo adulto li accredita come nuovi oracoli del cambiamento e di un armonico futuro è difficile tenerli con i piedi per terra. Mettici poi l’attrazione dei riflettori e il disastro è completo.

È di questi giorni la notizia che la Thunberg, la ragazza che Time ha eletto personaggio dell’anno 2019 e che è già stata ricandidata al Nobel per il 2020, dedicherà la parte rimanente del suo anno sabbatico alla realizzazione di una serie tv. La simpatica Greta interpreterà sé stessa in una via di mezzo tra un documentario e un reality, nel quale la si vedrà mentre prepara discorsi da pronunciare nei consessi internazionali, incontra leader mondiali, verifica dati climatici. Lo ha annunciato il produttore esecutivo della Bbc, Rob Liddell, esultante per il «privilegio straordinario» di approfondire l’emergenza climatica potendo «avere una visione interna di come sia un’icona globale e una delle facce più famose del pianeta».

Bingo. Il passo successivo è l’approdo nel cinema, ma diamole tempo. Non si è «un’icona globale» per niente. La narrazione ha le sue leggi e le sue esigenze. E l’attrazione tra i nuovi astri del pensiero unico e i media mainstream è reciproca e totale. Speriamo solo che, vista la dipendenza, non sia un’attrazione fatale.

 

La Verità, 14 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

«I talk social sono più sani di certi talk show»

Un settantenne alla conquista di Facebook. Non male come sorpresa, tanto più se il protagonista è un giornalista della carta stampata e della tv. Marino Bartoletti è una grande firma di calcio, ciclismo e motori, per due volte direttore del Guerin sportivo, fondatore della redazione sportiva Mediaset e direttore della testata sportiva Rai, inventore di Quelli che il calcio. Il suo successo sul principe dei social è tutt’altro che virtuale, come si è visto alla presentazione di Bar Toletti 3. Così ho sedotto Facebook (edizioni Minerva, prefazione di Vittorio Macioce) all’interno della rassegna Parole d’autore curata dall’associazione Cuore di carta di Albignasego (Padova).

«Una serata guardando negli occhi le persone a cui mi rivolgo vale più di tante ospitate televisive», confida.

Un settantenne che spopola su Facebook.

«Un ossimoro, direbbero quelli che parlano bene. Avrei potuto adagiarmi sugli allori. Invece, un paio d’anni fa ho trovato l’incoscienza giusta per avventurarmi su questo medium scivoloso».

Incoscienza o coraggio?

«Entrambi, forse. Ho superato le titubanze puntando sulle cose che so fare: raccontare storie e dialogare con i lettori, come ai tempi della posta del Guerin sportivo. Grazie a questo dialogo ho capito che le bestie di Facebook non sono così cattive, soprattutto se le sai educare. Anche i giovani hanno voglia di storie positive».

Per esempio?

«Racconto gli incontri di tanti anni di giornalismo. A pranzo con Enzo Ferrari. A gustare una torta con Enzo Bearzot. Nella camera di ospedale di Niki Lauda dopo l’incidente, quando si pensava che “la nera signora”, come direbbe Roberto Vecchioni, se lo sarebbe preso. Invece il prete che gli diede l’estrema unzione disse: “Non vuole morire”».

Il tuo segreto?

«Parlo di cose che ho vissuto. Chiunque può confutare delle opinioni, ma non le esperienze personali. Bene o male ho fatto dieci Olimpiadi e dieci Mondiali di calcio. Qualcuno di maleducato arriva anche sulla mia pagina. Rispondo prima con ironia, poi con fermezza. Pian piano gli haters si allontanano. Spesso sono altri followers a esortare i più insolenti a un comportamento rispettoso».

Che seguito hai?

«Il profilo può avere al massimo 5.000 like che si esauriscono in poche ore. Sulla pagina pubblica il post con il consenso più ampio ha raggiunto 2 milioni di visualizzazioni».

Qual è stato?

«Quello su Fabrizio Frizzi. S’intitolava: “E ora chi gli chiederà scusa?”. Il giorno del suo funerale scrivevo che era morto un gentiluomo e che qualcuno si era comportato male con lui, facendolo soffrire».

Chi o cosa ti ha convinto a sbarcare su Facebook?

«Qualcuno che mi ha suggerito affettuosamente di allinearmi alla contemporaneità. Ho lavorato nella carta stampata, alla radio, in tv, ho scritto per il teatro, non era giusto temere questo media. Anzi, potevo diventarne amico. Raccogliendo i primi post mi sono inventato Bar Toletti, niente di folgorante, Così ho sfidato Facebook. Vista la risposta, ho fatto Così ho digerito…, ora Così ho sedotto…».

I social servono a compensare il poco spazio nel giornalismo tradizionale?

«Il giornalismo tradizionale lavora per il giorno dopo. Se segui l’attualità, nei social sei in tempo reale e finisci per dare un buco al giornale. Ospite delle rassegne stampa ho commentato spesso quotidiani già superati dalle notizie della notte. Siamo andati a letto che Donald Trump era stato eletto, ma nei giornali del giorno dopo non c’era scritto».

Il tempo reale vuol dire dialogo permanente con i lettori.

«Un dialogo strettissimo, una reattività inquietante. Una volta avevo scritto un punto e per errore è finito online. Subito mi hanno risposto dieci lettori con like e domande: “Cos’è, un messaggio criptato?”».

Rapporto gratificante?

«È una reattività che stimola e può provocare una forma di dipendenza. Magari stai per addormentarti e ti viene una risposta, poi i followers replicano… È un meccanismo compulsivo, ma mi dà più soddisfazione questo dialogo che partecipare a certi programmi tv».

In questo terzo libro racconti il tuo Sessantotto in giacca e cravatta.

«Noi che eravamo dentro non ci siamo accorti della portata di ciò che stava accadendo. All’epoca l’esame di Stato si sosteneva in giacca e cravatta. Mi preparavo al futuro, al lavoro che volevo fare, senza tirare molotov. Mi sono rimboccato le maniche nella quotidianità e forse questo è più rivoluzionario di tanti proclami».

Da laureato in giurisprudenza come sei finito a fare il giornalista?

«A vent’anni presi il treno per andare alla redazione del Guerin sportivo a Milano. Dove vidi Gianni Brera che picchiettava sui tasti della Lettera 22 davanti a un fattorino che aspettava di sfilare la cartella dalla macchina per portarla in tipografia. Non c’era una correzione. Lo vedevo come il Papa che celebra messa nella cappella privata solo per me. Rimasi folgorato e lo sarei rimasto ancor di più lavorando vicino a lui».

Definisci Gianni Brera.

«Uno scrittore che ha portato la cultura nel giornalismo sportivo a livelli impensabili. Sono orgoglioso di aver diretto il Guerin sportivo dopo di lui».

Prima di Aldo Biscardi, invece, hai condotto Il Processo del lunedì.

«La sua prosa era diversa dalla mia, ma la riconoscenza vola più alta dei congiuntivi. Consapevolmente o no, ha portato il bar sport in tv. O, detto in modo nobile, lo spettacolo della commedia dell’arte, con i suoi Arlecchino, Pulcinella e Balanzone, cioè Gian Maria Gazzaniga, Antonio Corbo, Ezio De Cesari. Quando vedo la volgarità di certi talk show dico: ridateci Biscardi».

Qualche anno dopo arrivò la conduzione della Domenica sportiva.

«Nel 1985, anno dello scudetto del Verona. I veronesi mi amano ancora perché lo festeggiammo in studio con Osvaldo Bagnoli».

Un altro che citi spesso è Sergio Zavoli.

«Forse il più grande giornalista italiano».

Più di Montanelli?

«Sì, perché più abile nella multimedialità. Montanelli non è andato molto oltre la carta stampa, mentre Zavoli ci ha lasciato dei documentari di storia italiana che andrebbero studiati all’università».

L’erede di Biscardi è stato Maurizio Mosca?

«Non direi, anche se entrambi erano esperti nella commedia dell’arte. Indimenticabile l’Appello del martedì con Helenio Herrera e l’avvocato Peppino Prisco. Mosca era un bambino di 60 anni, di un’onestà disarmante».

Hai frequentato Beppe Viola?

«L’ho frequentato e amato e lo piango ancora adesso. Se Quelli che il calcio si chiama così è proprio per l’omaggio che gli abbiamo voluto fare inventando quella trasmissione che l’avrebbe divertito moltissimo».

Come nacque Quelli che il calcio?

«Nacque dalla suggestione di un bambino che guardava la radio. Guardarla era quasi più bello che ascoltarla, perché scatenava l’immaginazione: cosa c’era lì dentro? Una volta cresciuto pensai a una versione televisiva di Tutto il calcio minuto per minuto. Portai il progetto ad Angelo Guglielmi, grande direttore di Rai3».

E?

«Io e Carlo Sassi garantivamo la parte tecnica, ma non si trovava il conduttore. Proponevamo Fabio Fazio, che Guglielmi non voleva, Paolo Bonolis o Giorgio Comaschi che aveva condotto Galagoal dopo Alba Parietti».

Perché Guglielmi non voleva Fazio?

«Era convinto che non bucasse… Andammo da Gianni Morandi, da Gaspare e Zuzzurro… Poi a qualcuno venne in mente Dario Fo. Ci recammo in delegazione a Spoleto dove recitava il suo Mistero Buffo. Illustrai il progetto, ma alla fine Franca Rame sentenziò: “Il mio Dario una stronzata così non la farà mai”. Aveva ragione, perché due anni dopo egli avrebbe vinto il Nobel per la letteratura. Ma quando venne ospite si divertì moltissimo».

Con Quelli che il calcio decollò la carriera di Fazio.

«Lui ha fatto la fortuna della trasmissione e la trasmissione la sua. Davamo un’immagine del calcio migliore di ciò che era realmente: sullo stesso divano sedevano gli esponenti del rigorismo tecnico e i tifosi più pittoreschi».

Chi ti piace dei nuovi cronisti sportivi?

«Noi intervistavamo i giocatori nudi in spogliatoio, tanti colleghi oggi vivono di Wikipedia e si limitano a mettere il microfono sotto la bocca dell’allenatore durante le conferenze stampa. Il miglior cronista di oggi è Francesco Repice che riesce ad abbinare ritmo, competenza e capacità di appassionare chi ascolta. Non è un caso che lavori alla radio».

Che idea ti sei fatto delle scelte di Fazio dopo Quelli che il calcio?

«Sono molto affezionato a Fabio, essendo suo testimone di nozze. Credo sia un grande talento. Anche quando vorrei chiamarlo per dirgli se è sicuro di quello che fa, alla fine prevale l’amicizia».

Nel calcio è l’estate delle rivoluzioni. Cosa pensi di Maurizio Sarri allenatore della Juventus?

«È il più grande cambiamento della storia bianconera. La Juventus aveva già deviato qualche volta dal suo pragmatismo, ma non era mai ricorsa al suo peggior nemico, portatore di un verbo distonico rispetto alla cultura della real casa».

E della Roma che ammaina le bandiere Francesco Totti e Daniele De Rossi?

«Core de Roma è intraducibile in inglese. Pallotta pensa più allo stadio che agli scudetti. Detto questo, anche la società ha le sue ragioni. Francesco ha promesso che non avrebbe mai fatto nulla contro la Roma, ma l’addio con conferenza stampa di certo non ha rasserenato gli animi».

Dell’Inter che chiama Antonio Conte, suo nemico storico?

«Nell’Inter si fondono spirito aziendale dei nuovi proprietari e identità italiana. È una società che non si abbandona alla lagna, ma si rimbocca le maniche e prende un allenatore per vincere, come fece nell’87 ingaggiando Giovanni Trapattoni dalla Juventus».

Il più grande calciatore italiano.

«Direi Roberto Baggio».

Il più grande in assoluto?

«Maradona. Se il metro di misura è chi ha fatto vincere squadre che altrimenti non avrebbero mai vinto, Napoli e Argentina sono due prove sufficienti».

Il più grande allenatore.

«Helenio Herrera. Un risultatista che ha cambiato la storia del calcio non solo italiano. Si dice ancora oggi “l’Inter di Herrera”».

 

La Verità, 7 luglio 2019

 

 

Giusto che Lerner vada in onda, Salvini ha sbagliato

Caro direttore,

concedimi qualche riga per manifestare il mio dissenso sulla campagna contro Gad Lerner di questi giorni. Non che l’editorialista di Repubblica – dov’è stato rilanciato con una certa enfasi dalla direzione di Carlo Verdelli che anche da direttore editoriale dell’informazione Rai l’aveva richiamato in servizio –  non smuova antipatia e avversione con le sue liste di proscrizione, l’intercessione per «le classi subalterne» dall’alto dell’elicottero dell’Avvocato Agnelli e dello yacht dell’Ingegner De Benedetti, le lamentazioni di censure dal pulpito del talk show più glamour di Rai1 dove promuovere il suo Approdo nuovo di zecca su Rai3. Ci sono tutti i motivi perché uno così vada di traverso e provochi contrarietà. All’incirca gli stessi che smuove Fabio Fazio che gli ha fatto da cerimoniere nell’ospitata di cui sopra, e che è pagato in modo esorbitante con il denaro pubblico del canone. Per inciso, lo dissi personalmente al suo agente, Beppe Caschetto, alla presentazione dei palinsesti di due anni fa, quando il passaggio di FF alla rete ammiraglia fu annunciato in pompa magna: «Beppe, vedrai che questo megastipendio diventerà un boomerang». Tanto più ora che Fazio ha scelto scientificamente la rotta di collisione sui porti chiusi salviniani, invitando ogni domenica qualcuno che li contestasse e accampasse ragioni per l’accoglienza urbi et orbi. Riassumendo: il caso Fazio e il caso Lerner si assomigliano per la faziosità dei contenuti, le lamentazioni e la propensione all’autoproclamazione di martiri in favore di telecamera e i giornaloni a fare il tifo. La somiglianza si stempera solo a proposito dei compensi, iperbolico quello di Fazio, tanto che, dopo il ridimensionamento, si accaserà su Rai2, poco proporzionato quello di Lerner se rapportato agli ascolti, solitamente modesti dei suoi programmi.

Detto tutto questo, c’è un motivo ancor maggiore per cui, forse ingenuamente, non avrei inaugurato la campagna contro l’ex conduttore di Milano, Italia. Ed è il principio del liberalismo, l’accettare e il confrontarsi con opinioni contrarie, una certa magnanimità che, ahimè, spesso finisce per mancare agli uomini di potere. Vincere va bene, stravincere meno, recitava un vecchio adagio. Ritengo che Matteo Salvini abbia sbagliato a innescare questa polemica su Lerner, offrendo il pretesto a certe sinistre prefiche di piangere su editti inesistenti. Lo ha fatto da ministro degli Interni, da segretario leghista, da vicepremier? In tutti i casi, mi pare inopportuna. Criticare il volto noto che lamenta censura proprio mentre ha a disposizione microfoni e vetrine tv, va bene. Ma a questo, per conto mio, ci si dovrebbe fermare. Forse anche per malizia. Lerner faccia il suo programma, senza censori sul piede di guerra: sarà un testimonial suo malgrado del liberalismo della Rai al tempo dei gialloverdi (o forse è il caso di dire verdegialli?). Questo sì sarebbe davvero «governo del cambiamento»: tenere lontane le mani della politica dalle scrivanie di Viale Mazzini. Lo hanno promesso anche i governi precedenti senza mai riuscirci, come documentano le dimissioni di Verdelli e ancor prima di Antonio Campo Dall’Orto, indotte dal fuoco amico renziano. Se il governo verdegiallo vuol davvero cambiare, non vieti il ritorno in tv degli avversari ed eviti di mettere becco sulle scelte di amministratore delegato e presidente Rai. A quel punto chi potrà azzardarsi a parlare di bavaglio, censure e mancanza di democrazia? Anche quella di non occuparsi di nomine e di palinsesti della tv pubblica è una promessa che Salvini potrebbe e dovrebbe mantenere.

Siccome però, il pluralismo è sacro in tutte le direzioni, il cambiamento si dovrebbe e potrebbe vedere dall’aggiunta di voci dissonanti rispetto al pensiero unico, un po’ nel solco di quello che sta tentando di fare, magari disordinatamente, Carlo Freccero a Rai2. Qualche suggerimento per promuovere una narrazione alternativa? Ecco i primi che mi vengono, d’istinto, senza pensarci troppo: Alessandro D’Avenia, Paola Mastrocola, Antonio Socci, Davide Rondoni e Giovanni Lindo Ferretti per i temi di approfondimento culturale, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Costanza Miriano per l’attualità, Pupi Avati per la fiction, Federico Palmaroli (Le frasi di Osho) per la satira, oltre al recupero di Milena Gabanelli e Massimo Giletti…

C’è molto da fare, come si vede. E probabilmente c’è spazio per molti, se non proprio per tutti.

Un caro saluto.

La Verità, 3 giugno 2019