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«La sinistra ha mollato i deboli e rincorso i ricchi»

Lui assicura di averlo sempre detto. Di aver sempre ammesso di essere un radical chic, amico dei potenti. «Del resto, la mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto. E ci sono i libri e gli articoli che ho scritto. Sono amico di molti operai e anche dell’ingegner Carlo De Benedetti. Continuerò a frequentare sia loro che lui dicendo sempre come la penso. Non ho mai immaginato di poter essere un leader della sinistra. Tanto meno di poter contribuire a quello che sarà un cammino di risalita lungo, incerto e faticoso. Non illudiamoci». Lui è Gad Lerner, volto e firma del giornalismo militante, da Lotta continua al Tg1, dal Manifesto a La7 passando per programmi come Profondo nord, Milano, Italia e L’Infedele. «No, non c’è stato un motivo scatenante della mia autocritica – parola sovietica. O forse sì, la querelle sul Rolex, che è servita solo a consolidare l’etichetta di radical chic». Strenuo oppositore di Matteo Salvini, mi riceve in corso Sempione, dove sta preparando uno speciale sulla morte di Soumaila Sacko, il migrante del Mali ucciso il 2 giugno in una baraccopoli vicino a Rosarno: «Potrebbe essere uno dei miei ultimi lavori in Rai. Vedremo chi arriverà qui. Anche su questo non mi faccio illusioni. Lo dico senza vittimismo, grato a quest’azienda nella quale sono tornato a lavorare per volontà di Carlo Verdelli».

Perché la sinistra sta sparendo?

«Quando si patiscono sconfitte storiche si finisce sottotraccia. Mi auguro che i dirigenti superstiti non s’illudano di tornare presto al governo, con qualche scorciatoia. I terreni vanno arati e coltivati con pazienza per vedere se quello che c’è sotto può riprendere a dare frutto. La sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne».

È un fenomeno globale?

«Certamente. Un conto è organizzare un movimento di lavoratori in un pianeta che al tempo di Carlo Marx aveva 1,5 miliardi di abitanti, un altro è farlo ora che ne ha sette. Le braccia che si offrono vantaggiose ai datori di lavoro si sono moltiplicate. Questo rende difficile tutelare la retribuzione e la dignità dei lavoratori. Non solo nei mestieri umili e manuali, ma anche in quelli qualificati come il nostro, che oggi è proletarizzato».

La sinistra ha abbandonato la battaglia contro le diseguaglianze.

«Per decenni si è pensato che la risposta alla difficoltà dell’economia fosse lasciare briglia sciolta agli imprenditori, liberalizzando i contratti e rendendo più flessibili gli orari. Oggi l’Italia è uno dei Paesi europei con più negozi aperti 7 giorni su 7. In Germania il sabato e la domenica sono chiusi, ma l’economia va molto meglio».

Hai parlato di ansia di legittimazione…

«Per arrivare a governare, i partiti di sinistra si sono alleati con le famiglie capitaliste in nome di una presunta maggiore competitività delle aziende. Riducendo i salari e le garanzie dei lavoratori si sarebbero aumentati i margini e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio. È stata una gigantesca illusione».

Dicevi che ha smesso di occuparsi dei ceti subalterni.

«Nella seconda metà degli anni Novanta i dirigenti del partito che per la prima volta conoscevano i rappresentanti dell’alta finanza subirono una sorta d’infatuazione. Ricordo il compiacimento con cui Massimo D’Alema raccontava l’incontro con l’inavvicinabile Enrico Cuccia, immaginando alleanze quasi fosse il portavoce dell’intera borghesia, mentre era l’espressione di un’oligarchia molto ristretta che badava più al controllo delle aziende che al loro futuro».

Tu eri vicino a Romano Prodi.

«Simpatizzavo per lui perché, da democristiano scafato con un passato all’Iri, non aveva la sindrome del parvenu. Ma intratteneva rapporti da pari a pari con i big del capitale».

Eri vicino anche a De Benedetti e Agnelli.

«Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare nelle loro stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia rispetto alla quale sono curiosi, come io della loro».

Senza la legittimazione dei poteri forti la sinistra non sarebbe mai entrata nella stanza dei bottoni.

«Dopo aver governato Bologna, Firenze, Milano, Roma e le regioni era legittimo che persone di buona capacità amministrativa aspirassero a governare il Paese. Questo implica sempre un momento di rassicurazione dei poteri forti. Persino Luigi Di Maio è andato alla City di Londra prima del 4 marzo. E ora Matteo Salvini ha incontrato Tony Blair. Negli anni Novanta in questo sforzo di rassicurazione c’è stato un eccesso di zelo».

Intanto i ceti medi e piccoli hanno cominciato a sentirsi più difesi dai movimenti populisti.

«Lo sperano, vedremo come andrà. In Italia tra il 1919 e il 1922 è già successo che le masse dei lavoratori sconfitte si siano spostate nel campo del fascismo. Allora passò l’idea che l’unico modo di difendere gli interessi dei più deboli fosse puntare sulla nazione, grande proletaria. Oggi questa illusione ritorna con lo slogan “prima gli italiani” che Salvini ha preso da Casa Pound».

E da Donald Trump. Enrico Lucci dice che «una persona che arriva dal Ghana non può avere gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare».

«È solo una frase d’effetto perché una persona in attesa da 15 anni per la casa non viene mai scavalcata da chi è appena arrivato dal Ghana. In Rai c’è la corsa ad allinearsi. Ho trovato esilaranti i proclami di Carlo Freccero che, testuale, ha detto di esser diventato sovranista».

Freccero è fuori dalla Rai e è su queste posizioni da ben prima del 4 marzo.

«Lo so, è vicino a Grillo. Adesso arriva Lucci. Sono riposizionamenti consueti».

Per un apolide è normale essere globalista?

«Lo è. Da ebreo sono geloso delle mie tradizioni e della mia identità».

Ma non credi nella heimat, la piccola patria.

«Di heimat ne ho più d’una. Un intellettuale viennese come Karl Kraus diceva che sangue e suolo insieme fanno solo venire il tetano».

Il globalismo della Silicon Valley cosa fa venire?

«Chi vuole condizionare il nostro modo di pensare fa paura. Dietro l’elezione di Trump c’è lo strapotere di Twitter e di Facebook».

Il primo ad avvantaggiarsene fu Obama.

«Certo. È difficile farne a meno. I social vanno usati, ma la razionalità è un’altra cosa. La storia del mio Rolex la conosci?».

A grandi linee.

«A luglio, dopo l’iniziativa di don Ciotti, mi faccio fare una foto da mio figlio con la maglietta rossa sul terrazzo di Milano. Subito sui social cominciano a parlare di una villa a Portofino o a Capalbio. Mentre l’unica casa che possiedo è una cascina nel Monferrato di cui ho appena finito di pagare il mutuo. Poi si puntano sul Rolex. Lo vedi questo? In acciaio, roba del ’92. Ma il radical chic non può difendere i migranti».

Ciò che più spaventa della new technology è l’omologazione. Il Pd è diventato un partito radicale di massa come preconizzava Augusto Del Noce?

«Credo che il Pd si sia battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo Ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l’omofobia. Su questo abbiamo opinioni diverse».

Non mi pare siano queste le emergenze del Paese. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn sta allargando i consensi, perché da noi Leu ha preso il 3%?

«Credo per la scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell’accordo con l’establishment. Saranno altri a prendere il loro posto».

Chi saranno i nuovi leader?

«Spero vengano dal sindacalismo, dalle categorie dei lavori umili, dal volontariato, le attività di aiuto alle persone. E da coloro che, dopo aver realizzato che la ricetta di “prima gli italiani” ci avrà fatto diventare più cattivi e più poveri, sappiano trasferire in politica le loro energie».

Cosa pensi della candidatura di Nicola Zingaretti?

«Mi sembra una persona con un percorso politico rispettabile. Ma temo insufficiente a rappresentare la novità che la sinistra aspetta».

Che cosa hanno evidenziato gli applausi e i fischi ai funerali di Stato di Genova?

«Uno stato d’animo in parte reale e in parte costruito. In quelle manifestazioni ha trovato riscontro la falsa operazione di addebitare al Pd il crollo del ponte. Poi si è scoperto che nel 2008 anche Salvini aveva votato per la concessione».

Il giorno dopo però ha ammesso l’errore, altri non l’hanno fatto. Com’è stata raccontata dai media questa vicenda?

«I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagli investimenti degli azionisti di Autostrade per l’Italia. Abbiamo avuto un’altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e nello stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra».

Tra i protagonisti dell’informazione ci sei anche tu. Come mai pochi giorni fa hai ammesso che servono biografie diverse dalla tua per rifondare la sinistra?

«È evidente: i leader devono avere uno stile di vita e un rapporto con le classi subalterne diverso da quello che ho io. Noi radical chic possiamo impegnarci per contrastare l’incattivirsi che abbiamo intorno. Se la Rai vorrà continuare a farmi lavorare sarò ben lieto. Ma altri devono rappresentare politicamente le esigenze di una maggiore giustizia sociale».

Ti aspettavi che qualcuno raccogliesse pubblicamente la tua provocazione?

«In molti mi hanno chiamato o scritto dicendomi che ho toccato il nostro punto dolente. Ma riconoscere che siamo inadatti a rappresentare la sinistra del futuro per me non è una pulsione masochistica. È un’ovvietà».

 

 La Verità, 9 settembre 2018

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.

«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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«In Rai la famiglia normale è trasgressiva»

Una serie su una famiglia normale. Su una grande e chiassosa famiglia in cui nonni, figli e nipoti si vogliono bene. Una serie in cui una ragazza che resta incinta decide di tenere il bambino sebbene il rapporto con il padre naufraghi. Una serie senza tonalità arcobaleno e amori omosessuali. Una serie scritta con linguaggio contemporaneo, come si dice; con la chat delle mamme della scuola che si fa gli affari degli altri; con la difficoltà a gestire relazioni complicate, la perdita del lavoro dopo i cinquanta, un figlio affetto dalla sindrome di Asperger, persino con una onlus che lavora per i bambini nati con il labbro leporino. Non sembrerebbe, ma una serie così (media tra il 14 e il 15% di share) esiste, anche se, con l’eccezione dell’Osservatore romano, le grandi firme della stampa l’hanno quasi ignorata. Forse perché Rai 1 l’ha mandata in onda con scarsa promozione tra partite dei mondiali e isole delle tentazioni, nella stagione in cui, di solito, si vedono solo repliche. Lunedì prossimo verrà trasmesso l’epilogo di Tutto può succedere, ultimo episodio della terza stagione, realizzata per Rai Fiction da Cattleya (la stessa di Gomorra). Il regista è Lucio Pellegrini (con Alessandro Casale), autore di film di successo (E allora mambo e Tandem con Luca e Paolo, La vita facile, con Stefano Accorsi e Pierfrancesco Favino), oltre che del Miracolo di Sky (ideata da Niccolò Ammaniti e co-diretta con Francesco Munzi).

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

Allora, Pellegrini: ci sarà una quarta stagione di Tutto può succedere?

«No e spiace anche a noi. Ma già all’inizio erano state programmate tre stagioni. La storia si conclude, ma è stata una bella avventura per tutti».

Proviamo a raccontarla: come e da chi è nata l’idea?

«Cattleya ha proposto di fare l’adattamento di Parenthood, la storica serie americana a sua volta tratta dal film diretto da Ron Howard. Nella prima stagione siamo rimasti più aderenti alla storia e abbiamo fatto un casting molto preciso degli attori. Poi abbiamo scelto strade più autonome, cercando di mantenere una certa fedeltà alle caratteristiche di freschezza e di verità dell’originale».

Com’è stato il rapporto con la Rai?

«Molto buono. Tinni Andreatta, responsabile della fiction, era entusiasta del progetto. L’obiettivo era rinnovare il genere family, importantissimo per la Rai fin dai tempi della Famiglia Benvenuti. Qualche problema c’è stato all’inizio e quest’anno per la programmazione. Ma sono scelte che dipendono da logiche di palinsesto».

In che senso?

«La Rai ha voluto controprogrammare i mondiali di calcio. Non il massimo».

È passata come una replica.

«Lo so. Era pronta da poco, forse poteva partire un mese prima. Su Raiplay la settimana precedente alla messa in onda ha avuto 2,5 milioni di visualizzazioni».

Pubblico di giovani?

«Penso di sì, anche se non abbiamo la composizione del target. Quello della visione in tv aveva un livello d’istruzione più alto e più giovane della media di Rai 1».

Altre serie più politicamente corrette, come Romanzo famigliare, hanno avuto collocazioni più strategiche.

«Anche quelle tradizionali, però, come Don Matteo, occupano il centro della stagione. Da quando È arrivata la felicità è stata interrotta causa bassi ascolti si è pensato che il genere family non tirasse più. E ci si è concentrati sul giallo o sul noir».

Com’è nato il titolo?

«Da un confronto interno a Cattleya. Non c’era una parola italiana che traducesse il titolo americano. Alla fine questo è piaciuto a tutti».

In Siamo soli Vasco Rossi canta: «Tutto può succedere; ora qui, siamo soli, siamo soli». Invece, mentre nella vostra sigla i Negramaro cantano: «Finché sei qui, tutto può succedere», si vede la tavolata della famiglia: una risposta al nichilismo?

«La canzone è stata scritta da Giuliano Sangiorgi. Il qui è quella tavolata, ma anche un luogo personale, intimo. In questi anni il pranzo di famiglia l’abbiamo visto spesso al cinema e in tv. Abbiamo provato a ripensarlo. La tavolata è il luogo del caos sentimentale organizzato. Ho messo l’operatore in mezzo alla scena perché volevo che il telespettatore si sedesse anche lui a quel tavolo».

Esistono famiglie con quattro fratelli che si confrontano e consigliano?

«Penso di sì. Magari è un gradino sopra le righe, perché si tratta di un film di finzione. Però abbiamo cercato di elaborare la realtà. Anche in famiglie più piccole si vivono queste dinamiche».

La famiglia è il luogo della resilienza, dove si trasformano le esperienze di sofferenza in qualcosa di positivo?

«Può essere questo. Quando il clan si ritrova tutto si ricompone, riacquista una forma e una profondità che prima sembrava non avere. Basta uno scambio, una goliardia, un po’ di calore. Poi per sopravvivere e ripartire, ognuno rielabora i fatti con la propria sensibilità e secondo la propria età».

Tra i quattro fratelli lei sembra simpatizzare per il personaggio di Alessandro Tiberi.

«Tanti simpatizzano per Carlo, l’adulto bambino del gruppo. Tiberi è un attore talentuoso. Ma tutti lo sono, Maya Sansa, Pietro Sermonti… Ogni personaggio ha qualcosa che mi piace».

La definizione dei tipi umani è il suo marchio di fabbrica?

«Lo spero. Mi piace creare con gli attori i profili e i temperamenti. Sul set si è creato un bel amalgama tra gli attori più esperti e i ragazzi esordienti come Roberto Nocchi, Benedetta Porcaroli, la stessa Matilda De Angelis, che al tempo della prima serie aveva girato solo Veloce come il vento, che però non era ancora uscito».

Chi ha scritto i dialoghi?

«Abbiamo avuto molti bravi sceneggiatori, da Michele Pellegrini che non è mio parente, a Federica Pontremoli a Filippo Gravino».

C’è una scena a cui è più affezionato?

«Ci siamo commossi girando quella in cui Giorgio Colangeli dice a Maya Sansa, che ha appena combinato uno dei suoi casini con un uomo, di essere orgogliosa anche dei suoi errori».

Altra cosa: non è una serie politicamente corretta. Non ci sono amori omosessuali e dibattiti sulle unioni civili.

«Nella prima stagione abbiamo sfiorato questo tema, ma senza la preoccupazione di apparire al passo con i tempi. Il confronto con la diversità è comunque presente con Massimiliano, il figlio di Alessandro e Cristina, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, molto difficile da gestire in casa, interpretato benissimo da Roberto Nocchi, un ragazzo normalissimo».

Anche il razzismo e l’integrazione sono presenti nella famiglia di Carlo, compagno di una ragazza di colore. Il loro figlio è vittima di bullismo a scuola, ma il modo di raccontarlo non è retorico.

«Il fatto di non essere politicamente corretti forse ci costa un po’ di pubblico, ma fin dall’inizio non abbiamo mai voluto fare la lezioncina. Tutti noi viviamo queste situazioni e le affrontiamo giorno per giorno senza bisogno di salire in cattedra».

La fiction Rai in genere è molto politicamente corretta?

«È mamma Rai: c’è tutto e il contrario di tutto. Ma c’è margine di discussione».

Da 1 a 10 quanto si riconosce in questa serie?

«Sicuramente molto, non so dare una cifra. Adesso ho intrapreso nuove strade».

Appunto: nel Miracolo quanto si riconosce?

«Mi è molto piaciuto affrontare nuove tonalità visive e nuove situazioni di genere. Grazie a Niccolò Ammaniti, che è un amico, ho potuto contribuire a un progetto molto impegnativo e gratificante, di cui siamo orgogliosi anche per il riscontro che sta avendo all’estero».

Vita e pensiero, la rivista dell’Università cattolica, ha scritto che è più una serie mistery che di fede: concorda?

«Sì, è un racconto che ha grande rispetto per il sacro. Ma è una serie di genere, che cerca di esplorare in chiave mistery un fatto umanamente inspiegabile. Più che indagare se quel fatto sia vero o no, la storia riguarda le conseguenze di quel fatto su alcune persone».

Lucetta Scaraffia ha scritto che chi resta colpito non prega la Madonna, ma il mistero che la statuetta evoca.

«È così. Abbiamo lavorato su quale impatto può avere in una realtà profana un evento inspiegabile».

Il fatto che i protagonisti siano eccentrici, persone nelle quali è difficile riconoscersi, è un punto debole?

«Qui non c’è la ricerca dell’identificazione, ma una provocazione a mettersi in quella situazione: che cosa faresti tu? Lo spettatore può anche sentirsi superiore ai protagonisti e ipotizzare di agire diversamente da loro. Favoriamo un distacco critico usando diversi registri narrativi, dal mistery al grottesco, dall’horror al noir».

State già lavorando alla seconda stagione?

«Non è ancora deciso se e quando si farà. Sky vorrebbe farla, vedremo in che tempi».

La sua è un’estate di lavoro?

«Di vacanza e scrittura. Dopo qualche anno ho deciso di prendermi un po’ di tempo per decidere bene cosa fare in futuro».

 

La Verità, 1 agosto 2018

 

«Ho voltato pagina, non torno in Rai»

Anche Milena Gabanelli rallenta per l’estate. Ma, dall’epicentro della sua attività multitasking – due pezzi a settimana per il Corriere della Sera, altrettanti video per il sito di Dataroom, le ospitate su La7 – può rispondere alle domande della Verità e riflettere sulla sua nuova vita fuori dalla Rai.

Poco più di sei mesi di Dataroom: facciamo un bilancio? Più riscontri cartacei o dai video?

«Sono riscontri diversi perché seguono strade differenti: quelli su cartaceo più tradizionali e istituzionali (magari ti telefona un ministro), i video hanno un pubblico più giovane e non si bruciano nella giornata di pubblicazione. Ce ne sono alcuni che diventano virali dopo un mese perché vengono intercettati dalle infinite vie del Web. I numeri in sei mesi? Un centinaio di video, accompagnati da altrettanti articoli di approfondimento».

Il video con più visualizzazioni?

«La storia dell’acquisto del Milan e dei soldi che il cinese non aveva. La domanda di chi fossero quei 700 milioni è sempre aperta e appetitosa».

Altri riscontri?

«Si sta alimentando il dialogo con quel mondo che si informa solo nelle piazze virtuali. Un’utenza molto difficile, diffidente, piena di pregiudizi e poco disponibile al confronto, anche perché quasi nessuno ha voglia di esporre le proprie viscere a chi sembra non ascoltarti nemmeno. Ti chiedi: ma perché devo replicare a uno che dopo averti smontato il pezzo con considerazioni basate sul nulla, ti manda “a darla via per strada”? Bisogna essere un po’ masochisti, no? Però il verminaio può solo proliferare se non si fa la fatica di entrarci e confrontarsi. Rispetto a qualche mese fa vedo che è un po’ cambiato il tono; sanno che rispondo e quindi interloquiscono in modo meno violento e io preferisco dialogare con chi non la pensa come me».

Da quante persone è composta la redazione di Dataroom?

«Da due giornalisti e due grafici, però si interagisce anche con tutti i colleghi del Corriere».

In base a quali criteri sceglie gli argomenti?

«Scelgo temi che possono essere rappresentati attraverso l’oggettività dei numeri, in modo da comprenderne le ricadute e le possibili soluzioni. Faccio un esempio: di quanto aumentano ogni anno gli acquisti online? Parallelamente di quanto è aumentato il traffico pesante in città per le consegne della merce acquistata su internet? La maggior parte di questi furgoni sono classe euro 3. In conclusione: ogni volta che acquisti online un prodotto venduto anche nel negozio sotto casa, contribuisci ad aumentare l’inquinamento».

Anche questo è giornalismo di servizio.

«Il giornalismo è per sua natura di servizio, altrimenti è solo servo».

Da servizio pubblico, sarebbe stato perfetto in Rai.

«Sarebbe, ma così non è stato».

Parlando di Rai, qualche giorno prima che fossero nominati i consiglieri di amministrazione, ha scritto un pezzo pieno di numeri in cui ha sottolineato il ritardo dell’informazione online: un vuoto lasciato dal rifiuto dell’ad Mario Orfeo di accogliere il suo progetto di Rai.it.

«Il rifiuto fu del Consiglio d’amministrazione prima dell’arrivo di Orfeo, che lo subordinò alla riforma complessiva del piano news. E quando lo scorso giugno arrivò Orfeo ha preferito non porre più la questione. Alla fine non hanno fatto né la riforma né il sito di news online. Credo sia l’unica tv pubblica al mondo a non averlo».

Quel pezzo poteva essere letto come una ripicca o come una candidatura a futura memoria: né l’uno né l’altro?

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Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

La Rai parla di futuro ma rilancia la Dandini

Lo slogan della Rai per il 2018-2019 è «Il futuro è già in programma», ma la sensazione è che il programma dovrà essere riveduto e corretto se non proprio resettato. Nonostante la presenza di gran parte degli artisti della casa, alla presentazione dei palinsesti negli studi di Via Mecenate a Milano tirava un’aria dimessa. Un senso di provvisorietà ha avvolto video e slide, appena mimetizzato dalla verve di Mario Orfeo, incrinata quando qualcuno gli ha citato il governo gialloverde. «Sono daltonico e non distinguo i colori», ha svicolato astutamente. Prima di illustrare un palinsesto che sarà un nuovo vertice a gestire, per puntellare la rotta incerta, l’amministratore delegato della Rai ha evocato e ringraziato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, facendo ricorso all’orgoglio di squadra del servizio pubblico, il cui compito è «accendere un calore, una voce, una compagnia. Qualcuno lo ha fatto meglio e ci ha insegnato molto», ha scandito, leggendo sul gobbo. Sul megaschermo alle sue spalle è comparso il primo piano di Fabrizio Frizzi che ha fatto scattare la standing ovation. «Questa immagine», ha proseguito, «è il ritratto del volto e del sorriso della Rai che vogliamo essere oggi e speriamo anche nel futuro». Quello che dovrebbe essere «già in programma», ma la cui scaletta, ieri, è stato difficile decodificare. Anche perché, per quanto si parli di futuro, il passato rimane sempre un porto sicuro visto che, dopo i remake di Rischiatutto e La Corrida, il pezzo forte sarà Portobello di Antonella Clerici.

Quest’anno i palinsesti non sono stati presentati rete per rete, con orari e giorni della settimana chiari affinché tutti potessero capire, bensì per grandi aree e con una serie di parole chiave, ben otto, all’interno delle quali sono stati affastellati titoli, generi e conduttori. Per dire: dentro «bellezza» è finito l’intrattenimento che «è una cosa seria», mentre sul video scorrevano i volti di Fabio Fazio, Renzo Arbore e Andrea Bocelli che inaugurerà la stagione di Rai 1 dall’Arena, e i volteggi di Roberto Bolle e dei concorrenti di Ballando con le stelle. Parlando di «partecipazione», invece ecco comparire Eleonora Daniele (Storie italiane), Elisa Isoardi (La prova del cuoco) e Caterina Balivo (Vieni da me), sedute vicine anche in platea, i quiz e L’Eredità condotta da Flavio Insinna. Per presentare l’informazione si è scomodata la «verità», per la fiction si è usato l’hashtag «libertà», per il cinema la parola «sogno», per le serie tv «fantasia». Non è stato facile cogliere il criterio delle varie categorie, considerato che gli unici titoli ai quali è stato dato risalto nella fiction sono stati L’amica geniale, Lorenzo il magnifico e Il nome della rosa, tre produzioni realizzate «con prestigiosi player di rilevanza mondiale». Il dubbio è che le presentazioni trasversali, per aree arbitrariamente delimitate, soccorra quando l’offerta è debole o quando non si vogliano far risaltare le differenze di contenuti tra una rete e l’altra.

Sempre rispettando la trasversalità, sono da registrare alcuni importanti ritorni. Oltre a quello di Mara Venier alla conduzione di Domenica in, con lo spostamento a ridosso del tg di Cristina Parodi, anche quello di Serena Dandini, «una donna intelligente e importante per l’intrattenimento e la satira», ha garantito il direttore di Rai 3 Stefano Coletta, riscuotendo l’applauso della claque presente. Nella «tv del cambiamento», come ha ironizzato a un certo punto Orfeo, e nella Rai che ha il futuro già in programma, per parlare dell’universo femminile, Dandini rispolvererà in prima serata le vecchie gag della Tv delle ragazze. A completare il capitolo, da segnalare il rientro di Licia Colò su Rai 2 con Niagara, dedicato allo «spettacolo della natura». Dopo i ritorni, gli spostamenti: il più importante dei quali riguarda Alberto Angela, trasferito su Rai 1 con Stanotte a… Pompei, prologo di quattro serate di Ulisse.

Nessun rimpianto, invece, su altri recenti abbandoni. Né a riguardo di Massimo Giletti, a proposito del quale Orfeo ha manifestato «solidarietà a Selvaggia Lucarelli per quello che le è stato riservato qualche domenica fa»; né di Milena Gabanelli, «che ha fatto una sua scelta e che spero possa tornare in Rai, con o senza di me». Nessun rammarico nemmeno per il mancato acquisto dei Mondiali di calcio, «un impegno non adatto al servizio pubblico», ha garantito l’ad, «perché Mediaset può compensare la spesa per i diritti non dovendo sottostare al tetto del 4% di affollamento pubblicitario». Orfeo è contento così, con i risultati di Fabio Fazio su Rai 1 (16.3% medio, +1.5% rispetto all’anno precedente) e il bis sanremese di Claudio Baglioni, collegato da Lampedusa, fiore all’occhiello della convention. Quanto a Fiorello «chi vivrà vedrà».

A palinsesti presentati, l’Ansa ha comunicato che l’11 luglio la Camera nominerà i suoi due componenti del nuovo Cda Rai, ai quali seguiranno quelli scelti dal Senato. Quale futuro «è già in programma»?

 

La Verità, 28 giugno 2018

 

«Le partite? Preferisco seguirle alla radio»

Qualche sera fa un milione di telespettatori ha rivisto su La7 Italia Francia, finale mondiale del 2006, con la sua telecronaca. Era il giorno dell’inaugurazione di Russia 2018, esclusiva Mediaset. Quale occasione migliore per colmare un triplo sentimento orfano? Gli italiani senza Nazionale, La7 senza partite, i telespettatori senza la voce di Bruno Pizzul. Il quale, com’è noto, non è mai riuscito a commentare in diretta la vittoria italiana di un mondiale. L’ha fatto, in replica, per Germania 2006, quand’era già in pensione dalla Rai.

Da un anno Pizzul è tornato a Cormons, Gorizia: terra di confine, di buoni vini e di allenatori. Quando arrivo alla sua villetta con vista sul Collio, la troupe di Telecapodistria, storica emittente slovena, si sta congedando al termine dell’intervista. Come si fa tra colleghi ci diamo del tu.

Ti sei riascoltato su La7?

«No, non sapevo che avrebbero ritrasmesso Italia Francia. Non mi riascoltavo neanche quando lavoravo».

Da quanto sei tornato quassù?

«Da un anno. Avevo sempre in animo di tornare, anche se il cordone ombelicale non si era mai reciso. Una volta al mese ci venivamo anche prima».

Nonostante la provincia, hai sempre una vita movimentata…

«Ho tanti amici ai quali è difficile dire di no. L’altra mattina mia moglie borbottava: ≤Esiste la Provvidenza… perché sei nato uomo. Se fossi nato donna, con i sì che dici a tutti si potrebbe pensar male…≥».

La vita di provincia più tranquilla è un’idea da sfatare?

«È tranquilla, ma vivace. Ogni paese ha la sagra, il torneo di calcio, tante manifestazioni. Poi c’è il Collio».

Patria del vino.

«I vignaioli della mia generazione lavoravano le viti e poi aspettavano i triestini in gita. Adesso hanno capito che, oltre che farlo bene, il vino bisogna promuoverlo con le tecniche del marketing moderno. Il Collio si è riempito di tedeschi e inglesi come il Chianti in Toscana».

Viva la provincia, ma le trasferte continuano. Nell’ultima hai ricevuto il Premio Ischia per il giornalismo sportivo.

«Un premio che mi ha lusingato. Quando mi hanno chiamato pensavo fosse come calciatore, perché da giovane ho giocato nell’Ischia».

Come accadde?

«Al Catania, serie B, mi ero infortunato a un ginocchio. Così mi mandarono in prestito a Ischia, dove c’era un’équipe specializzata per la riabilitazione. Anche senza infortunio non sarei diventato un campione».

Come mai un ragazzo di Cormons finisce al Catania?

«Mi vendette la Pro Gorizia. I calciatori friulani andavano di moda. Un anno in Serie A c’erano sei calciatori di San Lorenzo Isontino, neanche mille abitanti. Al Catania invece eravamo 6 o 7 friulani: in spogliatoio si parlava furlàn. Il cronista sportivo della Sicilia brontolava: “Va bene che ci hanno sempre invaso… turchi, arabi, normanni. Ma minchia! Ci mancavano i friulani…”.  Era Candido Cannavò».

Perché il Friuli è stato laboratorio di calciatori?

«Abbiamo sopportato le invasioni. Siamo figli di contadini, alti, robusti, abituati ai sacrifici, disponibili agli allenamenti».

E terra di allenatori? Nereo Rocco, Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Fabio Capello, Dino Zoff…

«Gigi Delneri, Edy Reja… Rocco parlava di razza Piave. Anche se precisava: “Mi son de Francesco Giuseppe”. Nel dopoguerra c’era tanta povertà. È la fame che ti fa fare bene le cose. Il calcio è stato un riscatto. Oggi con la pancia piena e i telefonini in mano ci si impigrisce. I giocatori più forti sono meridionali».

Quanto è scomodo fare questo mestiere senza la patente?

«Abbastanza. Però, non sono un caso isolato. Non ce l’avevano Indro Montanelli, Maurizio Mosca, Adriano De Zan. È un fatto di pigrizia e di circostanze. A 18 anni, quando hai la fregola della macchina, ero a Catania e non ce la facevano usare. A Ischia non serviva. E nemmeno da militare. A un certo punto è diventato un vezzo. A Milano ero il più puntuale perché con la bicicletta non patisci il traffico».

Parlando di puntualità, alla prima telecronaca, Juventus Bologna, finale di Coppa Italia a Como, arrivasti un quarto d’ora in ritardo.

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Nei momenti topici l’informazione Rai latita

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017