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Milena chiede la striscia dopo il Tg1. Orfeo che fa?

Il tempo stringe e il caso Gabanelli diventa ogni giorno più complicato. Secondo fonti ben informate la giornalista ed ex conduttrice di Report ha chiesto di tornare in video. Non un «video qualsiasi», bensì una striscia quotidiana dopo il Tg1. Alla maniera del Fatto di Enzo Biagi, per intenderci. Oppure di Pigi Battista e poi di Giuliano Ferrara con Radio Londra. L’idea sarebbe quella di portare su Rai 1 la politica, l’economia e l’attualità con lo stile asciutto e documentato degli articoli che scrive per il Corriere della Sera. Si attende la risposta del direttore generale Mario Orfeo e della presidente Monica Maggioni.

Manca una settimana alla fine del periodo di aspettativa senza stipendio, deciso da Milena Gabanelli contestualmente al rifiuto della condirezione di Rainews24 con delega all’informazione online. Ma del famigerato Piano per l’informazione, all’interno del quale la giornalista dovrebbe trovare la sua collocazione, non si hanno notizie. Con l’avvicinarsi delle elezioni tutto fa pensare che telegiornali e programmi di approfondimento siano intoccabili. L’imminente campagna elettorale, con inevitabile par condicio, sconsiglia innovazioni. Sotto i diktat renziani, non s’è fatto nulla prima perché c’era il referendum costituzionale, figurarsi ora.

In fondo, non c’è da meravigliarsi: il Piano per le news ha provocato una morìa in Viale Mazzini. Sia Carlo Verdelli che lo stesso Campo Dall’Orto sono caduti su questo. Pietra d’inciampo proprio la nomina a direttore di Gabanelli con l’assegnazione una testata autonoma per rifondare l’informazione online sulla quale il servizio pubblico è in pesante ritardo. A fine agosto Carlo Freccero aveva tentato una mediazione proponendo la condirezione di Rainews24. Ma, dopo che il Cda e il dg l’avevano fatta propria, Gabanelli aveva declinato: «Non metto la faccia su un progetto che non firmo. Mi autosospendo». Ora ecco la richiesta di «venire dopo il tg». Del resto, sia Mediaset con Dalla vostra parte su Rete 4, sia La7 con Otto e mezzo, hanno la striscia di approfondimento dopo i telegiornali. La Rai no. Ma, considerato lo zelo di certi vigilanti renziani, c’è da scommettere che continuerà a esserne priva. Con il rischio di vedere un’altra grande giornalista accasarsi altrove.

La Verità, 24 ottobre 2017

La Rai scommette sulla pallavolo, anzi no

Non si può dire che la Rai non provi a inventarsi qualcosa in questo declino d’estate, antipasto della nuova stagione. L’idea di trasmettere l’EuroVolley su Rai 1 era appunto un’idea (lunedì Italia – Repubblica Ceca, ore 20.30, share del 12.81 %). Nonostante l’esclusione (per motivi di sponsor) dello zar Ivan Zaytsev che ci portò all’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, l’Italia è una squadra ambiziosa e, se il suo cammino proseguisse, potrebbe farsi amare e seguire non solo sui social, considerato che il volley è la seconda disciplina sportiva per numero d’iscritti, dopo il calcio. Senza diritti tv della Serie A e delle coppe europee, senza quelli per la diffusione della Formula 1, della Moto Gp e del tennis, e con un solo match di basket programmabile la domenica, alla tv pubblica non resta che tenersi stretta la pallavolo. Premiarla con la promozione su Rai 1 è rischio che oscilla tra l’ultima spiaggia e il tentativo di creare l’evento. Ecco perché, una volta azzardato, bisognava crederci fino in fondo. Invece, nello studio di Rai Sport, dove Simona Rolandi si sforza di rallegrare l’incupito Lorenzo Bernardi, aleggia un’aria da emittente ministeriale che spegne qualsiasi velleità di l’evento sportivo. Le cose migliorano in telecronaca grazie a Maurizio Colantoni e Andrea «Lucky» Lucchetta che prova a seminare un po’ d’euforia con il suo linguaggio immaginifico («La Germania di Andrea Giani è un 4×4 a trazione integrale») e aggettivi che viaggiano in trio («I nostri sono tornati belli, vincenti e sorridenti»; «il muro dev’essere fermo, duro, dolomitico»). Ci si accontenta della minestrina: Rai Sport sembra disabituata a pensare in grande. Allargare il parterre di commentatori con uno tra Julio Velasco, Giampaolo Montali, Francesca Piccinini? Immaginare una lavagna per illustrare qualche schema? Tirare dentro le reazioni sui social? Prevedere dei profili di giocatori e allenatore?

La Verità, 30 agosto 2017

 

«Studiare i condannati mi migliora umanamente»

L’applauso più lungo e scrosciante è stato per lei. Alla presentazione dei palinsesti della Rai a Milano c’erano Fabio Fazio e Alberto Angela ed era stato evocato anche Paolo Limiti, mancato il giorno prima. Ma quando Daria Bignardi ha annunciato che Storie maledette di Franca Leosini tornerà in autunno, è partita l’ovazione. Ora, nella redazione a due passi da Castel Sant’Angelo, tra armadi e scrivanie stipate di faldoni, la dark lady della televisione italiana mi accoglie in un total white portato con l’eleganza tipica dei nobili napoletani.

Quell’ovazione l’ha sorpresa?

«Non me l’aspettavo. È stata un’esplosione di affetto che mi ha gratificata e commossa. C’erano i big della televisione e i giornalisti specializzati: un omaggio che risarcisce di tanto lavoro».

Crede sia da collegare al fatto che su Facebook aveva chiesto al pubblico di starle vicino a causa del rinvio del programma?

«Direi che sono due realtà diverse. Quel giorno c’erano le rappresentanze più qualificate del nostro mestiere. L’ho preso come un riconoscimento della qualità del programma. Che però è apprezzato in modo trasversale sia dalla gente comune che dal pubblico colto. Matteo Garrone ne ha tratto ispirazione per i suoi primi film, L’imbalsamatore e Primo amore».

Franca Leosini, al momento dell'ovazione alla presentazione dei palinsesti Rai

Franca Leosini, al momento dell’ovazione alla presentazione dei palinsesti Rai

È seguito anche dai giovani.

«Dai leosiners, che organizzano gruppi di ascolto. Quando dai un buon prodotto i ragazzi lo seguono, non hanno bisogno delle bollicine».

Perché la stagione della primavera 2017 è slittata?

«In primo luogo, perché ritengo che il suo momento sia l’autunno o l’inverno. Sono grata a Daria Bignardi che ha accettato questa mia preferenza. E poi perché ci sono stati inconvenienti tecnici, non dipendenti da me. Come un detenuto che rimane in isolamento e non è intervistabile. Le molte proteste mi hanno lusingato».

Quanti casi tratterà?

«Spero quattro. Ma sono top secret. Per rispetto delle persone coinvolte e per scaramanzia».

Perché Storie maledette è un cult dal 1994?

«Credo che in ogni caso ciascuno riconosca una parte di sé. È un programma che sveglia i nostri fantasmi. Il pubblico aumenta ogni anno».

Perché la incuriosiscono i protagonisti della cronaca nera?

«Ho fatto mia la regola di Raymond Chandler: non è tanto importante scoprire l’autore del delitto quanto capire il percorso psicologico che ha portato a commetterlo. Spesso mi occupo di casi sconosciuti, che hanno ugualmente grandi riscontri. Scelgo le storie in base alle tematiche».

Per esempio?

«Ricordo una puntata intitolata L’amante giovane che ebbe molto successo. L’amante più giovane di 26 anni era lui, non lei. Un possidente terriero aveva convinto Adele Mongelli, madre di quattro figli, a lasciare il marito. Trascorsi due anni, una sera dopo aver fatto l’amore, le disse che era l’ultima volta perché nel frattempo si era trovato la fidanzata: “Tu sei troppo vecchia per me”. Lei uscì dalla camera, tornò con un coltello da cucina e lo ammazzò con 39 coltellate. Di solito erano le donne a essere amanti giovani, in genere non di metalmeccanici. Adesso seguiamo con curiosità la storia di Emmanuel e Brigitte Macron».

Un’altra tematica?

«Un certo tipo di delitti che si consumano al nord più che al sud. Come quelli contro i genitori, che hanno spesso matrice nel denaro. Ricorda Pietro Maso? A Napoli, dove domina la camorra e c’è la paranza dei bambini che inneggiano a ’u kalash, i genitori sono sacri. Anche i delitti sulle donne sono più frequenti al nord, dove la donna è economicamente indipendente. Al sud ci sono meno violenze perché le donne sono più pazienti e hanno più consuetudine col dolore».

Perché non parla di femminicidio?

«Trovo volgare identificare la donna con la femmina. La donna è una persona».

Il femminicidio è un delitto più grave dell’omicidio?

«È sempre un omicidio».

Il discorso è delicato.

«Molto: la donna è un soggetto debole. Approfittarne è vigliaccheria. Ma la giustizia dovrebbe provare a essere oggettiva. Quando intervistai Pino Pelosi in carcere mi disse che se avesse ucciso il signor Rossi anziché Pasolini sarebbe stato già fuori. Rigettai quell’argomento, dicendo che sempre di omicidio si sarebbe trattato e che la pena avrebbe dovuto essere identica».

Sceglie le storie in base a certi risvolti sentimentali, anche torbidi?

«Non cerco il torbido, ma la passione. Storie maledette piace perché vi scorrono i sentimenti che sono il cuore pulsante delle nostre vite. Nei rapporti tra coniugi, tra figli e genitori, tra amanti. Escludo le rivalità professionali e i professionisti del crimine».

Come si prepara?

«Studiando gli atti del processo dalla prima all’ultima carta. La psicologia del condannato, quella di familiari e amici, l’ambiente circostante. I delitti non sono mai casi isolati».

Quante volte incontra i protagonisti?

«Solo una prima dell’intervista, magari per sei o sette ore. Vado a rubargli l’anima per poi restituirgliela. Analizzo linguaggio, gestualità, postura. Instauro un rapporto di empatia per aiutarli a scendere nel loro passato davanti alle telecamere».

L’intervista è un flusso unico?

«Assolutamente. Rompere la tensione vaporizzerebbe il colloquio e ridurrebbe la possibilità d’illuminare qualche brandello di verità. Per lo stesso motivo non anticipo le domande. Ed è sempre “buona la prima”: se le ripetessi finirebbero per recitare».

Qualcuno si è negato?

«Un magistrato di Cassazione era innamorato di una collega, a sua volta moglie di un funzionario di Cassazione. In un rigurgito di coscienza, la donna chiese d’interrompere la relazione. Allora lui architettò il piano per eliminare il marito. Lo ammazzò, lo seppellì in una fossa che aveva già scavato e partecipò attivamente alle ricerche. Finché un amico si ricordò di un bizzarro discorso… Prese solo 22 anni. All’inizio aveva accettato, poi non se la sentì».

In trasmissione sfoglia un librone, ma non lo legge.

«Solfeggio il testo come fosse uno spartito. La prosa è musica» (Mostra un dossier sottolineato con pennarelli diversi, accenti, pause indicate da un tratto obliquo).

I tanti aggettivi servono a romanzare?

«La mia è una struttura narrativa, non un’intervista».

A Luca Varani ha citato la poetessa polacca Wisława Szymborska.

«Un’eccezione. Più facile che ricorra a qualche espressione colorita, inventata sul momento. Come “picchiata come una cotoletta” o “la cicogna è un animale sbadato” che sono diventate virali».

Si prefigge di far riaprire i processi, di correggere le sentenze?

«I miei cardini sono capire, dubitare, raccontare. Aver fatto riaprire dei processi m’inorgoglisce. Come accadde con Massimo Pisano, uno degli amanti diabolici del Viminale, che ritenevo innocente. E come mi auguro accada per Rudi Guede, condannato per l’uccisione di Meredith Kercher nonostante ci sia la prova che non ha toccato il coltello. E condannato in concorso con due persone che, con una sentenza degna di uno Stato di diritto, sono state assolte».

Rudi Guede a «Storie maledette»

Rudi Guede a «Storie maledette»

Ha rapporti epistolari con delinquenti, assassini, ergastolani…

«Quella cassa è piena di lettere. Queste invece sono le ultime, di persone che ho già intervistato con le quali continuiamo a scriverci. Altri si propongono, ma dico molti no. Scrivo a mano: quando l’ho fatto al computer si sono adombrati, lamentando un rapporto distaccato».

Le è mai capitato di pensare che avrebbe potuto agire come uno di loro?

«Grazie a Dio ho un sistema nervoso molto solido. Ho avuto la fortuna di nascere nella culla giusta, che vuol dire molto, e so gestire le circostanze più avverse. Però dico sempre che ognuno può cadere nel vuoto di una maledetta storia. Siamo solo più fortunati».

Perché vogliono venire nella sua trasmissione?

«Perché aiuta una certa presa di coscienza. E poi produce un restauro d’immagine rispetto a come sono stati dipinti sui media nelle fasi del processo».

Qualcuno di loro l’ha colpita di più?

«Farei torto agli altri se ne scegliessi uno. Posso dire che il collezionista di anoressiche ha lasciato un segno profondo. Per la sua storia che non ha avuto precedenti e, per fortuna, nemmeno succedanei. E per come si presentò: con capelli e barba rasati a metà».

Che cos’ha tratto dalla frequentazione di queste persone?

«Il più grande mistero del mondo è la mente dell’uomo. Ricevo più di quanto do. Imparo ad attraversare la soglia del dolore, vedo le strade sulle quali si può scivolare, capisco che cosa può cambiare la traiettoria di una vita. Andare oltre la geografia dei propri pensieri è un’esperienza che arricchisce».

Ha visto passare tanti direttori di rete: con chi si è trovata meglio?

«Tutti hanno sempre rispettato il mio lavoro. Anche la decisione di non trasmettere repliche. Riproporre meccanicamente quel dramma sarebbe irrispettoso».

Cosa aspetta a raccogliere tutto in un libro?

«Non c’è un solo grande editore che non me l’abbia proposto, facendomi ponti d’oro. Ma i libri li scrivo già per la tv. La scrittura è solitudine, concentrazione. Due cose al meglio non le so fare».

La corteggiano anche registi e sceneggiatori?

«Mi hanno proposto fiction, cinema, teatro. Ma sono gelosa della mia credibilità: conquistarla è laborioso, perderla facile».

La sua famiglia vive a Napoli…

«Mio marito mi raggiunge appena può».

Tempo libero?

«Lavoro tanto. Ho una casetta a Capri che vedo 15 giorni l’anno. Per il resto leggo molto e vado a teatro».

Agatha Christie o Maigret?

«Un mix. Il mio spirito è più vicino ad Agatha Christie, però anche le curiosità di Maigret sonnecchiano in me».

Montalbano o il commissario Cattani?

«Non perdo un Montalbano».

In vacanza con?

«Mio marito a Capri. Per troppo poco tempo».

Franca Leosini ha qualche ossessione?

«Di non avere abbastanza tempo per coprire tutto quello che vorrei fare».

 

La Verità, 16 luglio 2017

 

Mediaset vuole occupare il centro del sistema tv

Video, slide, grafici, soprattutto parole chiave. Alla presentazione dei palinsesti 2017-2018 ribattezzati, per l’occasione, «nuova offerta televisiva Mediaset», andata in scena l’altro ieri nel prestigioso Hotel Hermitage di Montecarlo recuperando una consuetudine in auge una decina d’anni fa – per dare un segnale anti Vivendi alla stampa francese? o per dare uno schiaffo all’idea di essere in crisi? – la novità più significativa è negli slogan della comunicazione adottati dai dirigenti della tv commerciale di Cologno Monzese. C’è meno martellamento rutilante di un tempo, a tutto vantaggio della nitidezza dei concetti, nei filmati e negli speech con i quali il direttore generale del palinsesto, Marco Paolini, dell’informazione, Mauro Crippa, e dei contenuti, Alessandro Salem, hanno tracciato le linee guida del Biscione che verrà. Pochi e chiari slogan. A cominciare da «sistema crossmediale»: per descrivere un impegno sempre più trasversale tra tv generalista, tematica e in streaming, radio e web (Piersilvio Berlusconi ha annunciato l’acquisto di Radio Subasio, cha si aggiunge a R 101, Radio 105, Virgin radio). Poi «made in Mediaset»: per indicare la tv fatta in casa e l’impegno nelle autoproduzioni di contenuti originali, con un messaggio indiretto agli editori multinazionali, Sky in primis, autori di una tv prevalentemente fatta di format «tradotti ed estratti dal congelatore». Infine, sempre nella stessa direzione, l’ambizioso «Mediaset, la nazionale della tv»: per sottolineare la priorità dei contenuti italiani, con un’ambizione di rappresentanza del Paese che potrebbe infastidire la Rai, detentrice del ruolo di servizio pubblico.

Il vertice Mediaset alla presentazione dei palinsesti 2017/2018

Il vertice Mediaset alla presentazione dei palinsesti 2017/2018

Mediaset, insomma, punta sulla creazione e il consolidamento del talento italiano. Ed è come se, con questi slogan e queste rivendicazioni, volesse occupare il centro del sistema televisivo nel suo complesso. Un centro industriale, creativo, produttivo, editoriale. Resta da vedere se e fino a che punto ci riuscirà. Intanto, come ha specificato Salem, la produzione si sviluppa attraverso «diversi gruppi di lavoro, quello della Fascino di Maria De Filippi, quello di Antonio Ricci, quello di Paolo Bonolis, di Davide Parenti e delle Iene, i laboratori comici e dei reality. Tutto concepito come una grande e unica officina creativa dell’intrattenimento». Lo scopo è profilare più possibile il pubblico, concentrandosi sul target commerciale. Non a caso, esemplificando, Salem ha paragonato gli ascolti di una serie di programmi Rai e Mediaset (Stasera casa Mika e Le Iene, Facciamo che io ero con Virginia Raffaele e Buona la prima, Ballando con le stelle e Amici) evidenziando che, se a volte la share generale premia i titoli Rai, sul target tra 15 e 64 anni il vantaggio dei programmi Mediaset è notevole e a volte abissale.

Insomma, una nuova filosofia editoriale, una nuova confezione per contenuti solo in parte inediti. Canale 5, per esempio, riproporrà molti marchi storici. Come quelli targati Maria De Filippi (C’è posta per te, Amici, Tu sì que vales, House party) e quelli firmati da Paolo Bonolis (Music e Chi ha incastrato Peter Pan?). Tornerà il Grande fratello vip, sempre con Ilary Blasi, mentre per Scommettiamo che i conduttori sono da definire. Confermati in seconda serata Matrix con Nicola Porro e Piero Chiambretti e L’intervista di Maurizio Costanzo. Nell’access primetime saranno riproposti Caduta libera e Avanti un altro, mentre Gerry Scotti testerà The Wall, format inedito di un quiz americano rivisitato da Endemol. L’intoccabile Striscia la notizia giungerà alla trentesima edizione. Squadra che vince non si cambia, anzi. L’obiettivo è consolidare i cavalli di battaglia, «per arrivare presto a cinque serate settimanali autoprodotte internamente», ha sottolineato Berlusconi.

Maggiori novità si riconoscono nel palinsesto di Italia 1, dov’è previsto un programma inedito di Nicola Savino che, di ritorno dalla Rai, andrà anche a irrobustire la squadra di conduttori delle Iene. A proposito di ritorni, particolarmente gradito è quello della Gialappa’s band. Altre novità: Big show con Andrea Pucci, il reality Surviving Africa (conduttore da definire dopo le divergenze con Raz Degan) e l’adattamento per la rete giovane del Senso della vita di Paolo Bonolis. Tutta confermata, invece, la linea dell’informazione di Rete 4, con Dalla vostra parte condotto da Maurizio Belpietro, direttore della Verità, «una risorsa per noi fondamentale», ha sottolineato Mauro Crippa, Quinta colonna, Terzo indizio e Quarto grado. Alla quale andranno ad aggiungersi una serie di documentari realizzati da Vincenzo venuto e Madre mia, una docu-fiction con AlBano che racconterà un secolo d’Italia vista dalla famiglia Carrisi.

Dopo gli anni dei successi con Distretto di polizia, Il capo dei capi ed Elisa di Rivombrosa, per citare tre generi diversi, cui ha fatto seguito un periodo di appannamento concomitante con la crisi degli investimenti pubblicitari, la fiction e le serie tornano centrali anche in Mediaset. Dal gruppo di scrittura di Paolo Genovese uscirà la serie tratta dal film Immaturi. Poi arriveranno Rosy Abate con Giulia Michelini e Liberi sognatori, quattro tv movie per raccontare altrettante «figure eroiche della cronaca italiana assassinate dal crimine organizzato tra gli anni Settanta e Novanta», e L’Isola di Pietro con Gianni Morandi protagonista.

Dall’autunno diverrà operativa anche la nuova piattaforma digitale di Mediasetplay, illustrata da Pier Paolo Cervi. Il nuovo sistema consentirà la condivisione dei contenuti su tutti i dispositivi, con i servizi over the top, la funzione restart, la visione differita su mobile, la massima interattività tra smartphone e smart tv «senza bisogno di decoder e parabole e con l’uso del telecomando già in dotazione».

Il 2018 dovrebbe essere l'anno buono per «Adrian»

Il 2018 dovrebbe essere l’anno buono per «Adrian»

Tra le altre notizie annunciate da Berlusconi jr c’è il closing per l’acquisto del canale 20 del digitale terrestre, ma la scelta se farne una rete tematica o generalista non è ancora stata fatta. Chiusura in bellezza con Adrian di Adriano Celentano, il fumetto utopistico anarcoide disegnato da Milo Manara, musicato da Nicola Piovani e scritto da Vincenzo Cerami e Alessandro Baricco, già più volte annunciato e di cui, finalmente, si è visto un breve trailer. Dall’inizio del 2018 dovremmo riuscire a vedere tutti 13 gli episodi.

 

La Verità, 7 luglio 2017

 

«Ancora non si sa chi ha chiuso il talk di Paola»

Nei giorni caldi del licenziamento di Paola Perego l’aveva promesso: «Prima o poi faremo, chi c’è più irregolare di me?». E ora, a proposito di giorni caldi, Lucio Presta, calabrese di 57 anni, uno dei manager dello spettacolo più influenti (Roberto Benigni, Paolo Bonolis, Antonella Clerici e Belén Rodriguez, tra gli altri), risponde dal set del concerto di Vasco Rossi di Modena: «Non le dico la temperatura… Giusto perché eravamo d’accordo…». Dopo la clamorosa chiusura di Parliamone sabato, nella prossima stagione Paola Perego condurrà 14 prime serate.

Lucio Presta è più un marito protettivo, come dice sua moglie, o un marito potente?

«Un marito protettivo. Paola ha un vantaggio: essendo civilmente sposati, mi vede in più ruoli».

Molti propendono per il marito potente.

«In questo mondo non ci sono manager potenti, ma professionisti solidi che difendono con passione i propri artisti».

Sua moglie è stata riabilitata.

«Mia moglie non doveva essere riabilitata. Ha semplicemente riallacciato un rapporto professionale con la rete e l’azienda che l’avevano ingiustamente sospesa».

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Paola Perego con Lucio Presta, manager e marito

Come sono andate le cose in quella puntata di Parliamone sabato?

«Tutti erano informati di quello che sarebbe andato in onda. Tutti gli autori, da Paola fino a Gregorio Paolini, il capostruttura, il produttore, il regista, il direttore. Nessuna conduttrice riesce a mettere in onda o a invitare qualcuno senza che tutta la filiera ne sia informata».

Si è gridato allo scandalo per la lista di pregi delle donne dell’Est, ma anche gli aneddoti di Fabio Testi erano sconvenienti.

«L’unica cosa davvero sconveniente è stata il racconto fatto dall’ospite. Ma, come in tutte le trasmissioni in diretta, ogni ospite firma un contratto nel quale si assume la responsabilità di ciò che dirà. Paola l’aveva stoppato immediatamente. Anche su questo non c’era niente da dire. Non è stata la più alta pagina di tv, ma nemmeno la più bassa. Tant’è vero che non era successo niente né il sabato né la domenica».

Quindi come si spiega la faccenda?

«Non me la spiego. Dopo che era stato chiuso il programma, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto mi aveva mandato un messaggio nel quale mi diceva che Paola non era responsabile. Continuo a chiedermi che cosa sia successo, chi abbia voluto chiudere il programma e perché. Ovviamente avevo girato il messaggio al legale che stava preparando la causa all’azienda».

Campo Dall’Orto era già in forte difficoltà.

«Io ho smesso di sentirlo da subito, non da quando si è dimesso come han fatto tanti. Ho maturato la sensazione che sia stato spinto a chiudere il programma».

Ipotesi suffragata o suggestione?

«Suggestione, che però non ho avvertito solo io. Anche altri, come Maria De Filippi, hanno trovato che non era giustificabile la chiusura del programma».

Esclude che sia stata un’altra grana per mettere ulteriormente in difficoltà Campo Dall’Orto?

«Non credo, ma sicuramente non gli ha portato bene, da quel giorno è iniziata a non brillare più la sua stella. Il mio giudizio su di lui resta lo stesso di prima. Un grande teorico che non ha compreso il mondo Rai, sbagliando lo staff che ha portato da fuori».

La ripresa del rapporto con Paola è merito del nuovo direttore generale, Mario Orfeo?

«La ripresa del rapporto tra Paola e la Rai è combaciata con il suo arrivo. Al momento c’è un accordo editoriale, non ancora una trattativa economica né un’intesa contrattuale».

Improvvisamente, molte cose si sono appianate. A cominciare dalla querelle sui cachet delle star. Come la pensa in proposito?

«Le soluzioni erano lì ad un passo, ma forse non si volevano trovare, per non assumersi responsabilità. Il tetto per le star è un errore perché agiscono nel mercato, nel quale le star fanno la differenza».

Come si difende dall’accusa che Paola lavora perché è moglie di un manager influente e con un sostanzioso portafoglio di star?

«Non rispondo a questa domanda perché manca di rispetto a una persona che lavorava ben prima di conoscere me. E non giocava in nessuna squadra di Serie A, visto che all’epoca suo marito era un calciatore (Andrea Carnevale, ndr)».

A proposito di star, è stato un colpaccio piazzare Paolo Bonolis alla conduzione del concerto di Vasco Rossi su Rai 1.

«Niente di nuovo. Paolo è un conduttore di grandi eventi. Nel 2014 ha presentato su Rai 1 la Festa dello sport per il centenario del Coni. Due anni fa ha condotto la serata d’inaugurazione dell’Expo. È stato un’artista della Rai. Abbiamo trattato a lungo con Campo Dall’Orto il suo possibile ritorno. Non ci sono più queste barriere».

Le sue serate in trasferta si fermeranno qui o è ancora in lizza per il Festival di Sanremo?

«Non è possibile che Paolo conduca Sanremo».

Aveva chiesto come condizione per rinnovarlo lo spostamento dall’Ariston e poche settimane dopo il Comune ha deciso una nuova location.

«Vuol dire che ancora una volta abbiamo dato una buona idea che altri sfrutteranno».

Che rapporto c’è tra lui e Vasco?

«Nel 2005 Vasco tornò a Sanremo per aprire la 55ª edizione del Festival, il primo condotto da Paolo. Evidentemente si rispettano e si stimano».

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Paolo Bonolis con Vasco Rossi a Sanremo nel 2005

Lei adesso segue anche Michele Santoro?

«Ho un rapporto personale e di affetto e in alcune circostanze gli ho dato una mano. Però

Michele ha una società che si occupa delle sue attività».

Quindi non sa cosa c’è di vero nelle indiscrezioni che lo danno in pianta stabile su Rai 3?

«Esatto, non lo so».

Abbiamo parlato di Paola, di Bonolis, di Santoro. Roberto Benigni che cos’ha in mente?

«È un grande artista, capace di idee e performance meravigliose. Quando ha qualcosa di pronto mi chiama e me lo dice, ma fino a prima è tutto top secret anche per me».

Lavora meglio con Mediaset o con la Rai?

«Lavoro bene con tutte e due le aziende. Qualche volta mi trovo meno bene con alcuni uomini di Rai o di Mediaset. Per esempio, ricordo forti litigate con Maurizio Carlotti di Mediaset».

Che ora è in Spagna. E litigate in Rai?

«Ne ricordo una forte con Lorenza Lei durante il Festival di Sanremo di Gianni Morandi: avevamo vedute molto diverse. Ma una delle prime persone che mi ha chiamato quando è successo il fatto di Paola è stata proprio Lorenza Lei. Altri momenti di attrito ho avuto con Mauro Masi, con il quale ora ci frequentiamo anche in vacanza. Ho avuto rapporti meravigliosi con Flavio Cattaneo, con Claudio Cappon e Luigi Gubitosi. In Mediaset li ho avuti con Mario Brugola e li ho con Alessandro Salem».

Se dico Monica Maggioni?

«Preferisco far finta di non sentire. Condivido perfettamente l’amarezza di Paola per gli attacchi subiti da una donna che non la conosce né come persona né come professionista».

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Da fiero salesiano Presta twitta spesso frasi di don Giovanni Bosco

Un mestieraccio il manager delle star. Somiglia a quello dei procuratori dei calciatori (che non attraversano un gran momento)?

«Quello è un mondo di soli affari, il nostro è un mondo editoriale e di scelte artistiche. Un procuratore non può incidere sulle qualità di un calciatore. Mentre noi siamo in grado di aiutare ad accrescere il talento degli artisti».

I suoi li sottopone a un regime quasi monacale.

«Se lavoriamo insieme è perché abbiamo idea e gusti della vita simili: poca mondanità, molto lavoro e sacrificio. E profilo basso».

Secondo il detto di Bibi Ballandi, maestro degli agenti: «Volare bassi per schivare i sassi»?

«In un certo senso. Ma nel nostro caso è proprio uno stile di vita, più che un atteggiamento per non farci notare. Cioè, siamo proprio fatti così».

Perché le interessava diventare sindaco di Cosenza e perché ha rinunciato?

«Amo profondamente la mia città e avrei voluto fare qualcosa di buono».

Invece?

«Ho rinunciato perché quell’impegno è combaciato con alcuni nuovi problemi familiari. Comunque, avrei rinunciato di lì a poco perché avevo scoperto che i problemi politici li avevo non con lo schieramento avversario, bensì con gli alleati».

Questioni di primarie nel Pd. A proposito, come si spiega che uno come lei lo si immaginava di più posizionato a destra?

«Questa è una buona notizia, perché se qualcuno mi vede a destra mentre il mio pensiero è un altro, vuol dire che sono bravo a non farmi catalogare. Sono stato attaccato dall’Espresso e da Panorama: significa che sono davvero un uomo libero».

Chi è il «meno uno» che non saluta quando dà la buonanotte a tutti su Twitter?

«Lui lo sa perfettamente».

Vorremmo saperlo anche noi.

«Tanti mi chiedono: “Sono io per caso?”. “Ma avete la coda di paglia?”, rispondo. Un giorno o l’altro lo svelerò».

San Paolo dice: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira».

«Io dico un’altra cosa: meglio conservarsi dei nemici per la vecchiaia, per tenersi allenati e belli svegli».

Comunque, uno sarebbe ancora poco, visto che ha litigato con Antonio Ricci, Beppe Grillo, Campo Dall’Orto. È lo spirito calabrese un po’ fumantino o cos’altro?

«Non sono fumantino, vado per la mia strada. Ma se qualcuno cerca di farmi inciampare difficilmente tiro dritto».

Non conosceva la frase di San Paolo, ma posta frequentemente massime di don Bosco.

«E certo! Sono un salesiano nell’anima. Chi ha studiato in collegio come convittore interno lo è per tutta la vita».

Che eredità le ha lasciato quell’esperienza?

«La capacità di sopportare la fatica. Don Bosco raccoglieva i ragazzi dalla strada, quelli che avevano problemi seri. La strada è l’università migliore che si possa frequentare per capire il bene e il male. Se hai la capacità di riconoscerli, fai le scelte giuste. Io ho sempre saputo da che parte del marciapiede stare. Dalla parte della legge, dell’etica e della morale».

 

La Verità, 25 giugno 2017

 

Tutto chiaro, sulle notizie cala il sonno di Orfeo

Diradata la foschia, il capo del tg più allineato è diventato direttore generale della Rai. Più chiaro di così? La nomina di Mario Orfeo (a proposito: sarà dg o ad?) è la chiusura del cerchio, la prova del nove, la pistola fumante del pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Orfeo era dal primo momento il candidato dell’inner circle renziano: da Matteo Renzi a Maria Elena Boschi, passando per Luigi Lotti. Mai una lamentela, mai un problema da loro. Anzi, canali lubrificati e connessioni rapide. Gestione perfetta della campagna referendaria con sordina messa agli esponenti del No. Ridimensionamento dello scandalo Consip. Nell’agenda del neodg non mancano buoni rapporti anche con settori del centrodestra, tanto che la nomina è stata condivisa anche in cda, con l’eccezione di Carlo Freccero.

Antonio Campo Dall’Orto ha lavorato due anni per trasformare un’azienda di comunicazione obsoleta in media company. Ha commesso qualche errore, chi non ne fa? Ma si era fatto la balzana idea che la Rai andasse riformata e portata nel Terzo millennio. Pittoresco, quel Campo Dall’Orto. Di tutto ciò alla politica non fregava una beata mazza. C’era il referendum costituzionale e ora si avvicinano a grandi passi le elezioni, con la legge che si riuscirà ad arrangiare senza il concorso dei grillini. Complice, non si sa quanto consapevole, Monica Maggioni, che ora si vede scavalcata dalla scelta di un ex direttore del Tg2 e del Tg1, ha vinto la linea di Michele Anzaldi, il pasdaran renziano che un giorno sì e l’altro pure seppelliva sotto gragnuole di ultimatum giornalisti e conduttori non allineati al verbo del capo.

Tre indizi facevano già la prova. Prima il clamoroso flop di Politics di Gianluca Semprini con il recupero dell’irrequieta Bianca Berlinguer (rimossa dal Tg3) aveva molto innervosito gli ambienti renziani. Poi la bocciatura del piano per le news di Carlo Verdelli, senza possibilità d’illustrarlo in cda, aveva costretto alle dimissioni l’autore. Infine il semaforo rosso allo stesso piano riveduto con la scabrosa proposta di nominare Milena Gabanelli alla direzione del portale Rainews.it è stato il colpo di grazia su CDO. Poche chiacchiere, lo scoglio era il controllo dell’informazione. Altro che la media company, gli stipendi degli artisti e balle varie. Ora di indizi ce ne sono addirittura quattro e tutto è lapalissiano. La nomina di Orfeo, il normalizzatore inviso ai 5 Stelle, quadra il cerchio. La copertura si completerà con la promozione di Antonio Di Bella al Tg1 (o di Andrea Montanari). Per una volta il «solito ignoto» è stato scoperto rapidamente. Si sa, quando si avvicinano le elezioni… «Mario Orfeo, è lei che gestirà la Rai per conto del Pd renziano e della nuova Forza Italia durante la campagna elettorale?». Sì, è lui. Fine delle trasmissioni.

I 4 motivi del declino di Campo Dall’Orto

L‘ennesimo tentativo di mettere «i partiti fuori dalla Rai» è finito nel solito modo. Stavolta la resa è ancora più clamorosa perché, per riformarla, proprio la politica nella persona dell’ex premier Matteo Renzi, aveva, con un’apposita legge, trasformato il direttore generale in amministratore delegato. Salvo poi pentirsene, appena constatato che l’uomo incaricato voleva davvero lasciare i partiti fuori dalla porta. È la prima volta che un leader politico silura il manager prescelto. Tanto più in un momento in cui i numeri dell’azienda, ascolti e introiti pubblicitari, risultano positivi. Teoricamente tutto potrebbe raddrizzarsi dopo l’incontro di Antonio Campo Dall’Orto e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ma la sensazione è che i margini di manovra del Superdirettore resterebbero minimi. Difficile che lo spirito zen basti a resistere.

Ecco una breve lista dei motivi che, dopo la resa di Carlo Verdelli, hanno determinato anche il tramonto di CDO. Con relativa percentuale.

Michele Anzaldi, portavoce di Matteo Renzi

Michele Anzaldi, portavoce di Matteo Renzi

  • Arroganza della politica. Cioè, nella fattispecie, dei renziani. Lo si è già detto e scritto a ripetizione: la maggiore indipendenza della Rai equivale al suicidio dei politici. Gli uomini del Palazzo sono abituati a spadroneggiare, decidere nomine, fare e disfare direttori e conduttori. Nel caso specifico, Michele Anzaldi e i suoi soci in Vigilanza e nel Cda non hanno tollerato soprattutto la gestione di Rai 3. Lo spazio conquistato da Bianca Berlinguer dopo il flop di Gianluca Semprini a Politics; l’autonomia di Report, libero di fare giornalismo d’inchiesta senza riverenze; il progetto di affidare a Milena Gabanelli la direzione della nuova testata d’informazione sul web. Indipendenza? Autonomia? Non scherziamo. È un caso che il capolinea arrivi quando si deve votare sulle news e alla vigilia di elezioni molto incerte? La verità è che Campo Dall’Orto non era abbastanza asservito. Oltre l’ultima spiaggia. 50%
  • Ambizioni del presidente. Dopo aver determinato l’isolamento di Carlo Verdelli, costretto alle dimissioni in seguito alla bocciatura del suo piano dell’informazione (che non ha potuto illustrare in Cda), Monica Maggioni ha votato contro anche la versione prodotta da Campo Dall’Orto. Bocciata anche la scelta di Milena Gabanelli alla direzione della testata web. La presidente-giornalista voleva farlo lei il piano per le news? Dark lady. 20%
Monica Maggioni, presidente della Rai

Monica Maggioni, presidente della Rai

  • Gestione confusa e ostacolata. Probabilmente, al di là dei suoi interessi di portafoglio, ha ragione Fabio Fazio a lamentare che mai come in questo periodo l’attacco della politica è stato pesante. Prima la bomba dei compensi per dirigenti e artisti (nemmeno alla Bbc le star hanno il tetto), poi quella delle troppe assunzioni esterne, infine quella della pubblicità contingentata per fasce orarie. Non era facile sciogliere tutti questi nodi. Groviglio inestricabile. 15%
  • Ingenuità di Campo Dall’Orto. In questa situazione serviva fare squadra, tessere alleanze interne, soprattutto nel Cda. Non averlo fatto per un difetto di sagacia è stato il principale errore del dg. Troppo educato, troppo per bene, per resistere e governare la nave nella tempesta, in mezzo a troppi giochi di potere. Campo Dall’Orto parlava di media company, i pasdaran renziani controllavano i troppi ospiti non allineati dei talk show. Tecnico, non politico. 15%

Il trivio di FF, Mediaset prima opzione poi La7

Magari non succederà niente. E Fabio Fazio si quieterà rimanendo appollaiato nella domenica sera di Rai 3. O magari assisteremo a un bel ribaltone, di quelli che stravolgono gli equilibri televisivi. Un clamoroso cambio di casacca. Lo scopriremo nelle prossime settimane, ma le premesse ci sono tutte. In questi giorni i dirigenti Mediaset stanno definendo l’offerta per il conduttore di Che tempo che fa e la sua squadra. Qualcuno sostiene che la proposta sia già stata presentata. Proposta ampia, pacchetto completo. Non solo per il programma della domenica sera. Sollecitato dai nuovi autori e autrici, Fazio vuole provare altre strade, primetime o strisce di seconda serata, come ha già dimostrato con il Rischiatutto 2.0 per il quale aveva sperato nella promozione su Rai 1. I dettagli si preciseranno strada facendo.

Chi conosce FF lo descrive attraversato dal dubbio amletico: lascio la Rai dopo 34 anni di onorato servizio (pubblico) o rimango? Nel conduttore savonese convivono due anime, riconoscibili nel nome e cognome. La differenza è in una consonante. L’anima buona e conciliante è quella di Fabio, con quella «bi» morbida e rotonda che favorisce le convergenze. Potremmo definirla l’anima goliardica e arboriana, quella più in auge al momento e visibile in Che fuori tempo che fa. Poi c’è l’anima sferzante di Fazio, dominata dalla «zeta» tagliente e pronta a recidere. È l’anima più ideologica e savianesca, televisivamente un tantino in ribasso dai tempi di Vieniviaconme e Quello che (non) ho.

Dunque, FF è di fronte al bivio. Anzi, al trivio: Rai, Mediaset o La7? Dopo la famosa intervista a Repubblica, nella quale parlò di «un vulnus forse insuperabile» riferito agli attacchi della politica che hanno provocato la rottura «di un patto di fiducia tra Viale Mazzini e gli uomini e le donne che ci lavorano», è difficile immaginare che rinfoderi la spada e torni nei ranghi. A fine maggio su Rai 1 sarà il cerimoniere di un evento speciale per il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Ma, a quel punto, i giochi potrebbero essere fatti. Il suo contratto scade a giugno e, polemiche per il tetto di 240.000 euro a parte tutte da gestire, con qualsiasi cachet non mortificante rispetto all’attuale (circa 2 milioni l’anno) dovesse restare in Rai, si troverebbe sempre in una posizione scomoda e sotto tiro dei commissari di vigilanza. Difficile lavorare sereni sentendosi graziati dall’Avvocatura dello Stato.

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

In quella stessa intervista il conduttore aveva annunciato la possibilità di autoprodurre i suoi programmi. Anche per Mediaset? «Nessuna difficoltà», era stata la risposta. «Se i partiti indeboliscono il servizio pubblico, gli editori privati sono incoraggiati ad approfittarne». Per Mediaset i 2 milioni annui non sono un problema insormontabile. Anzi, considerato il contratto ad ampio raggio d’azione, il cachet potrebbe pure lievitare. Nemmeno sarebbe un ostacolo il trasferimento di Luciana Littizzetto, che ha già collaborato con Canale 5 partecipando ai programmi di Maria De Filippi. Altri dettagli sarebbero risolti da quello stratega delle trattative che risponde al nome di Beppe Caschetto, altro protagonista della scacchiera. È sugli spazi e i contenuti televisivi del pacchetto che si deciderà il futuro di FF (e quello di LL). Sensibile, da buon ligure, al richiamo del portafoglio, tuttavia, da quando riscosse la famosa buonuscita (14 milioni) per la morte precoce del progetto di La7 targato Roberto Colaninno, Fazio non ha più problemi di soldi. Contano molto le garanzie, la libertà di movimento, l’autonomia editoriale. Tra le tante star Rai che mandano segnali d’irrequietezza, osserva una fonte beninformata, Fazio sembra quello più facilmente integrabile nella programmazione delle reti Mediaset.

I giochi, tuttavia, sono appena cominciati. Ecco perché non va dimenticata anche l’opzione La7. In rotta con la dirigenza Rai, nel 2012 Fazio condusse proprio nella tv, allora di proprietà Telecom, Quello che (non) ho (in coppia con Roberto Saviano). Dal punto di vista editoriale il passaggio a La7 potrebbe essere ancora più disinvolto. In un colpo solo l’arrivo del conduttore di Che tempo che fa accenderebbe la rete nel week end, smonterebbe un pilastro della concorrenza e arricchirebbe la squadra composta da Enrico Mentana, Lilli Gruber e Giovanni Floris. Dalle parti di Cairo, però, si sa bisognerebbe superare l’ostacolo economico.

Non resta che aspettare. FF foglia il 730. E i palinsesti: vado o non vado? Avrà l’ultima parola la «b» o ce l’avrà la «z»? Magari non succederà niente. O magari…

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

Riusciranno mai i politici a riformare la Rai?

Eh sì, bisognerebbe riformare la Rai. Mettere fine allo scempio, allo spreco. Bisognerebbe modernizzare la tv di Stato, residuato della Prima Repubblica, pagata con i nostri soldi che finiscono nelle tasche delle star viziate che hanno bottega su Rai 1 e Rai 3, 4 e 5. Bisognerebbe farlo, una volta per tutte. Per sanare l’anomalia di un servizio pubblico che vive per un terzo di pubblicità. Per risolvere la contraddizione della «prima azienda culturale italiana» che compete sul mercato. Ovvero nella gara degli ascolti e, di conseguenza, nella contesa a suon di milioni degli artisti più popolari. Bisognerebbe riformarla questa Rai. Per sanare il vulnus di un’azienda il cui non più direttore generale ma amministratore delegato, alla maniera delle grandi imprese private, è nominato dal ministero dell’Economia, cioè dal governo. Il quale, amministratore delegato, nomina a sua volta i direttori delle reti e dei telegiornali, della fiction, del cinema, della radio, dello sport e della pubblicità-tà-tà-tà. Indi per cui si sospetta, ma è solo un sospetto, che anche l’informazione, i mezzibusti, i conduttori dei talk show, le ospitate nei salotti di approfondimento (o sprofondamento?), i tenutari di rubriche di viaggi e salute, i metereologi e i presentatori e direttori artistici dei Festival della canzone siano, come dire, determinati dalla politica.

Detto banalmente, da buon ligure Fabio Fazio se n’è accorto ora che il tetto di 240.000 euro l’anno ha rischiato di planare anche sulla sua dichiarazione dei redditi. Non fosse stato per il parere dell’Avvocatura di Stato… Anzi, la Rai bisognerebbe riformarla per passare la spugna pure sui pareri degli avvocati dello Stato, che poi devono tornare in Cda, per poi essere rilanciati in Parlamento, per poi… Già che ci siamo la spugna andrebbe passata sui contratti di convenzione di servizio pubblico, da rinnovare ogni tot anni, previo psicodramma nelle aule di Palazzo San Macuto. E ancora, per abolire il canone di abbonamento e la sua evasione, nonostante il pagamento nella bolletta elettrica.

Riformerò la Rai, aveva annunciato Matteo Renzi contestualmente alla salita a Palazzo Chigi. S’è visto com’è andata. Non è detto sia cattiveria, ma un fatto strutturale, di com’è fatto il nostro sistema istituzionale e di divisione dei poteri. La riprova: l’avevano promesso i governi di tutte le repubbliche, seconda, prima e prima della prima. Risultato identico. Il fatto è che la Rai è la riserva di caccia della politica, la prateria dove far pascolare portaborse, onorevoli, gregari di palazzo, ministri e sottosegretari mancanti, garantendo loro un po’ del potere che non riescono a esercitare in prima linea. Per tenerli buoni. Privatizzarla sarebbe come segare il ramo su cui la politica sta seduta. Ricordate Francesco Storace, Michele Bonatesta, e venendo più vicini al presente, Maurizio Gasparri e Renato Brunetta? Ministri delle Telecomunicazioni, riformatori, vigilanti di Stato. Privatizzare la Rai servirebbe pure a spianare la Commissione di Vigilanza. Basterebbe da solo, come motivo. Pensate che vita, senza le invettive quotidiane di Michele Anzaldi. Solo che a lui e a quelli come lui bisognerebbe trovare un altro lavoro.