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«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

«Vivo in un Truman show, giusto avere un piano B»

Ha visto? Le cose più desiderate e attese sono quelle che riescono meglio», attacca Simona Ventura. «Se si concretizzano, sì», replico.

Lo sa che l’attendono 300 domande?

«Perciò devo rispondere in modo sintetico?».

Vedo che ha colto.

«Bene. Tanto, io sono una palla pazza che strumpallazza».

Prego?

«Era la pubblicità di una palla per giocare. In questo periodo mi sento un po’ così».

Allora cerchiamo di fermare lo strumpallazzamento… Come sta suo figlio Niccolò?

«Molto bene e non solo di salute. Gli sono più chiari i suoi obiettivi. Ma tutti tre i miei figli li vedo focalizzati sui loro sogni, e già il fatto di averli significa che sia io che Stefano (Bettarini ndr) abbiamo lavorato bene».

Che riflessione ha causato la nottata all’Old Fashion?

«È stata una prova che l’ha fatto crescere come, credo, succede a tutti quelli che vanno così vicini alla morte. Per me è un miracolo: quando vedo altre mamme che i figli non li hanno più, provo imbarazzo e affetto per loro anche se non le conosco, come nel caso della madre di Marco Vannini».

Rispetto a qualche decennio fa, ai ragazzi di oggi mancano punti di riferimento?

«Mi faccio spesso un bell’esame di coscienza. I figli sono la mia priorità e come madre ho cercato di dare il meglio, trasferendo loro quello che mi hanno insegnato i miei genitori. Però, forse, per compensare il senso di colpa di essere assorbiti dal lavoro, abbiamo dato ancor prima che loro desiderassero. Se si spiana la strada dai dossi, poi, il primo che si incontra, sembra una montagna».

Argomento frequentato: mi dice qualcosa di nuovo sul suo ritorno in Rai?

«Domenica scorsa sono stata alla Domenica sportiva e mi ha colpito l’affetto delle maestranze. Ritrovare dopo tanto tempo l’affetto delle sarte, dei cameraman, delle persone della vigilanza mi rende felice».

The Voice of Italy è partito bene, ce la farà a imporre un nuovo talento musicale?

«Ce la faremo. Penso che insieme alla rete e alla società di produzione abbiamo scelto le persone giuste. Gli inediti stanno già entrando in tendenza… Credo che The Voice sia un piccolo gioiello che fa musica in modo ironico e giocoso».

Ha scelto una giuria politicamente scorretta.

«Il fighettismo non fa per me. A volte ho avuto incomprensioni con i radical chic, io sono pop. La mia televisione vuole essere includente, per tutti e senza orpelli».

Differenze da X Factor?

«Molteplici. Quando X Factor cominciò in Rai il mercato era fermo. Io e Morgan dicevamo: ok, cantano le cover e poi? Così, abbiamo inventato l’inedito che poi tutti i talent hanno adottato. Giusi Ferreri diventò la regina dell’estate. Poi anche ad Amici sono arrivati i cantanti. A The Voice devi dire un sì o un no alla voce, il look non conta. In tutto il mondo ha grande successo, in Italia no perché non si è riusciti a dare un seguito. La qualità di un talent si vede da quello che accade dopo».

Quando lei starà già facendo Pechino Express e Quelli che il calcio?

«Glielo giuro, non lo so. Non riesco a pensare più cose contemporaneamente. Voglio portare bene a casa questo lavoro che è appena cominciato. Per me è stata una scommessa all in. Quando mi ha chiamato Carlo Freccero ho pensato che volevo venire in Rai. Raramente, seguendo il mio istinto sbaglio… Ovviamente a volte, è successo».

E quando Freccero non ci sarà più?

«Piangerò come Marco Materazzi quando Mourinho lasciò l’Inter dopo la Champions League. Da aziendalista ho un ottimo rapporto anche con l’ad Fabrizio Salini, mio direttore a Fox quando facevo Il contadino cerca moglie».

Ha lavorato in Rai, Sky e Mediaset: differenze?

«Anche su La7 per Miss Italia, da dove sono uscite Giulia Salemi, Clarissa Marchese, Sara Affi Fella, Soleil Sorge».

Chi sono?

«Come, chi sono? Non vede Uomini e donne?».

Torniamo agli editori.

«La Rai è culturalmente elevata e includente. In Mediaset, dal 1994 al 2001, c’era una forza creativa straordinaria. Mi sono trovata bene negli ultimi 3 anni. Mi sono sentita in famiglia nel gruppo di lavoro di Maria De Filippi (Fascino ndr). In Sky sono entrata pensando che fosse molto innovativa, e tecnicamente lo è Ma forse una multinazionale non può avere il sentimento che hanno Rai e Mediaset. È rimasta un’esperienza di cui ho fatto tesoro».

Quanto incide il politicamente corretto in televisione?

«Io sono un po’ bastian contraria: quelli di sinistra pensano che sia di destra e quelli di destra mi etichettano di sinistra. Mi sta bene così. Mi piace arrivare a tutti. A volte chi non è politicamente corretto è considerato pericoloso».

C’è un’overdose di reality show?

«Io non ne faccio in diretta da una vita. Temptation Island vip è stato registrato in 21 giorni ed è ancora il più visto della stagione di Mediaset. La Rai non ha reality e secondo me se n’è liberata un po’ presto. Se li declini verso il basso non li recuperi più, se verso l’alto possono dire ancora qualcosa. Se li fai in diretta, per l’audience o fai cose eclatanti e allunghi».

All’Isola dei famosi del 2004 Aida Yespica e Antonella Elia che si tiravano i capelli nel fango erano il record del trash: poi?

«Quel record è stato ampiamente battuto e… fortuna che il pubblico può scegliere. Comunque, L’Isola era anche altre cose, partiva dalla sopravvivenza, una situazione in cui ognuno tira fuori la sua vera natura. Il gossip era secondario».

Lory Del Santo va al Grande fratello vip per elaborare il lutto della morte del figlio, Fabrizio Corona annuncia a Riccardo Fogli il tradimento della moglie, la figlia di Cristiano De André: tutto ok?

«Non so come funzioni a Mediaset, in Rai impongono delle regole. Poi può sfuggire qualcosa. Ci sono tante variabili in queste cose…».

Anche la tenuta delle coronarie di Fogli…

«Esatto. Se gli viene un colpo? So che c’è un medico bravo però».

Ah be’, allora… Manderebbe i suoi figli in un reality condotto da Barbara D’Urso?

«Non credo vogliano andare, né di Barbara D’Urso né di altri. Non vogliono fare tv come figli di. Trovo che Barbara sia una stakanovista, io non ho la sua energia. Da quello che capisco i miei figli cercano una strada fuori dalla tv. Avranno tempo, Caterina ha 13 anni e, a parte The Voice, guarda solo Youtube».

Che cosa pensa dell’industria del gossip, il gioco di specchi di tv e rotocalchi che si alimentano a vicenda?

«Ho accettato di fare The Voice perché è fuori da questo meccanismo. No gossip e casi umani. Si parla di musica e i giovani si riavvicinano alla televisione. Il pubblico è molto più preparato di qualche anno fa».

Che cosa guarda la telespettatrice Simona Ventura?

«Sono onnivora, anche grazie a Raiplay e Mediaset on demand. Al mattino salto da Agorà a Storie italiane a Mattino 5 a Skytg24. La sera Quarto grado, Franca Leosini, Gomorra su Sky, le serie di Netflix».

Il suo programma di culto?

«Forum al pomeriggio e Uomini e donne di cui sono addicted, Maria lo sa».

Che idea si è fatta del momento difficile di persone come Sandra Milo, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo?

«Sandra è una persona fantastica e mi spiace moltissimo. Un tempo si guadagnava tanto e si pensava che quell’eldorado durasse per sempre. Si era generosi con i figli, sono sbagli da genitori. Oppure si facevano investimenti avventati. Oggi sta cambiando la mentalità e questo comporta morti e feriti. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro e a ricominciare, in questo Internet può aiutare».

Quanto è difficile preservare la vita da una professione che è molto più che una professione?

«Io potrei smettere anche domani. Mi piace molto questo momento, ma sono temprata a ogni situazione. So cosa succede se si spegne la luce, ho sempre avuto un piano B. Altre colleghe non lo so».

Vivete dentro un grande Truman show, come una volta disse Maria De Filippi?

«Un po’ mi sento così, ma me lo sono scelto. La famiglia è fondamentale. Certo, quando lavoro m’impegno a testuggine, i miei figli lo sanno. Quando non lavoro sono tutta per loro. Un po’ corre il cane, un po’ corre la lepre».

Segue la politica?

«La seguo, ma faccio finta di no».

C’è qualcuno che le piace di più?

«Mi piacciono le persone più dei partiti. Alle Europee voterò per una persona».

Ma non mi dice chi è.

«No. Vorrei che in questo Paese ognuno potesse esprimere la propria opinione essendo rispettato».

Anche se non è mainstream?

«Soprattutto. Vorrei che potesse dirla anche se non la condivido».

Alla Voltaire.

«Esattamente».

Se dovesse condurre un talent di politici chi chiamerebbe in giuria?

«Chiunque può fare la giuria, ma in realtà, penso che i politici ci siano già, dovrebbero solo essere aiutati a decidere. Con Internet dovrebbe essere tutto più rapido ed elastico, invece per fare una legge ci vogliono anni. Siamo il Paese del non cambiamento, ingessato dalla burocrazia e dagli apparati. Vorrei che ripartissero i cantieri e che le tasse fossero al 20%».

Giovanni Terzi è l’uomo giusto?

«Lo spero con tutta me stessa. Posso dire che è una persona eccezionale».

Qualche anno fa la vedevo a messa la domenica sera dopo che aveva condotto Quelli che il calcio: ha cambiato abitudini?

«Quella della messa domenicale sì, è un po’ cambiata: più facile che entri in chiesa in momenti meno tradizionali. Ho imparato a pregare il Signore anche quando non sono in difficoltà. Negli anni mi sono appassionata a quello che fanno le case famiglia per il bene delle persone».

Se il Torino andasse in Champions League?

«Spererei che ci rimanesse, così come se andasse in Europa League. Grazie a un presidente che ha una strategia, il Toro è una bella favola. Tra le poche del calcio italiano».

 

Versione originale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il diario un filo troppo apocalittico di Verdelli

Detta in modo brutale, la questione sollevata dal libro di Carlo Verdelli Roma non perdona – Come la politica si è ripresa la Rai (Feltrinelli) è la seguente: il cambiamento della Rai può essere realizzato solo da dirigenti e manager esterni o potrebbero farcela anche capi allevati nella pancia del pachiderma? Lo scaravoltamento, come lo chiamava entusiasticamente la presidente Monica Maggioni, può essere opera solo di alieni, qualcuno catapultato da fuori, o possono riuscire nell’impresa anche coloro che ci sono nati dentro e conoscono corridoi e sottoscala come le loro tasche? Scremata dal risentimento, da una certa dose d’incazzatura che pervade il racconto di Verdelli, ridotta al nocciolo, la questione è, in fondo, questa. Messa così, d’istinto, vien da dire che probabilmente è più libero, svincolato da legami pregressi e debiti di riconoscenza chi viene da lontano. Gli «interni» difettano inevitabilmente della distanza indispensabile per possedere una visione disincantata e operare senza cedimenti e partigianerie. È un fatto oggettivo, strutturale, verrebbe da dire. Chi viene da dentro è troppo dentro: per ragioni fisiologiche e filosofiche.

Carlo Verdelli è stato direttore editoriale per l’Offerta informativa della Rai dal 26 novembre 2015 al 3 gennaio 2017, quando si è dimesso dopo la bocciatura, senza voto, del Consiglio d’amministrazione del suo Piano di riforma dell’informazione realizzato in cinque mesi (quello di Luigi Gubitosi, altrettanto abortito, aveva richiesto due anni). Niente Tg2 a Milano, creazione delle macro aree al posto dei tg regionali, TgSud, fusione di RaiNews24 e TgR, redattore multisuo e mobile journalism. Niente di niente. Solo promesse e dimissioni. Come Verdelli, con motivazioni diverse e diverse modalità, uno dopo l’altro si sono dimessi quasi tutti i dirigenti di quella stagione: Antonio Campo Dall’Orto, sei mesi dopo, Daria Bignardi che era direttrice di Rai 3, Ilaria Dallatana di Rai 2, per ultimo Gabriele Romagnoli, capo di Rai Sport.

A Roma li chiamavano «i milanesi», anche se Campo Dall’Orto è veneto e Romagnoli bolognese. Il corpaccione li ha rigettati, come tanti pezzettini sputati da Polifemo, racconta l’autore. Verdelli è finora l’unico che si è espresso pubblicamente su quell’esperienza, probabilmente perché il suo divorzio è stato il più brutale ed è arrivato dopo una nomina a sorpresa che aveva suscitato non poche aspettative. Io stesso ne nutrivo alcune. Va detto che, aldilà della sua vicenda personale, la stagione di Campo Dall’Orto era parsa inaugurare effettivamente un nuovo corso. La media company, l’ingresso nell’era digitale, la razionalizzazione delle testate giornalistiche, il gioco di squadra, un diverso dinamismo nell’intrattenimento e nella fiction. In sintesi, il trasloco del servizio pubblico televisivo dal Novecento al Terzo millennio.

Tuttavia, personalmente, avendo seguito numerosi tentativi poi abortiti, sono molto scettico sulla possibilità di rinnovarsi della Rai. Ci sarà un motivo se, come scrive Verdelli, nella morìa delle tante madri italiche, la lira, la Fiat, la naia, la Dc, Mamma Rai, insieme a mamma Roma, è l’unica sopravvissuta.

A farla breve, sempre in quel modo brutale, il motivo è che la politica non taglia il ramo su cui sta seduta. «La Rai è la torta nuziale di chi vince le elezioni». È un bottino, la prateria nella quale i partiti piazzano amici, parenti, amanti, politici trombati. Sebbene, puntualmente, contestualmente al suo insediamento, ogni nuovo governo dispieghi come un manifesto la volontà di tenere la politica fuori dalla Rai.

Anche la mission consegnata da Matteo Renzi al nuovo amministratore delegato suonava allo stesso modo. Vai, cambia la Rai e fregatene dei partiti. Poco alla volta però le cose sono cambiate. E la marcatura dei suoi uomini si è fatta soffocante. Prima sono scesi in campo gli «organismi dissuasori», l’Usigrai, la Commissione di Vigilanza, il Cda. Dopo breve monitoraggio degli innovatori, è toccato ai ventriloqui del capo. È «“la peggiore gestione nella storia della Rai” (copyright di Maurizio Gasparri, pasdaran della destra che fu berlusconiana?», si chiede Verdelli. «Macché, di Michele Anzaldi, diversamente allegro deputato Pd e portavoce dell’ultimo Renzi)». «Questi non hanno capito chi ha vinto», ribadì sempre Anzaldi per coloro che non avevano afferrato il concetto. I tre consiglieri di minoranza, Giancarlo Mazzuca, Carlo Freccero e Arturo Diaconale «hanno fatto meno danni alla Rai di Campo Dall’Orto di quelli inviati per sostenerla», annota l’attuale direttore di Repubblica. Insomma, il delitto del fuoco amico è il dato più evidente di quella stagione.

Risulta perciò piuttosto pretestuosa la scelta di Verdelli di apporre come post-scriptum di ogni capitolo dei flash «dal paese dei balocchi», mostrando incongruenze e volgarità dei nuovi politici e del governo gialloverde, smanioso di occupare l’azienda radiotelevisiva. Milena Gabanelli, Massimo Giannini, Massimo Giletti e Nicola Porro sono stati accompagnati alla porta in epoca renziana. Mentre il simpatico Fabio Fazio è ancora al suo posto a quasi un anno dalle nomine di Fabrizio Salini e Marcello Foa. Quel post scriptum è un attacco a un post nemico che arriva dopo il the end sulla stagione di Campo Dall’Orto e Verdelli. In mezzo c’è stato anche il film di Mario Orfeo, con Monica Maggioni sempre presidente. Il che dà a tutto il diario – privo di ammissioni di colpe, tipo una certa sindrome da bunker della struttura creata ad hoc – un tono da dopo di noi il diluvio. Quella stagione è stata, sì, un’occasione persa per la Rai, l’ennesima, triste dimostrazione della sua irriformabilità. Ma non sarà un filo troppo apocalittico far intendere che, con il successivo arrivo dei barbari, sia stata anche l’ultima spiaggia della politica, del Paese e dell’Italia tutta?

 

«Vorrei raccontare su Rai 1 il Medioevo di Dante»

Frati sodomiti e maneggioni neanche fossimo nel presente. Il nome della rosa è di sicuro un grande romanzo, un classico dell’intrigo, una saga gotica a tinte gialle; non a caso Umberto Eco ha attinto da Arthur Conan Doyle e dal suo Sherlock Holmes, cui Guglielmo da Baskerville deve svariate somiglianze (oltre alla citazione del Mastino dei Baskerville). Bene, grande opera: ma sempre un Medioevo cupo, peccaminoso, perverso. In una parola, oscurantista, come lo tratteggiano certi stereotipi storiografici. Sembra sia impossibile raccontare l’Età di mezzo com’era: pur con tutte le sue violenze, ma anche un’epoca di religiosità e misticismo profondi, e fiorente di arti, lettere e architettura.

Anche un regista come Pupi Avati rifiuta l’identificazione pedissequa tra Medioevo e oscurantismo. Magnificat, un film del 1993, gli è valso la conquista di tre premi di medievistica: il Jacques Le Goff, intestato all’eminente storico francese, il premio Cecco d’Ascoli e il premio di archeologia medievale intitolato a Riccardo Francovich. «In quel film, ambientato durante la settimana santa del 926 in un’abbazia dell’Appenino tosco emiliano raccontavo un Medioevo diverso da come lo si vede di solito. C’erano le violenze e le atrocità più tremende – io stesso rappresentavo lo squartamento di una donna – ma non tutto era male, peccato e perversione. Era un film in cui, attraverso i protagonisti, raccontavo un clima, delle tradizioni, una cultura nella quale prevaleva la sacralità della vita». Anche I cavalieri che fecero l’impresa, ambientato nel tredicesimo secolo, evidenzia uno sguardo diverso su quell’epoca… «Era la storia di cinque cavalieri che vanno alla ricerca della Sindone – che per noi rappresenta ciò che è il Gral per il mondo sassone – e la riportano in Occidente».

Una storiografia di parte identifica il Medioevo con «i secoli bui» e ora anche la visione della serie tratta dal libro di Eco lo riproduce acriticamente. Avati confessa di non aver visto i primi episodi: «Ma non ho dubbi che la qualità sia notevole», premette. «Più che altro mi lascia perplesso l’idea del remake di un’opera che si è già imposta nel tempo sia a livello letterario che cinematografico. Riproporla ora nasconde l’ambizione di aggiornarla e rinfrescarla. Da autore ritengo sia un atteggiamento vagamente parassitario, che risponde a calcoli di marketing e di indici di ascolto. Questa considerazione vale per qualsiasi remake di opere prestigiose, un po’ come se volessi rifare 8 e ½… E vale anche per la televisione che si fa acquistando format in Spagna o in Gran Bretagna, un’implicita ammissione che noi italiani abbiamo esaurito la vena creativa. Io non credo sia così».

Avati non condivide invece l’obiezione secondo la quale conviene dare priorità alle storie contemporanee e alla tv del presente: «Anche la storia può trasmettere contenuti validi per l’oggi, la tv didattica aveva i suoi pregi», sottolinea il regista. A patto che, nell’intento di attualizzare a tutti i costi un’epoca lontana, si forzino espressioni e situazioni, come quando in un ammonimento di Guglielmo da Baskerville («Mentre noi sogniamo mondi migliori, governanti ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso») molti hanno visto una lezione per l’Italia governata da Lega e Cinque stelle. «Oggi ci scandalizziamo per la violenza di quei monasteri e delle crociate. Ma se pensiamo alle decapitazioni in diretta dell’Isis, forse potremmo essere meno baldanzosi», osserva Avati. «Nei miei film ho tentato di raccontare il Medioevo per come era: un’epoca pervasa dalla sacralità del tempo e del lavoro, dominata dalla presenza di un Dio che non si manifestava, ma era perennemente atteso. Si viveva con la percezione che tutti sarebbero stati risarciti, nell’aldilà. C’era la condivisione della morte, la promessa di un dialogo, di un rapporto che continuava con i cari scomparsi. Questo tipo di immaginazione, questa relazione trascendente, è durata con la nostra civiltà contadina fino al Dopoguerra. Oggi si è completamente persa, l’immaginazione delle nuove generazioni è tutta definita dalle banche dati di Cupertino e dai guru della Silicon Valley. Oggi non credo che Dante Alighieri riuscirebbe a scrivere La Divina Commedia».

A proposito di Dante, di vena creativa e d’immaginazione, Avati coltiva da molto tempo l’idea di portare al cinema e in televisione la vita del Sommo poeta, detto per inciso, coevo di Guglielmo da Baskerville. Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte di Dante. «Nella sua opera abbiamo la visione completa dell’universo medievale», sottolinea il cineasta. «Il sommo bene, il Paradiso, compensa l’opera e la creazione del diavolo di cui oggi, eccetto me, non parla più nessuno, preti e genitori compresi». Tornando a Dante, già nel 2001 Avati ricevette l’incoraggiamento da Giancarlo Leone e Stefano Munafò di Rai Cinema e Rai Fiction, di preparare un film sull’autore della Commedia. La fonte scelta dal regista è Il Trattatello in laude di Dante la prima biografia del Poeta scritta da Giovanni Boccaccio. «Nel 1350, 29 anni dopo la morte di Dante, Boccaccio, che era un dantista e aveva già copiato tre volte La Divina Commedia, ebbe l’incarico da una congregazione di Firenze di portare dieci fiorini a suor Beatrice, figlia del Poeta, monaca a Santo Stefano degli Ulivi di Ravenna. Una volta giunto lì», si appassiona Avati, «con l’aiuto della figlia, Boccaccio incontra Piero Giardini, amico del Poeta, e apprende molte informazioni sulla sua vita, dalla data di nascita al luogo dove si trovano gli ultimi 13 canti del Paradiso, l’abitazione del suo esilio a Ravenna. Ne scaturì il famoso Trattatello al quale dobbiamo molto di ciò che sappiamo oggi su Dante».

Al progetto di Avati, un film per il cinema e una miniserie per la Rai, hanno già dato il patrocinio il Ministero dei Beni e le attività culturali, l’Accademia della Crusca con un suo comitato scientifico, e il comune di Ravenna, con il sindaco Michele De Pascale. «Sono sicuro che quando si avvicinerà la ricorrenza del 2021 gli appetiti delle grandi società di produzione si sveglieranno», prevede il regista. «Nella mia sceneggiatura sono protagonisti due dei tre fondatori, con Francesco Petrarca, della lingua italiana. Mi auguro che, vicino alle biografie di Mia Martini e Giorgio Armani, si trovi spazio anche per Dante Alighieri, l’italiano più noto nel mondo. E che a decidere le assegnazioni non siano solo la potenza di fuoco e la forza contrattuale dei soggetti in campo, ma anche la passione, l’originalità della storia e la cura artigianale nel realizzarla».

La Verità, 8 marzo 2019

«Drive in? Nacque tutto da un mio programma»

«No, guardi, le interviste alla mia età sembrano coccodrilli anticipati. E poi sono quasi sempre noiose…». Difficile annoiarsi con lei. «Va bene, ma facciamo una cosa rapida». Romano, settantun anni, intrattenitore e autore televisivo, commediografo, sceneggiatore e doppiatore di successo oltre che storico conduttore dei Fatti vostri, Giancarlo Magalli è uno che conosce tutto e tutti. D’accordo, facciamo presto, ma non sia riluttante. Con tutte le vite che ha…

Cominciamo da quella meno nota: come ha fatto a diventare maggiore di polizia?

«Polizia locale, precisiamo, i vigili urbani. Negli anni Ottanta due o tre notti a settimana mi aggregavo alle pattuglie come volontario. I dirigenti del corpo mi hanno dato questo titolo. Sono orgogliosi di avermi tra loro e io di starci».

Due o tre notti a settimana in pattuglia per fare cosa?

«Ho partecipato a decine d’interventi. Ho scoperto la vita delle guardie mediche, il pronto soccorso, l’obitorio, l’albergo del popolo e quanti pazzi vagano per la città».

Adesso non va più in pattuglia?

«No, partecipo a qualche cerimonia. A dare il benvenuto ai 300 nuovi assunti c’eravamo io, la sindaca e il comandante dei vigili».

È anche socio benemerito dell’Associazione nazionale carabinieri?

«Sono molto legato all’Arma. Da allievo di cavalleria volevo optare per i carabinieri, ma mio padre si oppose. Così divenni anch’io ufficiale di cavalleria. Come socio d’onore presento i concerti e le manifestazioni dell’Arma all’Arena di Verona, all’Auditorium…».

Il titolo di commendatore al merito della Repubblica a cosa lo dobbiamo?

«A Oscar Luigi Scalfaro che me l’ha dato per il lavoro nel sociale, per Telethon e altre cose che non vado a raccontare, ma chi le deve sapere poi le sa».

Tutta questa bontà evapora appena compare Adriana Volpe?

«Non voglio parlare di Adriana Volpe, una persona che ottiene visibilità solo parlando di me».

Altra vita: primo animatore turistico italiano.

«A Natale del 1967 andai con i miei genitori in vacanza in montagna. L’8 gennaio dovevo partire militare, perciò volevo divertirmi. Organizzavo le gare di slittino e di sci e le serate per gli ospiti. Nello stesso albergo c’erano anche i dirigenti dell’Eni: “Perché non viene a fare l’animatore da noi che dobbiamo aprire un villaggio sul Gargano?”. “Dopo il militare, tra un anno e mezzo, si può fare”. E così fu».

Destinazione Pugnochiuso, l’attirava il nome?

«La politica non c’entra. Il nome lo inventò Enrico Mattei sorvolando in elicottero la costa. L’Eni stava aprendo una raffineria a Manfredonia, vide questo promontorio a forma di pugno, lo comprò e ci fece costruire un albergo con un centro sportivo per i dipendenti».

Lei capo, gli altri animatori?

«C’era Stefano Disegni, ora disegnatore e fumettista affermato».

Conobbe molta gente?

«Avevo un budget ridottissimo e mi rivolsi ad alcuni impresari pugliesi, chiedendo di trovarmi qualche artista poco esigente. Vennero Pippo Franco, Enzo Beruschi e i Gatti di Vicolo Miracoli. Qualche anno dopo li scritturai per Non stop».

Fiorello non lo incrociò?

«Era tra gli allievi dei corsi per animatori che tenni a Ostuni».

Che allievo era?

«Era uno fra i tanti, non lo conoscevo. Fu lui anni dopo a dirmi che aveva frequentato il corso di Ostuni».

Come avvenne il salto in televisione?

«Pippo Franco fu scritturato per un programma alla radio e mi chiese di scrivere per lui. Poi cominciai a scrivere per altri, da Oreste Lionello a Gianfranco D’Angelo… Finché Bruno Voglino mi propose di fare l’autore di Non stop».

Antenato di Drive in?

«Il vero antenato di Drive in venne subito dopo. La Rai voleva un altro programma con comici sconosciuti. Io replicai che non erano un’infinità e che conveniva sfruttare quelli già scoperti. Mi diedero l’ok e nacque Tutto compreso. C’erano Ezio Greggio, Enzo Beruschi, Gigi e Andrea, Massimo Boldi e Teo Teocoli. Andava in onda da Milano ed era ambientato in un villaggio vacanze».

Guarda caso.

«Berlusconi lo vide e prese Giancarlo Nicotra, il regista, e gran parte del cast. Il secondo anno Antonio Ricci aggiunse altri comici».

A Pronto, Raffaella? inventò il gioco dei fagioli.

«L’avevo visto negli store americani. I negozianti mettevano in vetrina un vaso pieno di fagioli e i clienti tiravano a indovinare. A fine mese chi si era avvicinato di più vinceva una spesa gratis».

La Rai dovrebbe esserle grata a vita perché quel gioco creò la fascia di ascolto di mezzogiorno.

«Per la verità, l’anno prima c’era già stato Il pranzo è servito di Corrado su Canale 5. Quando la Rai decise di provarci, affidò a me e Gianni Boncompagni il compito».

Altro salto, da dietro la telecamera a davanti.

«Avvenne qualche anno dopo a Pronto, chi gioca? condotto da Enrica Bonaccorti. Un giorno lei dovette ricoverarsi improvvisamente e Boncompagni mi disse: “Domani presenti tu, tanto sai come si fa”. Andò bene e così continuai. Anche perché c’era una certa penuria di presentatori perché tanti, da Pippo Baudo alla stessa Carrà, erano andati alla Fininvest».

Da chi ha imparato di più in tanti anni?

«Ho imparato da quelli che guardavo da spettatore. Mario Riva mi ha ispirato, volevo essere come lui».

Renato Rascel come lo ricorda?

«Gli somigliavo fisicamente e nel timbro di voce. Ma era un musicista, un compositore e un grande intrattenitore. Era spontaneo imitarlo. Alighiero Noschese me lo invidiava. Una volta, avrò avuto 4 anni, salii sul palco a tirargli la giacca: “Renato, perché tutti dicono che ti somiglio?”. “Non lo so, fammi vedere la mamma”, replicò lui. Un giornalista poco ironico s’inventò che ero il figlio segreto di Rascel. L’ho molto ammirato, ma niente figliolanze».

Pentito di aver rifiutato la parte di Don Matteo?

«Avevo intuito che era una grande occasione professionale. Ma mi avrebbe costretto a stare lontano dalla famiglia troppo a lungo. Avevo una figlia piccola che volevo veder crescere e una moglie cui volevo bene. Anche se oggi il matrimonio è finito non sono affatto pentito di quella scelta».

Cosa c’è di vero a proposito di un suo contatto con Mediaset?

«Con Mediaset ho sempre avuto buoni rapporti. Ma non hanno mai cercato di convincermi. A un certo punto la Gialappa’s mi aveva proposto di lavorare con loro. Ora, con il tetto dei compensi, ci sto pensando».

Quindi si può fare?

«Il mio contratto scade a maggio. Dopo, chissà…».

Capitolo cinema…

«Il cinema lo vivevamo in casa, mio padre era direttore di produzione. Ho fatto il segretario di produzione in alcuni film di Totò e di Roger Vadim. Ma al cinema un mese si lavora e tre no, come diceva mio padre».

L’attore che più la colpì?

«Totò era impossibile non ammirarlo. Ricordo che era già cieco, ma sul set nessuno se ne accorgeva. In Diabolicus doveva giocare a biliardo: imparava la posizione delle bocce sul tavolo, impugnava la stecca e tirava come niente fosse».

Anche nel cinema è stato sia dietro che davanti alla cinepresa.

«Ho partecipato a una quindicina di film; niente di immortale eh. Ma sì, sono stato autore e attore cinematografico, autore e attore teatrale, autore e conduttore tv. Adesso faccio anche il doppiatore».

Nella terza stagione del Collegio su Rai 2 sarà ancora la voce narrante?

«Certo. Mi è piaciuto fin dalla prima edizione, ambientata negli anni del mio liceo, con i banchi di legno e un rigore oggi dimenticato».

Perché le piacerebbe condurre un game show?

«Lo vedrei come una ricreazione dopo 28 anni di Fatti vostri in cui si parla spesso di vicende dai risvolti dolorosi. Un programma in cui si gioca e si scherza, avendone già sperimentati penso che saprei farlo bene».

Hobby preferito?

«Viaggiare con le mie figlie. Andare in Francia, a Londra, in America. Una volta avevo un codazzo di donne, mia madre, mia moglie. Ora sono rimaste loro. Partiamo…».

Cosa guarda in tv?

«Tutto, Pechino Express, Stasera tutto è possibile, film e serie».

Le ultime viste?

«Orange is the new black, Castle, Stranger Things. Le serie sono pericolose, se mi piacciono rischio di stare 10 ore davanti alla tv».

Letture?

«La serata finisce sempre con un libro».

Adesso sul comodino?

«Tre volumi sulla storia delle religioni di Mircea Eliade».

Però. Narrativa?

«Non quella contemporanea. Preferisco Italo Calvino, Giovannino Guareschi, Achille Campanile e gli umoristi degli anni Cinquanta».

Che rapporto ha con i social?

«Su Facebook ho più di 140.000 seguaci, su Instagram un po’ meno. Mi diverto, scrivo dei pensieri stando attento ai pazzi che ci sono in giro. La gente capisce se posti per trarne un vantaggio o per socializzare».

Segue la politica?

«La seguo a volte con passione, altre con paura e preoccupazione. Per tanto tempo abbiamo delegato tutto ai politici o ai preti che ci dicevano per chi votare. Berlusconi ha avuto il merito di favorire il ritorno di partecipazione della gente. Pro o contro di lui».

Il sentimento prevalente adesso?

«Curiosità con tendenza all’ottimismo. Però non è facile. A dar retta alle sibille cumane è tutto un disastro. Ma mi chiedo: con quale autorità scagliate tutte queste invettive? Se avevate tutto chiaro perché non avete agito quando governavate voi?».

Che cosa si aspetta dalla nuova dirigenza Rai?

«Vorrei che durasse più di due anni. Come si fa a rilanciare una grande azienda se non si può fare un piano di lungo respiro? Nemmeno un privato può farcela, figuriamoci la Rai che dipende dalla politica. Quando arrivano i nuovi capi, appena cominciano a capire dove si trovano già se ne devono andare».

Che cosa le dà speranza?

«Le persone che mi circondano. La situazione non è delle migliori, ma le persone sono migliori della situazione».

 

La Verità, 7 ottobre 2018

Il cinema di Costanzo migliora L’amica geniale

C’è la lezione del neorealismo, c’è la sensibilità letteraria, c’è la capacità di definire i caratteri, c’è, infine, il cinema scolpito di Saverio Costanzo. Un cinema tridimensionale, che usa i corpi e la fisicità, e valorizza le pareti delle case, la polvere e i selciati delle strade della Napoli dei Cinquanta. È tutto questo e molto altro L’amica geniale, i cui primi due episodi, di otto, sono stati anticipati al cinema in questi giorni (dopo la presentazione ufficiale alla Mostra di Venezia). Perché, poi, c’è innanzitutto la storia di Lila e Lenù, le due amiche rivali cresciute insieme dalla prima elementare all’età adulta attraverso sessant’anni di cambiamenti e sconvolgimenti e rivoluzioni, narrata da Elena Ferrante nella sua quadrilogia.

La serie che andrà in onda in contemporanea su Rai 1 e sulla piattaforma di Timvision, oltre che su Hbo (si attende la definizione della data) schiera le nostre migliori eccellenze in materia essendo prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango, realizzata in collaborazione con Hbo, Rai Fiction, Timvision e Umedia, scritta dalla stessa Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci e Saverio Costanzo (Paolo Sorrentino e Jennifer Schuur sono produttori esecutivi). Il risultato è un prodotto di qualità e respiro internazionale, che ha tutte le carte per diventare l’evento della stagione.

Lenù e Lila, magistralmente impersonate da Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, eterea e sognante la prima, scugnizza e olivastra la seconda, si conoscono sui banchi di scuola davanti alla maestra Oliviero (Dora Romano) che ne coglie subito i talenti, e diventano complici contro le bande dei maschi, in classe e fuori. Una complicità che le abilita a sfidare le tante insidie quotidiane, compreso lo strapotere di don Achille. Attorno a loro, «il rione» cerca di dimenticare le tragedie della guerra. Le famiglie numerose, il clan prepotente che osteggia gli umili, le mogli sottomesse e maltrattate, le bambine che non possono avanzare negli studi per dedicarsi alle faccende domestiche sono tratteggiati senza ridondanze. Indovinata anche la voce narrante di Alba Rohrwacher che accompagna il telespettatore nei pensieri di Lenù, la protagonista che ricostruisce la storia, nata dalla misteriosa scomparsa dell’amica. E che riesce anche a restituire la qualità letteraria del testo originale (a volte migliorandolo: «fermezza» invece di «determinazione»). Operazione nella quale Costanzo si è sempre mostrato abile.

 

La Verità, 4 ottobre 2018

«La sinistra ha mollato i deboli e rincorso i ricchi»

Lui assicura di averlo sempre detto. Di aver sempre ammesso di essere un radical chic, amico dei potenti. «Del resto, la mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto. E ci sono i libri e gli articoli che ho scritto. Sono amico di molti operai e anche dell’ingegner Carlo De Benedetti. Continuerò a frequentare sia loro che lui dicendo sempre come la penso. Non ho mai immaginato di poter essere un leader della sinistra. Tanto meno di poter contribuire a quello che sarà un cammino di risalita lungo, incerto e faticoso. Non illudiamoci». Lui è Gad Lerner, volto e firma del giornalismo militante, da Lotta continua al Tg1, dal Manifesto a La7 passando per programmi come Profondo nord, Milano, Italia e L’Infedele. «No, non c’è stato un motivo scatenante della mia autocritica – parola sovietica. O forse sì, la querelle sul Rolex, che è servita solo a consolidare l’etichetta di radical chic». Strenuo oppositore di Matteo Salvini, mi riceve in corso Sempione, dove sta preparando uno speciale sulla morte di Soumaila Sacko, il migrante del Mali ucciso il 2 giugno in una baraccopoli vicino a Rosarno: «Potrebbe essere uno dei miei ultimi lavori in Rai. Vedremo chi arriverà qui. Anche su questo non mi faccio illusioni. Lo dico senza vittimismo, grato a quest’azienda nella quale sono tornato a lavorare per volontà di Carlo Verdelli».

Perché la sinistra sta sparendo?

«Quando si patiscono sconfitte storiche si finisce sottotraccia. Mi auguro che i dirigenti superstiti non s’illudano di tornare presto al governo, con qualche scorciatoia. I terreni vanno arati e coltivati con pazienza per vedere se quello che c’è sotto può riprendere a dare frutto. La sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne».

È un fenomeno globale?

«Certamente. Un conto è organizzare un movimento di lavoratori in un pianeta che al tempo di Carlo Marx aveva 1,5 miliardi di abitanti, un altro è farlo ora che ne ha sette. Le braccia che si offrono vantaggiose ai datori di lavoro si sono moltiplicate. Questo rende difficile tutelare la retribuzione e la dignità dei lavoratori. Non solo nei mestieri umili e manuali, ma anche in quelli qualificati come il nostro, che oggi è proletarizzato».

La sinistra ha abbandonato la battaglia contro le diseguaglianze.

«Per decenni si è pensato che la risposta alla difficoltà dell’economia fosse lasciare briglia sciolta agli imprenditori, liberalizzando i contratti e rendendo più flessibili gli orari. Oggi l’Italia è uno dei Paesi europei con più negozi aperti 7 giorni su 7. In Germania il sabato e la domenica sono chiusi, ma l’economia va molto meglio».

Hai parlato di ansia di legittimazione…

«Per arrivare a governare, i partiti di sinistra si sono alleati con le famiglie capitaliste in nome di una presunta maggiore competitività delle aziende. Riducendo i salari e le garanzie dei lavoratori si sarebbero aumentati i margini e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio. È stata una gigantesca illusione».

Dicevi che ha smesso di occuparsi dei ceti subalterni.

«Nella seconda metà degli anni Novanta i dirigenti del partito che per la prima volta conoscevano i rappresentanti dell’alta finanza subirono una sorta d’infatuazione. Ricordo il compiacimento con cui Massimo D’Alema raccontava l’incontro con l’inavvicinabile Enrico Cuccia, immaginando alleanze quasi fosse il portavoce dell’intera borghesia, mentre era l’espressione di un’oligarchia molto ristretta che badava più al controllo delle aziende che al loro futuro».

Tu eri vicino a Romano Prodi.

«Simpatizzavo per lui perché, da democristiano scafato con un passato all’Iri, non aveva la sindrome del parvenu. Ma intratteneva rapporti da pari a pari con i big del capitale».

Eri vicino anche a De Benedetti e Agnelli.

«Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare nelle loro stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia rispetto alla quale sono curiosi, come io della loro».

Senza la legittimazione dei poteri forti la sinistra non sarebbe mai entrata nella stanza dei bottoni.

«Dopo aver governato Bologna, Firenze, Milano, Roma e le regioni era legittimo che persone di buona capacità amministrativa aspirassero a governare il Paese. Questo implica sempre un momento di rassicurazione dei poteri forti. Persino Luigi Di Maio è andato alla City di Londra prima del 4 marzo. E ora Matteo Salvini ha incontrato Tony Blair. Negli anni Novanta in questo sforzo di rassicurazione c’è stato un eccesso di zelo».

Intanto i ceti medi e piccoli hanno cominciato a sentirsi più difesi dai movimenti populisti.

«Lo sperano, vedremo come andrà. In Italia tra il 1919 e il 1922 è già successo che le masse dei lavoratori sconfitte si siano spostate nel campo del fascismo. Allora passò l’idea che l’unico modo di difendere gli interessi dei più deboli fosse puntare sulla nazione, grande proletaria. Oggi questa illusione ritorna con lo slogan “prima gli italiani” che Salvini ha preso da Casa Pound».

E da Donald Trump. Enrico Lucci dice che «una persona che arriva dal Ghana non può avere gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare».

«È solo una frase d’effetto perché una persona in attesa da 15 anni per la casa non viene mai scavalcata da chi è appena arrivato dal Ghana. In Rai c’è la corsa ad allinearsi. Ho trovato esilaranti i proclami di Carlo Freccero che, testuale, ha detto di esser diventato sovranista».

Freccero è fuori dalla Rai e è su queste posizioni da ben prima del 4 marzo.

«Lo so, è vicino a Grillo. Adesso arriva Lucci. Sono riposizionamenti consueti».

Per un apolide è normale essere globalista?

«Lo è. Da ebreo sono geloso delle mie tradizioni e della mia identità».

Ma non credi nella heimat, la piccola patria.

«Di heimat ne ho più d’una. Un intellettuale viennese come Karl Kraus diceva che sangue e suolo insieme fanno solo venire il tetano».

Il globalismo della Silicon Valley cosa fa venire?

«Chi vuole condizionare il nostro modo di pensare fa paura. Dietro l’elezione di Trump c’è lo strapotere di Twitter e di Facebook».

Il primo ad avvantaggiarsene fu Obama.

«Certo. È difficile farne a meno. I social vanno usati, ma la razionalità è un’altra cosa. La storia del mio Rolex la conosci?».

A grandi linee.

«A luglio, dopo l’iniziativa di don Ciotti, mi faccio fare una foto da mio figlio con la maglietta rossa sul terrazzo di Milano. Subito sui social cominciano a parlare di una villa a Portofino o a Capalbio. Mentre l’unica casa che possiedo è una cascina nel Monferrato di cui ho appena finito di pagare il mutuo. Poi si puntano sul Rolex. Lo vedi questo? In acciaio, roba del ’92. Ma il radical chic non può difendere i migranti».

Ciò che più spaventa della new technology è l’omologazione. Il Pd è diventato un partito radicale di massa come preconizzava Augusto Del Noce?

«Credo che il Pd si sia battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo Ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l’omofobia. Su questo abbiamo opinioni diverse».

Non mi pare siano queste le emergenze del Paese. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn sta allargando i consensi, perché da noi Leu ha preso il 3%?

«Credo per la scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell’accordo con l’establishment. Saranno altri a prendere il loro posto».

Chi saranno i nuovi leader?

«Spero vengano dal sindacalismo, dalle categorie dei lavori umili, dal volontariato, le attività di aiuto alle persone. E da coloro che, dopo aver realizzato che la ricetta di “prima gli italiani” ci avrà fatto diventare più cattivi e più poveri, sappiano trasferire in politica le loro energie».

Cosa pensi della candidatura di Nicola Zingaretti?

«Mi sembra una persona con un percorso politico rispettabile. Ma temo insufficiente a rappresentare la novità che la sinistra aspetta».

Che cosa hanno evidenziato gli applausi e i fischi ai funerali di Stato di Genova?

«Uno stato d’animo in parte reale e in parte costruito. In quelle manifestazioni ha trovato riscontro la falsa operazione di addebitare al Pd il crollo del ponte. Poi si è scoperto che nel 2008 anche Salvini aveva votato per la concessione».

Il giorno dopo però ha ammesso l’errore, altri non l’hanno fatto. Com’è stata raccontata dai media questa vicenda?

«I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagli investimenti degli azionisti di Autostrade per l’Italia. Abbiamo avuto un’altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e nello stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra».

Tra i protagonisti dell’informazione ci sei anche tu. Come mai pochi giorni fa hai ammesso che servono biografie diverse dalla tua per rifondare la sinistra?

«È evidente: i leader devono avere uno stile di vita e un rapporto con le classi subalterne diverso da quello che ho io. Noi radical chic possiamo impegnarci per contrastare l’incattivirsi che abbiamo intorno. Se la Rai vorrà continuare a farmi lavorare sarò ben lieto. Ma altri devono rappresentare politicamente le esigenze di una maggiore giustizia sociale».

Ti aspettavi che qualcuno raccogliesse pubblicamente la tua provocazione?

«In molti mi hanno chiamato o scritto dicendomi che ho toccato il nostro punto dolente. Ma riconoscere che siamo inadatti a rappresentare la sinistra del futuro per me non è una pulsione masochistica. È un’ovvietà».

 

 La Verità, 9 settembre 2018

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.

«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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«In Rai la famiglia normale è trasgressiva»

Una serie su una famiglia normale. Su una grande e chiassosa famiglia in cui nonni, figli e nipoti si vogliono bene. Una serie in cui una ragazza che resta incinta decide di tenere il bambino sebbene il rapporto con il padre naufraghi. Una serie senza tonalità arcobaleno e amori omosessuali. Una serie scritta con linguaggio contemporaneo, come si dice; con la chat delle mamme della scuola che si fa gli affari degli altri; con la difficoltà a gestire relazioni complicate, la perdita del lavoro dopo i cinquanta, un figlio affetto dalla sindrome di Asperger, persino con una onlus che lavora per i bambini nati con il labbro leporino. Non sembrerebbe, ma una serie così (media tra il 14 e il 15% di share) esiste, anche se, con l’eccezione dell’Osservatore romano, le grandi firme della stampa l’hanno quasi ignorata. Forse perché Rai 1 l’ha mandata in onda con scarsa promozione tra partite dei mondiali e isole delle tentazioni, nella stagione in cui, di solito, si vedono solo repliche. Lunedì prossimo verrà trasmesso l’epilogo di Tutto può succedere, ultimo episodio della terza stagione, realizzata per Rai Fiction da Cattleya (la stessa di Gomorra). Il regista è Lucio Pellegrini (con Alessandro Casale), autore di film di successo (E allora mambo e Tandem con Luca e Paolo, La vita facile, con Stefano Accorsi e Pierfrancesco Favino), oltre che del Miracolo di Sky (ideata da Niccolò Ammaniti e co-diretta con Francesco Munzi).

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

Allora, Pellegrini: ci sarà una quarta stagione di Tutto può succedere?

«No e spiace anche a noi. Ma già all’inizio erano state programmate tre stagioni. La storia si conclude, ma è stata una bella avventura per tutti».

Proviamo a raccontarla: come e da chi è nata l’idea?

«Cattleya ha proposto di fare l’adattamento di Parenthood, la storica serie americana a sua volta tratta dal film diretto da Ron Howard. Nella prima stagione siamo rimasti più aderenti alla storia e abbiamo fatto un casting molto preciso degli attori. Poi abbiamo scelto strade più autonome, cercando di mantenere una certa fedeltà alle caratteristiche di freschezza e di verità dell’originale».

Com’è stato il rapporto con la Rai?

«Molto buono. Tinni Andreatta, responsabile della fiction, era entusiasta del progetto. L’obiettivo era rinnovare il genere family, importantissimo per la Rai fin dai tempi della Famiglia Benvenuti. Qualche problema c’è stato all’inizio e quest’anno per la programmazione. Ma sono scelte che dipendono da logiche di palinsesto».

In che senso?

«La Rai ha voluto controprogrammare i mondiali di calcio. Non il massimo».

È passata come una replica.

«Lo so. Era pronta da poco, forse poteva partire un mese prima. Su Raiplay la settimana precedente alla messa in onda ha avuto 2,5 milioni di visualizzazioni».

Pubblico di giovani?

«Penso di sì, anche se non abbiamo la composizione del target. Quello della visione in tv aveva un livello d’istruzione più alto e più giovane della media di Rai 1».

Altre serie più politicamente corrette, come Romanzo famigliare, hanno avuto collocazioni più strategiche.

«Anche quelle tradizionali, però, come Don Matteo, occupano il centro della stagione. Da quando È arrivata la felicità è stata interrotta causa bassi ascolti si è pensato che il genere family non tirasse più. E ci si è concentrati sul giallo o sul noir».

Com’è nato il titolo?

«Da un confronto interno a Cattleya. Non c’era una parola italiana che traducesse il titolo americano. Alla fine questo è piaciuto a tutti».

In Siamo soli Vasco Rossi canta: «Tutto può succedere; ora qui, siamo soli, siamo soli». Invece, mentre nella vostra sigla i Negramaro cantano: «Finché sei qui, tutto può succedere», si vede la tavolata della famiglia: una risposta al nichilismo?

«La canzone è stata scritta da Giuliano Sangiorgi. Il qui è quella tavolata, ma anche un luogo personale, intimo. In questi anni il pranzo di famiglia l’abbiamo visto spesso al cinema e in tv. Abbiamo provato a ripensarlo. La tavolata è il luogo del caos sentimentale organizzato. Ho messo l’operatore in mezzo alla scena perché volevo che il telespettatore si sedesse anche lui a quel tavolo».

Esistono famiglie con quattro fratelli che si confrontano e consigliano?

«Penso di sì. Magari è un gradino sopra le righe, perché si tratta di un film di finzione. Però abbiamo cercato di elaborare la realtà. Anche in famiglie più piccole si vivono queste dinamiche».

La famiglia è il luogo della resilienza, dove si trasformano le esperienze di sofferenza in qualcosa di positivo?

«Può essere questo. Quando il clan si ritrova tutto si ricompone, riacquista una forma e una profondità che prima sembrava non avere. Basta uno scambio, una goliardia, un po’ di calore. Poi per sopravvivere e ripartire, ognuno rielabora i fatti con la propria sensibilità e secondo la propria età».

Tra i quattro fratelli lei sembra simpatizzare per il personaggio di Alessandro Tiberi.

«Tanti simpatizzano per Carlo, l’adulto bambino del gruppo. Tiberi è un attore talentuoso. Ma tutti lo sono, Maya Sansa, Pietro Sermonti… Ogni personaggio ha qualcosa che mi piace».

La definizione dei tipi umani è il suo marchio di fabbrica?

«Lo spero. Mi piace creare con gli attori i profili e i temperamenti. Sul set si è creato un bel amalgama tra gli attori più esperti e i ragazzi esordienti come Roberto Nocchi, Benedetta Porcaroli, la stessa Matilda De Angelis, che al tempo della prima serie aveva girato solo Veloce come il vento, che però non era ancora uscito».

Chi ha scritto i dialoghi?

«Abbiamo avuto molti bravi sceneggiatori, da Michele Pellegrini che non è mio parente, a Federica Pontremoli a Filippo Gravino».

C’è una scena a cui è più affezionato?

«Ci siamo commossi girando quella in cui Giorgio Colangeli dice a Maya Sansa, che ha appena combinato uno dei suoi casini con un uomo, di essere orgogliosa anche dei suoi errori».

Altra cosa: non è una serie politicamente corretta. Non ci sono amori omosessuali e dibattiti sulle unioni civili.

«Nella prima stagione abbiamo sfiorato questo tema, ma senza la preoccupazione di apparire al passo con i tempi. Il confronto con la diversità è comunque presente con Massimiliano, il figlio di Alessandro e Cristina, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, molto difficile da gestire in casa, interpretato benissimo da Roberto Nocchi, un ragazzo normalissimo».

Anche il razzismo e l’integrazione sono presenti nella famiglia di Carlo, compagno di una ragazza di colore. Il loro figlio è vittima di bullismo a scuola, ma il modo di raccontarlo non è retorico.

«Il fatto di non essere politicamente corretti forse ci costa un po’ di pubblico, ma fin dall’inizio non abbiamo mai voluto fare la lezioncina. Tutti noi viviamo queste situazioni e le affrontiamo giorno per giorno senza bisogno di salire in cattedra».

La fiction Rai in genere è molto politicamente corretta?

«È mamma Rai: c’è tutto e il contrario di tutto. Ma c’è margine di discussione».

Da 1 a 10 quanto si riconosce in questa serie?

«Sicuramente molto, non so dare una cifra. Adesso ho intrapreso nuove strade».

Appunto: nel Miracolo quanto si riconosce?

«Mi è molto piaciuto affrontare nuove tonalità visive e nuove situazioni di genere. Grazie a Niccolò Ammaniti, che è un amico, ho potuto contribuire a un progetto molto impegnativo e gratificante, di cui siamo orgogliosi anche per il riscontro che sta avendo all’estero».

Vita e pensiero, la rivista dell’Università cattolica, ha scritto che è più una serie mistery che di fede: concorda?

«Sì, è un racconto che ha grande rispetto per il sacro. Ma è una serie di genere, che cerca di esplorare in chiave mistery un fatto umanamente inspiegabile. Più che indagare se quel fatto sia vero o no, la storia riguarda le conseguenze di quel fatto su alcune persone».

Lucetta Scaraffia ha scritto che chi resta colpito non prega la Madonna, ma il mistero che la statuetta evoca.

«È così. Abbiamo lavorato su quale impatto può avere in una realtà profana un evento inspiegabile».

Il fatto che i protagonisti siano eccentrici, persone nelle quali è difficile riconoscersi, è un punto debole?

«Qui non c’è la ricerca dell’identificazione, ma una provocazione a mettersi in quella situazione: che cosa faresti tu? Lo spettatore può anche sentirsi superiore ai protagonisti e ipotizzare di agire diversamente da loro. Favoriamo un distacco critico usando diversi registri narrativi, dal mistery al grottesco, dall’horror al noir».

State già lavorando alla seconda stagione?

«Non è ancora deciso se e quando si farà. Sky vorrebbe farla, vedremo in che tempi».

La sua è un’estate di lavoro?

«Di vacanza e scrittura. Dopo qualche anno ho deciso di prendermi un po’ di tempo per decidere bene cosa fare in futuro».

 

La Verità, 1 agosto 2018