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«Striscia» che non striscia è più varietà che denuncia

Mica facile trasformare una striscia quotidiana in un appuntamento settimanale. Striscia la notizia in prima serata su Canale 5 è (dev’essere) un’altra cosa rispetto alla rubrica sincopata dell’access prime time. Antonio Ricci dice che «l’esperimento è riuscito» e ha ragione perché le insidie nascoste in quello che sembra solo un cambio di orario non sono da sottovalutare. Meno ritmo, meno pressione, anche meno aggressività. Si sceglie una metrica diversa, più colloquiale (giovedì, ore 21,53, 2,8 milioni di spettatori, share del 18,3%). Per l’occasione, la coppia regina Ezio Greggio e il pro Pal Enzo Iacchetti indossa lo smoking e la denuncia lascia campo libero agli stacchetti della band di Demo Morselli e alle irruzioni delle sei veline. Soprattutto servono le partecipazioni «da prima serata». Maria De Filippi sta al gioco nei panni della vendicatrice recapitando, con l’inflessibile Tina Cipollari e Giovannino, le cacche a chi parcheggia negli stalli riservati alle persone con disabilità. Chiamato in scena in vari ruoli, Alessandro Del Piero conferma la disinvoltura davanti alla telecamera già colta da Sky che ne ha fatto il suo testimonial principale. Altro ospite da primissima serata è Fiorello, destinatario del Tapiro d’oro dell’amico Valerio Staffelli con l’originale motivazione di non essere tirato in ballo in nessuno scandalo, e chissà se è davvero motivo di vanto la conferma di Fabrizio Corona. Comunque sia, si spreme a fini di audience la disponibilità dello showman siciliano («Siamo in prima serata su Canale 5») e del sodale Fabrizio Biggio, raddoppiando i collegamenti per la tapirata.
Tempi dilatati, si diceva, e con i superospiti prende il sopravvento il varietà. La satira si limita a un paio di bonarie caricature di Sergio Mattarella, da perfezionare come pure la rubrica «Striscia criminale». E anche i servizi di denuncia sono più morbidi. Luca Abete stana alcuni neomelodici, con i loro discutibili testi, alle feste di compleanno di bambini. Con la candid camera alla Nanni Loy si spia il senso civico dei passanti del centro di Milano, provocato da un giovanotto che maltratta la (finta) madre. Il servizio più originale è quello da Madrid di Francesco Mazza dove squadre d’intervento private di «desokupas» sfrattano, per conto dei proprietari, gli occupanti abusivi di case, supplendo a un compito che, con buona pace di Ilaria Salis, dovrebbe essere delle forze dell’ordine.
I dosaggi tra intrattenimento, denuncia e satira cambiano; mica facile trovare il mix giusto.

 

La Verità, 24 gennaio 2026

Striscia torna con 6 veline e Maria De Filippi inviata

Striscia la notizia non striscia più, è vero, ma «finché c’è Striscia c’è la speranza di una tv diversa e noi vogliamo continuare a tenere accesa questa fiammella. Una trasmissione come questa è irripetibile, è un bene della nazione», dice un Antonio Ricci bello carico e deciso a rivendicare originalità e unicità della sua creatura presentando la 38ª edizione del tg satirico di Canale 5. La fiammella, per ora, alimenterà un falò di cinque puntate in prima serata da giovedì 22 gennaio. Poi chissà, magari altre cinque o di più. Tra tapiri, Gabibbi, Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti che spuntano in smoking, «non ne indossavano uno dal giorno del matrimonio», e le veline che saranno sei perché Striscia non indietreggia, «non raddoppia, ma triplica», da capo indiscusso della banda, Ricci annuncia il manifesto della nuova edizione: «La voce della presenza». «Striscia è un centro di resistenza e resilienza. E la presenza del titolo di quest’anno vuol dire anche potenza». Potenza di fuoco, potenza di denuncia. E presenza per dimostrare la possibilità di una televisione che, pur con toni scanzonati, ambisce a fare controinformazione. La sigla finale, interpretata dal Gabibbo, s’intitola Dazi: «Non pensavo di arrivare alla mia età e sentire frasi del tipo: “Voglio la Groenlandia perché mi serve”», dice stupito. E, rispondendo a una domanda sulla presunta passività della premier, rispolvera il passato pacifista e le manda una carezza delle sue: «La guerra è la cosa più terribile. Questi massacri sono un gesto folle oltre che inutile, una barbarie. Io da ragazzo ero convinto, come tanti di noi, che potessimo contare qualcosa. Vedevamo le bombe e scendevamo in piazza contro la guerra in Vietnam. Così finirà, pensavamo. Adesso un atteggiamento del genere è improponibile. Non incidono le idee di pace, il Papa… La nostra premier si dice cattolica. Cavoli! Ma se sei cattolica devi aborrire la guerra e farti sentire», conclude un po’ sentenzioso.
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.

 

La Verità, 17 gennaio 2026

Scotti batte subito De Martino, sarà gara lunga

C’è partita, c’è match, direbbero i commentatori sportivi. Al di là dei comunicati e dei complicati calcoli di share e ascolto medio, tra La Ruota della fortuna e la versione rinnovata di Affari tuoi la gara è all’ultimo telespettatore. Innanzitutto, i dati: nella sovrapposizione tra i due game show (dalle 20,49 alle 21,25 di lunedì) l’ha spuntata di un soffio il programma di Rai 1: 4.210.000 spettatori e il 22,35% di share per Stefano De Martino, 4.120.000 ascoltatori e il 21,87% per Gerry Scotti. Nel conteggio complessivo dei due programmi, invece, ha vinto di poco l’access di Canale 5: 4.514.000 persone e il 24,17% di share contro 4.222.000 telespettatori e il 22,6% del gioco in onda sull’ammiraglia Rai. La notizia c’è tutta: l’anno scorso Affari tuoi distaccava la concorrenza anche di 15 punti di share. Ora i rivali si sorpassano e controsorpassano. È una sfida senza esclusione di colpi se è vero che, rispetto alle medie di un anno fa, Affari tuoi ha perso quasi 10 punti di share, mentre La Ruota della fortuna ne ha ceduti 5 in rapporto alla settimana scorsa. Certamente, è presto, anzi, prestissimo per trarre conclusioni. La stagione è appena iniziata. Ma la sensazione è che il tormentone sull’access primetime ci accompagnerà a lungo. Intanto, perché il suo andamento può influire sugli ascolti della prima serata. E poi perché può accelerare o rallentare il ritorno in onda di Striscia la notizia, la cui ripresa è prevista per il mese di novembre.

Se, nel frattempo, si vuole azzardare una riflessione, certamente parziale, è il caso di dire che il primo risultato sembra dar ragione alla strategia attuata da Mediaset: lavorare tutta l’estate con un quiz in diretta, rodando il format – un gioco con una minima ambizione enigmistica tra i più longevi della televisione mondiale – e creando fidelizzazione del pubblico ai tormentoni di Gerry Scotti e alla presenza di Samira Lui. De Martino era atteso al varco dopo un paio di mesi di assenza. Una parte di pubblico si è accontentato di Techetechetè, un’altra parte si è dispersa, coagulandosi su Canale 5. Al ritorno, preparato da molti spot promozionali, il format è stato rinfrescato, con uno studio loft e la presenza evocata dall’ufficio del misterioso «Dottore». Il cui potere, però, sembra lievemente ridimensionato dal fatto che ignora il contenuto del pacco nero. Lo scopo è accrescere ulteriormente la suspence del gioco. Basterà a rendere più attrattivo l’one man show con De Martino rispetto al gioco di squadra di Scotti, Samira e della band di Canale 5?

 

La Verità, 4 settembre 2025

Watson, un giocattolino woke troppo patinato

È sbarcato l’altra sera su Canale 5 e Mediaset Infinity Watson, ennesima e liberissima derivazione dai racconti di Arthur Conan Doyle (ore 21,35, share del 12,2%, 1,4 milioni di telespettatori). Qui, nella prima stagione della serie prodotta dalla Cbs, Sherlock Holmes è appena morto (ma tornerà nella seconda, già realizzata), ucciso dall’irriducibile nemico, il professor James Moriarty. Qualche mese dopo esser riemerso dalle acque di Reichenbach in Svizzera, dove si è consumata la lotta finale, ritroviamo il fido assistente John Watson a Pittsburgh, vincolato dall’eredità del suo ex capo a mandare avanti la «Holmes clinic», un dipartimento di cura per persone affette da malattie rare. L’impegno al fianco del grande detective, però, ha comportato il distacco dalla bella moglie che, ahilui, ora ritrova nel ruolo di direttrice sanitaria della clinica. Per risolvere i casi che gli si presentano, il genetista Watson (Morris Chestnut) si contorna di un team di ricercatori disadattati, composta da due infettivologi e fratelli gemelli (interpretati da Peter Mark Kendall), da un’immunologa (Ritchie Coster) e da una neurologa (Eve Harlow) che, in teoria, dovrebbe occuparsi anche del trauma che ha colpito lo stesso Watson dopo la scomparsa del partner. Il quale, con la complicità dell’ambiguo compagno Shinwell Johnson (Ritchie Coster), si affida invece a una più rassicurante terapia farmacologica.
In un’ambientazione calda, con uffici foderati di boiserie più adatte a una prestigiosa università che a un asettico ospedale, si snodano dialoghi a metà tra la didascalia sanitaria e la gara all’ultima parola. Tutte cose già viste e sentite in Dr. House. È l’inevitabile e mortificante paragone dei medical drama che sconfinano nella detection. Watson invita ripetutamente i suoi collaboratori a essere «sia medici che detective». E anche se ora lavora in Pennsylvania, nei momenti cruciali ricorre curiosamente all’aiuto di qualche vecchio amico di Scotland Yard. È la minore delle stranezze della serie ideata dal gruppo di autori guidati da Craig Sweeny, lo stesso che, sempre dalle opere di Conan Doyle aveva tratto Elementary, dove Watson era impersonato dall’asiatica Lucy Liu. Perciò, di fronte a questo nuovo, patinato, giocattolino woke, con un Watson di colore e due spalle da nuotatore, e l’ex moglie (Rochelle Aytes) sbilanciata in una relazione omosex, la sorpresa è in modica quantità. Devono essersene resi conto anche a Canale 5 se hanno scelto di piazzare i 13 episodi in quattro serate di agosto.

 

La Verità, 21 agosto 2025

Il doppio gioco innescato dalla Ruota della fortuna

Usando l’estate per testare La ruota della fortuna, Mediaset ha creato una situazione da doppio gioco. Nella più classica formula di controprogrammazione, ha piazzato un quiz contro un altro quiz, un gioco contro un altro gioco. Una gara fra gemelli diversi, un confronto di specchi, ancora indiretto perché adesso Affari tuoi è in vacanza, che innesca il divertimento per i telespettatori con una sorta di «trova le differenze» da Settimana enigmistica. Gerry Scotti userà i mesi estivi («per andare in vacanza c’è sempre tempo») per mettere a punto la macchina del programma, creare familiarità nel pubblico con le diverse prove del gioco, e arrivare ben rodato alla sfida con il game di Stefano De Martino, forte delle sue medie del 30% di share, quasi un castello inattaccabile. Non a caso Gerry ha detto che, quando arriverà il momento, si accontenterà del 17-18%.

Il game show di Canale 5, importato nel 1989 da Mike Bongiorno dall’originale americano (Wheel of fortune), è proposto ora in versione deluxe, con una band per la sigla e gli intermezzi, la scalinata e Samira Lui, la sinuosa valletta strappata alla Rai e ribattezzata da Gerry «Nostra signora del tabellone» (tutte le sere, media oltre il 25% con più di 4 milioni di telespettatori). A differenza dell’one man show di Rai 1 che galvanizza il pubblico in studio e fa crescere il pathos fino all’apertura dell’ultimo pacco, qui si amministra uno show collettivo, costruito con l’apporto di diverse presenze nello studio. Sia il format che il conduttore sono brand gloriosi, provati da mille battaglie e hai visto mai che riescano a dimostrarsi performanti una volta ancora? Gerry Scotti ricorre spesso al dialetto milanese («ocio che arriva»; «daghe un basin») provando a creare tormentoni che strizzino l’occhio al pubblico settentrionale, anche in vista di una futura suddivisione dei target. E sottolinea la partecipazione di un concorrente appena diciottenne («A me fa particolarmente piacere che siano i ragazzi giovani a chiedere di venire a giocare con noi alla Ruota della fortuna») per mostrarsi competitivo con il conduttore concorrente più giovane e per smentire l’idea che il quiz sia un genere prediletto dal pubblico stagionato. Tuttavia, la differenza più significativa riguarda proprio il contenuto del gioco. Per mostrare che i pacchi sono «un giochino vicino all’azzardo», «un meccanismo privo di meccanismo», cos’è più efficace di mettergli a confronto un game con qualche piccola ambizione enigmistica?

 

La Verità, 26 luglio 2025

Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023

«I grandi critici tv non spostano uno spettatore»

Piero Chiambretti, siamo sulla Verità quindi giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica: lo giuro.

«Lo giuro, sulla testa di Pier Silvio».

Come fece il padre: i giuramenti finiscono sempre sulla testa dei figli.

«Esatto. Fatico a vedere Pier Silvio come un editore, lo vedo più come figlio, anche perché è più giovane di me. Ci siamo conosciuti molti anni fa al Vecchio porco, un ristorante vicino a Corso Sempione dove ci si incontrava per caso la sera tardi. Scattò una simpatia che poi si è trasformata in lavoro».

È il suo sponsor in Mediaset?

«Si dice che io sia il suo cocco e per questo lavori, ma mi sembrerebbe limitativo per lui. Credo non abbia interesse ad assoldare chi non lo merita. Io mi sforzo di dare il meglio e penso che lui sia sempre rimasto soddisfatto. Più semplicemente mi pare che stimi il mio lavoro e in questi 12 anni me l’ha dimostrato».

È soddisfatto di com’è andata La tv dei 100 e uno? Si ricordi che ha giurato…

«Molto soddisfatto, ho raggiunto i tre obiettivi che mi ero prefissato. Il primo, divertire; il secondo, emozionare; il terzo, sorprendere».

I momenti più memorabili?

«Ne dico due. Quello della sigla iniziale con i 100 bambini che entrano in studio sulle note di Another break in the wall con una sedia sulla testa. E quando abbiamo parlato della pandemia, dedicando la trasmissione a mia madre. Poche battute dei 100 si sono rivelate più profonde dei fiumi di parole ascoltate in due anni di televisione sul Covid 19».

Lei e sua madre siete stati ricoverati insieme.

«A distanza di 24 ore nello stesso ospedale, dove cinque giorni dopo lei morì».

Aveva qualche timore a tornare in prima serata su una rete ammiraglia?

«No, però prima di cominciare alcuni amici mi hanno consigliato di andare dallo psicologo».

Per focalizzare i rischi che stava correndo?

«Esatto. Il primo era che non sono una faccia da Canale 5, il secondo era il prodotto stesso, cioè il varietà con i bambini rivolto agli adulti, il terzo il linguaggio. Invece, dopo la prima puntata molto complicata, in pratica un numero zero, il programma ha trovato stabilità nei suoi appuntamenti e i bambini sono diventati riconoscibili, trasformandosi in un cast».

Gli ultimi suoi programmi sono stati un varietà con gossip in prima serata su Rete 4 e un talk notturno di calcio su Italia 1. Perché si è buttato sui bambini?

«È una metamorfosi. Prima mi sono occupato solo di donne per raccontarle a modo mio e farne un manifesto, poi del mondo maschile della repubblica del pallone. Oggi ho scelto i bambini che non sono i grandi di domani, ma i bambini di oggi. Tre universi lontani tra loro raccontati in orari e reti diverse, ma con il denominatore comune della mia curiosità e della mia identità».

Perché dava loro del lei?

«Perché volevo giocare una partita alla pari. Davo del tu agli ospiti e del lei ai bambini perché sono già grandi».

In questi casi il rischio del paternalismo, della scarsa spontaneità o della vocina infantile è sempre in agguato?

«Anche la retorica e il trombonismo lo sono. A me piace dividere, infatti hanno detto che sono un vecchio rincoglionito e un genio, uno sfruttatore di bambini e un visionario che sfida la tv. Mi vanno bene tutte le etichette: a un’azione corrispondono delle reazioni. Io sono sereno come una Pasqua, che per altro è vicina».

Come li avete trovati così talentosi?

«Con diversi mezzi, dalla chiamata alle armi dei serpentoni tv alla società di scouting di Sonia Bruganelli, fino al passaparola di amici e parenti. Sono stato fortunato perché, insieme ai talenti che cantavano, ballavano e parlavano con proprietà di linguaggio superiore alla loro età, molti dei 100 che non hanno mai aperto bocca hanno fatto gruppo con quelli che scendevano in campo. Li voglio ringraziare perché sono stati importanti come i talenti. Al termine della terza puntata ho visto scene di dispiacere come da fine delle vacanze».

Alcune domande e risposte erano farina degli autori?

«No. La redazione spiegava i temi di discussione e le domande se le preparavano da soli. Alcuni erano predisposti come si è visto dai provini, qualcun altro interpretava il ruolo dell’opinionista. Io non ho parlato con loro se non durante le registrazioni. Volevo essere sorpreso. Non ho imposto niente altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Il suo giornale è La Verità e questo era un programma sulla verità, che in tv esiste in modo approssimativo perché ognuno si fa i fatti propri. Una cosa che non succede con i bambini, i quali dicono sempre la verità: anche quando è una castroneria è sempre vera perché non è mai costruita».

Le hanno rimproverato di averli fatti parlare di Putin e Zelensky?

«E cosa c’è di male? Non vivono in una campana di vetro, sono bombardati dai tg, vedono i giornali e le foto che parlano solo di quello».

Perché ha scelto come sigla Another break in the wall dei Pink Floyd?

«Più che una sigla era un’ouverture ed è la prima cosa a cui ho pensato. Ho cercato la canzone più popolare al mondo contro il nichilismo della scuola, per dare il tono di un programma spettinato nel quale i bambini rivendicavano la libertà di pensare con la loro testa».

Soddisfatto dell’accoglienza del pubblico?

«Ho ricevuto molti messaggi di apprezzamento da colleghi e addetti ai lavori. E avuto un ottimo riscontro dal pubblico a cui il programma era rivolto, mamme, genitori, bambini. Un bagno di folla in un mondo che non mi conosceva. Nella sua biografia Woody Allen dice che un artista deve mettere in scena le proprie idee senza preoccuparsi dei riscontri, altrimenti se si insegue il consenso si finisce per abbassare il livello creativo».

Dell’accoglienza di Mediaset?

«All’inizio eravamo tutti in allarme, poi, man mano che il progetto prendeva corpo, cresceva la convinzione. Le maestranze e i cameraman sono stati i primi tifosi. Alla fine anche i più scettici si sono congratulati. Dopo la prima puntata, Pier Silvio, che è la persona alla quale si fa sempre riferimento, mi ha telefonato dicendosi contento di essere l’editore di questo progetto».

E dell’accoglienza della critica? Ricordi che deve dire la verità…

«La critica dev’essere critica, se fa i complimenti non serve. Il critico è un generale che spara sui suoi soldati. Leggendo più i titoli degli articoli ho visto che molti erano distruttivi, mancava solo il bazooka. Mi è venuta nostalgia della critica del passato, quella di autori come Ugo Buzzolan, Oreste Del Buono e Beniamino Placido».

Perché?

«Perché, sebbene attaccassero anche me, usavano la penna e l’ironia dando consigli per migliorare prodotti a volte balbettanti. I critici di oggi, anche i più rinomati, invece usano la roncola e il livore».

A proposito di verità, le sottopongo una frase di Alexis Carrel, premio Nobel della medicina: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Vale anche per la critica televisiva?

«Le verità sono difficili da trovare. Un critico è un essere umano che scrive e pensa secondo le proprie simpatie e perciò rappresenta solo sé stesso. La critica tv italiana non sposta un telespettatore, quella americana ti fa chiudere un cinema».

Quella che l’ha più irritata è che lei è sempre uguale e non cresce?

«Sulla crescita lo sapevo, me l’aveva già detto il mio endocrinologo. Più che una critica è un’inesattezza. Io sono sempre diverso in uno stile che rimane invariato. Armani è sempre Armani pur facendo vestiti sempre diversi, Valentino lo riconosci dal colore rosso e l’amatriciana in tutta Italia è sempre la stessa pur cambiando regioni e ingredienti».

Adesso che cosa farà?

«Mi metto sulla riva del fiume e aspetto».

Chi o che cosa?

«Di capire cosa fare con Mediaset. Il contratto è scaduto, sono in stand by, ma capirò presto cosa fare perché abbiamo già deciso di incontrarci. Nel frattempo guarderò la tv degli altri, quella che piace alla critica e che io non so fare, come i talent e i reality show. Sono propenso a tornare con La tv dei 100 e uno. Se non arriverà l’idea del secolo che mi farà cambiare programma, lavorerò alla vendita all’estero di questo format. Sarebbe una gratificazione d’autore, prima ancora che economica».

Questo programma è una piccola svolta perché ha a che fare con la sua vita privata?

«Diciamo che inaugura una seconda giovinezza, come se fossi entrato nella piscina di Cocoon. Tutto è nato dall’osservazione di mia figlia che mi spiazza tutti i giorni. Dice cose dritte e sintetiche che mi sorprendono sempre».

Ogni quanto la vede?

«La vedo con qualità più che con quantità. Vive con la mamma, ma trascorre due lunghi weekend al mese e un giorno la settimana con me».

È solo la televisione italiana a starle un po’ stretta o anche qualcos’altro?

«La  mia vita è stata la tv. Anche il libro autobiografico molto voluto dalla Mondadori è stato importante. Le altre esperienze sono servite per non farle più. Attraverso la tv ho raccontato il Paese con il mio linguaggio, la mia musica, me stesso».

La nostra politica le sta stretta?

«No. Tutta la società nel suo complesso è diventata una marmellata. Oggi si va a votare una persona e tra due anni la mandiamo in nomination come al Grande Fratello. Non ci sono più punti di riferimento certi».

E il politicamente corretto?

«È un vecchio adagio, tutti ne parlano come di un limite alle idee, ma se uno le ha le può spendere. A volte non si ha il coraggio di farlo perché il politicamente corretto ci spinge tutti nella stessa direzione. Se in Italia ci fosse la rivoluzione ci si andrebbe in macchina».

Che preda farebbe divorare a Ignazio, il dinosauro del programma?

«Gli direi di mangiarsi la maleducazione. Siamo il Paese dei furbi e dei maleducati. Lo si vede da come stiamo a tavola, da come ci vestiamo, dallo sperpero, da come ci meniamo allo stadio. La maleducazione è al potere».

Invece una cosa che salverebbe?

«L’Italia come paese geografico: storia, radici, passioni. Ciò che mi piace di Google maps è lo stivale stesso. Non restringo la mappa, la allargo al mare, alla montagna, alla provincia. Lì mi ritrovo… Specialmente quando trovo parcheggio».

E noi quanto dovremo aspettare per ritrovarla?

«Non lo so. Se non succede nulla, apro un asilo».

 

La Verità, 1 aprile 2023

Ma la sfrontatezza che si commuove non ci azzecca

Caciara, cialtroneria, confusione, trenini, baraonda, baldoria. Sono i sinonimi che si addicono a Pio e Amedeo e ai loro varietà scorretti. L’ultimo, Felicissima sera – All Inclusive, il bersaglio programmatico ce l’ha nel titolo (Canale 5, venerdì, ore 21,42, share del 19,5% per 2,8 milioni di telespettatori). La coppia comica più ruspante del bigoncio bisogna prenderla tutta intera, a cominciare dalla sfrontatezza che è la cifra delle loro gag. Difficile operare dei distinguo, ridurre le dosi, setacciare le parti dello show. Siamo dentro un calderone nel quale tutto, compreso il pubblico rumoroso ed entusiasta, è centrifugato, frullato, masticato senza istruzioni per l’uso. In avvio, solo una breve anteprima di saluti alle comunità sempre sul piede dell’indignazione, per l’occasione rivisitate in chiave scorretta, includendo, appunto, le nuove minoranze, «le coppie ancora sposate», «gli elettori del Pd», «i multimilionari costretti a riparare a Montecarlo». Il tutto con l’aiuto di un dizionario aggiornato, non più il vecchio e offensivo Zingarelli, ma «Il Ferragnez», che anestetizza il linguaggio vietando l’uso di parole un tempo innocue ora potenzialmente escludenti. Con la loro faccia tosta, Pio e Amedeo hanno convocato la donna del capo, Silvia Toffanin, sperando di carpirle qualche particolare della loro vita intima e concludendo con l’invito a «Piersì: datti una mossa e sposa Toffanì». Zucchero l’hanno sottoposto a una raffica di selfie benevolmente dissacranti, per smontare la piaggeria verso le star e l’aurea dei social network. Gigi D’Alessio, escluso per eccellenza dai circoli elettivi di Rai 3  e del Concertone del primo maggio, hanno provato a riverniciarlo in chiave radical chic per concludere che conviene tenersi l’originale. Michelle Hunziker si è sottoposta alla parodia di «Che interviste che fa» indossando scialle nero, gambaletti e ciabatte per somigliare all’immagine tradizionale della nonna. Chi accetta l’invito sa che s’infila in un tritacarne giocoso in cui l’unica condizione richiesta è, appunto, la disponibilità a giocare con sé stessi e la propria immagine. Finale tamarro con i neomelodici proposti ai «veri direttori artistici di Sanremo», Giovanna Civitillo e José, moglie e figlio di Amadeus, per la prossima edizione del Festival. Prendere o lasciare, di Pio e Amedeo non si dovrebbe buttare via niente. La loro è la forza dell’ignoranza consapevole, come si vede in quei monologhi sgangherati, non sempre credibili: i cattivoni dal cuore tenero quando si parla di figli è una parte già vista.

 

La Verità, 26 marzo 2023

 

Piero non vuol essere un mattone nel muro della tv

È un altro Piero Chiambretti. Tutto un altro, rispetto a quello cui siamo abituati, colui che conduce La tv dei 100 e uno (Canale 5, mercoledì, ore 21,44, share del 12,6% per 1,7 milioni di telespettatori). Del resto, si cambia nel corso della vita. Si evolve, soprattutto se si attraversano situazioni particolarmente complicate, come gli è capitato. A 66 anni, Chiambretti non è più quello del Portalettere o Il laureato, ma nemmeno quello di CR4 – La Repubblica delle donne, dove ha reinventato Iva Zanicchi, Barbara Alberti e Alda D’Eusanio, sdoganato Drusilla Foer e consolidato pure Cristiano Malgioglio (che poi è iconograficamente degenerato). Allora le accuse di trash tv si sprecavano e lui le cavalcava sempre con la sua verve, scanzonata e abrasiva ad un tempo.

Oggi, con la solita squadra di autori interamente confermata (da Romano Frassa a Tiberio Fusco), ha voglia di nuova televisione e lo show imperniato sui bambini è un desiderio che coltivava da tempo. I precedenti non mancano, da Chi ha incastrato Peter Pan a Bravo, bravissimo! fino al recente The Voice Kids, che però è un talent. E neppure mancano i rischi di scadere nel manierismo del genere. Chiambretti riesce in gran parte a evitarli, forte del suo proverbiale registro pierinesco. Non ci sono paternalismo, buonismo e consolazioni varie nel relazionarsi ai kids, ma proprio l’autoironia permette di entrare con profitto nel mondo dei 100 talentuosi che fanno lo show. Il quale è diviso in vari segmenti («I grandi temi dell’umanità», «Il club delle mamme»…), introdotti da citazioni letterarie sul tema perché, alla fine, dev’essere visto anche dal pubblico adulto. L’altra idea è centrifugare l’impertinenza dei piccoli fans con gli adulti, convocati in qualità di maestri della loro materia (Vittorio Sgarbi ha illustrato la storia della Gioconda). Ma anche chiamati a rispondere e difendersi dalle curiosità del parterre. Così, a Sgarbi viene chiesto perché perde spesso la pazienza e si arrabbia. O a Elettra Lamborghini se ha paura d’invecchiare. Domande autoriali, certamente. Niente aiuti in soccorso, invece, nelle brevi esibizioni al pianoforte (un bambino di 5 anni non riesce a indovinare un paio di opere dalle prime note), nella danza, nell’interpretazione di La vie en rose o della sigla iniziale (Another breaking in the wall) eseguita alla chitarra. Giusto per dire che anche questi ragazzini non vogliono essere un altro mattoncino dell’omologazione. Un po’ come prova a fare in punta di piedi questo show, nel muro piuttosto uniforme dei palinsesti tv.

 

La Verità, 24 marzo 2023

L’ecosostenibilità? Un altro affare. Parola di Emigratis

Sono la forza dell’ignoranza: una cosa molto studiata. Stavolta, Pio (D’Antini) e Amedeo (Grieco) da Foggia, il duo comico più eversivo della televisione italiana, interpretano Bufalone e Messicano, due personaggi creati per poter dire quello che vogliono. Come in questa intervista, in cui rispondono come una persona sola.

In 4 episodi su Canale 5 Emigratis va a Londra, Napoli, Dubai, Las Vegas: è il giro del mondo del politicamente scorretto?

Esatto. Ormai si stava esagerando, siamo arrivati al punto che il principe non può più baciare Biancaneve. Per dei comici che vogliono alleggerire la vita degli italiani, il politicamente corretto è pericolosissimo.

Perché?

Per mezza parola c’è subito qualcuno che si offende. Ogni giorno si sveglia un influencer e decide quello che si può e quello che non si può dire. Se poi uno appartiene a una comunità…

O a una minoranza…

Noi terroni lo siamo da sempre, ma non ci piangiamo addosso, ci intrufoliamo… Il segreto è fregarsene degli haters e dei social che sono il vero Metaverso. Sì, l’invenzione di Bufalone e Messicano è una paraculata, ma è la risposta giusta a tutte queste costrizioni.

Da dove avete seguito la campagna elettorale?

Nella sala di montaggio di Cologno Monzese abbiamo visto le performance dei politici sui social.

Chi vi ha divertito di più?

La punta più alta è stata il volo di Luigi Di Maio nella pizzeria di Napoli.

Chi è la figura più comica di queste elezioni?

Tutti i politici fanno i simpatici. Silvio Berlusconi è un genio della comunicazione, come si è visto su TikTok.

E nella guerra alle mosche.

Ha riflessi pronti nonostante l’età. Il fatto che non sia insorto qualche animalista potrebbe essere un passo avanti.

Enrico Letta?

Non sta simpatico nemmeno ai suoi elettori.

Emigratis in prima serata su Canale 5 è una consacrazione?

La consacrazione c’è stata con Maria De Filippi e Felicissima sera. Una consacrazione confermata dalla crescita degli ascolti dopo la prima puntata. Vogliamo capire se Emigratis può abbracciare un target più ampio, pur con il suo linguaggio veloce e i sottotitoli. Non è scontato che, siccome ha funzionato su Italia 1 debba farlo anche su Canale 5. Il pubblico va sempre rispettato, perciò abbiamo concepito lo show con una trama che aiuta a incollarsi alla storia.

È uno Scherzi a parte on the road?

È difficile definire il genere. Non è una fiction, non è un reality, non è un varietà costruito. È tutto vero, lo scrocco è vero, l’imbarazzo è vero, la telecamera è nascosta.

Viene in mente Nanni Loy.

Il paragone ci lusinga, ovviamente. Ma la nostra è un’evoluzione della candid camera perché le vittime non vedono la telecamera, ma sanno che da qualche parte c’è.

Il momento topico della seconda puntata?

Il nostro storico approdo in diretta sulla Bbc.

Voi alla Bbc è l’attrazione degli opposti.

È il nostro format. Due buzzurri in contesti super lussuosi, due sfigati che ci provano con le donne e non ci riescono mai o quasi mai, e fanno tenerezza come i perdenti dei film. Gli italiani di solito ce la fanno per il rotto della cuffia. La differenza dalle altre stagioni è che quest’anno non sempre ce la facciamo.

La vittima che vi ha divertito di più?

Mike Tyson. Dovevamo stare con lui un paio di minuti e abbiamo finito per fare insieme una notte da leoni. La serie inizia e finisce con lui, con una sorpresa.

E quella che vi ha impietosito di più?

Il cinismo di Bufalone e Messicano non ha limiti. Emigratis è un tentativo di livellamento sociale. Andiamo a rubare nelle case dei ricchi per conto di quelli del popolo.

Come dei Robin Hood travestiti?

Dai Blues Brothers italiani, come qualcuno ci ha definiti, a Robin Hood il passo è breve.

Avete mai provato a mettere in mezzo Fiorello?

No, perché è sempre in Italia. E siccome siamo amici ci dispiacerebbe togliergli dei soldi. Ma mai dire mai.

Sono davvero situazioni non concordate?

La maggior parte sì, sanno che arriviamo, ma non cosa facciamo. Soprattutto i calciatori non sanno come comportarsi. Noi improvvisiamo, non c’è un copione scritto, tranne le voice over recitate da Francesco Pannofino, che però scriviamo noi dopo il montaggio.

Si arriva a suonare alla porta di Mike Tyson senza accordarsi con l’agente, la sicurezza, l’ufficio stampa?

O ad agganciare Neymar che ha appena firmato il nuovo contratto con la Nike di non so quanti milioni? Uno come lui per concedere venti frame della sua immagine deve parlare con dieci persone. Se però conosci Marco Verratti e lui fa da intermediario… Tyson ha un’agente italiana nostra fan, e quindi… Molti dei calciatori che abbiamo agganciato erano rappresentati da Mino Raiola. Sua moglie è di Foggia… Ogni personaggio ha un avvicinamento diverso, il lavoro è come arrivarci, scalare i 6 gradi di separazione.

Perché la serie è sottotitolata «La resa dei conti»?

Perché dopo quattro anni di assenza questo può essere un ultimo atto, vedremo. In più i conti sono anche dei ricchi nobili che, quando ci vedono, si arrendono. Infine, siamo sempre lì a contare il frutto dello scrocco, facendo i conti in tasca ai conti.

Un altro filo conduttore della serie è l’ecosostenibilità?

Bufalone e Messicano sono partiti dall’aumento dei costi dei consumi e dal rincaro delle bollette, ma il loro obiettivo è salvare il mondo. Perciò siamo andati a Londra e all’Expo di Dubai, dove si parla di consumi ed energie rinnovabili. E dove abbiamo scoperto che l’ecosostenibilità è pure lei un business. Tutti hanno la faccia compresa, ma poi badano agli affari.

L’ecosostenibilità è soprattutto marketing?

Lo vediamo nella moda usa e getta. Tanti grandi marchi si celano dietro il green, la nuova politica ecologista che, stringi stringi, è un circo messo su per pulirsi l’immagine ma, sotto sotto, è un affare. La moda cheap alimentata dai social e dagli influencer serve a questo. Una volta c’erano l’abito da lavoro e l’abito della domenica, adesso bisogna cambiarsi più volte al giorno per mostrarsi all’avanguardia. L’espansione della produzione di abbigliamento, soprattutto dei capi di largo consumo pieni di fibre artificiali, è fatale per l’ambiente. Se lo capiscono due buzzurri come noi, lo possono capire anche i ragazzi che affollano i grandi magazzini.

L’ultimo vostro film s’intitolava Belli ciao, avete visto cos’è successo a Laura Pausini?

Come fai sbagli. Se invece di rifiutarsi avesse cantato Bella ciao l’avrebbero attaccata quelli della parte avversa. Nessuno si è chiesto cosa voleva dire il suo rifiuto.

Cantare Bella ciao è il green pass di artisti e attori?

Se non la canti quasi quasi non sei un vero artista. È come una patente. Usare il piedistallo dell’artista per manifestare il proprio orientamento è da presuntuosi. Pensiamo che sia corretto informarsi e affidarsi a chi ne sa di più. Gli artisti non facciano i politici e viceversa. La gente paga il biglietto per vedere il nostro candore, altrimenti si rivolgerebbe a qualche influencer.

Se Messicano e Bufalone dovessero tendere degli agguati ai politici da chi comincerebbero?

Con alcuni sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Se vai adesso da Di Maio lo trovi nella sua cameretta ad ascoltare la Pausini.

Mai pensato di mettere in mezzo qualche conduttore di talk show?

No. Però abbiamo fatto un patto: se, per vendicarsi, qualche vittima ammazzerà uno di noi, il superstite dovrà portare il plastico a Bruno Vespa.

 

Panorama, 5 ottobre 2022