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I laici citano sant’Agostino, il Papa Fabio Fazio

Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale a Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti?

Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta.

Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commeovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento.

Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale.

Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh.

Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori?

La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe.

’Namo bene, direbbero a Roma.

Ma Fazio parla ancora di aprire tutti i porti

Delizie. Chicche. Perle assolute. Fabio Fazio non ce l’ha fatta a risparmiarci i suoi apprendimenti. I suoi upgrade morali, buonisti. Più forte di lui. Come biasimarlo, è in buona compagnia. I guru imperversano. Sui social. In tv. Sui balconi. E sui giornali, naturalmente. «Tutte le cose che sto imparando dall’isolamento». S’intitolava così il distillato, catarifrangente nella primissima di Repubblica. Un rosolio di saggezza. Una leccornia da cattedra di antropologia. Da rubare il posto a fior di psicanalisti e psichiatri. «Sono giorni durissimi», è il vertiginoso incipit, «in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano». Però non perdiamoci d’animo, «proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell’armadio», suggerisce FF nei panni della sua colf. Non facciamolo solo nel guardaroba, «ma in noi stessi». E come? Qui viene il bello: «Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando». Per esempio, rimettendo «in ordine la scala di valori» (versione colf). Che, ai primissimi pioli (punto 4), ha l’importanza di «ricordarsi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l’ecosistema» (‘Mo me lo segno, Massimo Troisi). Al punto 5, un’illuminazione tira l’altra, FF si è «reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini» perché, avverte, «non siamo onnipotenti». Minchia! Verrebbe quasi da dire. Quasi, però, per non rallentare l’escalation, perché «il significato delle parole è sacro». E «mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati» (ripromesso). Correndo a perdifiato tra codeste meraviglie si arriva all’aver «imparato il valore di una stretta di mano», che precede l’aver «imparato l’importanza di tendere la mano». Preludio ai due insegnamenti finali, quelli che, se si apprendono per davvero, fanno vincere la lotteria perché sono i più difficili ma importanti: nessuna conquista è senza sacrifici. Quindi ecco qua, ora che dovunque li stanno chiudendo, Fazio si è «reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca». E quindi, finale insospettato, «dal momento che siamo tutti nella stessa barca (panfilo o gommone?), è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti». A costo di approdare nella zona rossa.

Elly, Mattia e Greta a caccia del riflettore giusto

E tre. Dopo Greta e Mattia, ecco Elly. C’è una nuova icona dell’establishment di sinistra. Un nuovo astro. Un altro leader destinato a stregare la parte sana dell’opinione pubblica. La società civile, le piazze dei migliori e l’ecologismo mainstream ne sfornano uno ogni tre-sei mesi, secondo il bisogno. Elly Schlein arriva dopo Greta Thunberg e Mattia Santori ed è l’anello di congiunzione tra le sardine e il Pd, oltre che la più votata alle recenti consultazioni emiliano romagnole. Non ha fatto quasi in tempo a essere eletta con 22.000 preferenze per aver chiesto conto a Matteo Salvini dell’assenza della Lega ai tavoli europei sull’immigrazione, che è già vicepresidente regionale e in tutti i talk show radiotelevisivi. La sera del 28 gennaio, due giorni dopo il successo di Stefano Bonaccini, Lilli Gruber le ha tempestivamente regalato la ribalta di Otto e mezzo. Da lì non si è più fermata, rimbalzando, come un Santori qualunque, dall’Aria che tira a Omnibus e dovunque si parli di politica, in particolare su La7 che è sempre più l’organo ufficiale dell’ortodossia giallorossa. Del resto, la televisione, anzi, la visibilità, è la vera terra promessa dei nuovi puledri della sinistra di piazza e di palazzo (la medesima). Greta, Mattia ed Elly sono attratti dai riflettori dei media come dirigenti Rai dalla platea del teatro Ariston. E a loro volta sono un boccone prelibato dei conduttori all’ansiosa ricerca di testimonial e contenuti antisalviniani. L’attrazione è reciproca.

L’altra sera la capolista di «Emilia Romagna coraggiosa» ha sconfinato su Nove, ospite dell’Assedio di Daria Bignardi che l’ha accolta più garrula che mai. 34 anni (il doppio di Greta), nata a Lugano e trasferita a Bologna dove si è laureata con il massimo dei voti in giurisprudenza («Sono insicura e curiosa più che secchiona»), bisex («Ho amato molti uomini e molte donne, adesso sto con una ragazza e sono felice, finché mi sopporta», ha rivelato tra gli applausi del pubblico assediato), una militanza più a sinistra che a destra del Pd, la dolce Elly non gradisce la definizione di «miss preferenze» e infarcisce la parlata di «innovazione», «complessità», «transizione», «sessismo», accompagnando il suo argomentare con una mimica manuale piuttosto assertiva. Qualche sera fa, guarda caso chez Gruber, tra una lamentela e l’altra per il maschilismo dell’ultimo Sanremo, Massimo Giannini ha detto che vorrebbe vedere Elly Schlein più protagonista nei media. Non ha fatto in tempo a finire la frase che il giorno dopo la vice di Bonaccini era già ospite del suo Circo Massimo, il programma che Giannini conduce su Radio Capital, l’emittente da lui diretta (non male come testata per un giornalista di sinistra). Anche lì Schlein ha ribadito il suo mantra – «Coniugare la lotta alle disuguaglianze con la transizione ecologica» – nel linguaggio prediletto dalle élite Ztl, sempre intercalato da un virile richiamo al «coraggio». Qualche giorno fa, Marianna Madia, altra ex enfant prodige della sinistra chic, l’aveva candidata alla presidenza del Pd, sarà contento Paolo Gentiloni.

Presidenza piddina a parte, prepariamoci a vederla e rivederla in tutte le posture possibili e immaginabili. Come insegnano le altre creature dell’establishment, la politica narcisistica dei millennials, partorita e incubata nei social media e nella cultura dei selfie, confina e sconfina ripetutamente nella società dello spettacolo come in un gioco di specchi che si autoalimenta continuamente. Ospite di Fabio Fazio che l’aveva invitato appena due mesi prima, Santori aveva appena finito di dire «abbiamo cercato di scomparire, ma non ci siamo riusciti», che è stato subito convocato da Myrta Merlino all’Aria che tira. Il titolo che ne esaltava la radiosa presenza era «Parla Mattia Santori». Quando mai ha taciuto?

Sembra una forma di teledipendenza. La politica coincide con la comunicazione, a prescindere dal fatto che si abbia qualcosa da comunicare. Il giorno prima, non si era capito a quale titolo, il capo sardina aveva incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, suggerendo di creare un Erasmus tra Nord e Sud. È così: la gente non arriva a fine mese, perde il lavoro e non mette al mondo figli perché teme di non farcela a mantenerli, ma le sardine propongono l’Erasmus verticale. Santa pazienza. Del resto, non è neanche tutta colpa loro. Finché il mondo adulto li accredita come nuovi oracoli del cambiamento e di un armonico futuro è difficile tenerli con i piedi per terra. Mettici poi l’attrazione dei riflettori e il disastro è completo.

È di questi giorni la notizia che la Thunberg, la ragazza che Time ha eletto personaggio dell’anno 2019 e che è già stata ricandidata al Nobel per il 2020, dedicherà la parte rimanente del suo anno sabbatico alla realizzazione di una serie tv. La simpatica Greta interpreterà sé stessa in una via di mezzo tra un documentario e un reality, nel quale la si vedrà mentre prepara discorsi da pronunciare nei consessi internazionali, incontra leader mondiali, verifica dati climatici. Lo ha annunciato il produttore esecutivo della Bbc, Rob Liddell, esultante per il «privilegio straordinario» di approfondire l’emergenza climatica potendo «avere una visione interna di come sia un’icona globale e una delle facce più famose del pianeta».

Bingo. Il passo successivo è l’approdo nel cinema, ma diamole tempo. Non si è «un’icona globale» per niente. La narrazione ha le sue leggi e le sue esigenze. E l’attrazione tra i nuovi astri del pensiero unico e i media mainstream è reciproca e totale. Speriamo solo che, vista la dipendenza, non sia un’attrazione fatale.

 

La Verità, 14 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

«I talk social sono più sani di certi talk show»

Un settantenne alla conquista di Facebook. Non male come sorpresa, tanto più se il protagonista è un giornalista della carta stampata e della tv. Marino Bartoletti è una grande firma di calcio, ciclismo e motori, per due volte direttore del Guerin sportivo, fondatore della redazione sportiva Mediaset e direttore della testata sportiva Rai, inventore di Quelli che il calcio. Il suo successo sul principe dei social è tutt’altro che virtuale, come si è visto alla presentazione di Bar Toletti 3. Così ho sedotto Facebook (edizioni Minerva, prefazione di Vittorio Macioce) all’interno della rassegna Parole d’autore curata dall’associazione Cuore di carta di Albignasego (Padova).

«Una serata guardando negli occhi le persone a cui mi rivolgo vale più di tante ospitate televisive», confida.

Un settantenne che spopola su Facebook.

«Un ossimoro, direbbero quelli che parlano bene. Avrei potuto adagiarmi sugli allori. Invece, un paio d’anni fa ho trovato l’incoscienza giusta per avventurarmi su questo medium scivoloso».

Incoscienza o coraggio?

«Entrambi, forse. Ho superato le titubanze puntando sulle cose che so fare: raccontare storie e dialogare con i lettori, come ai tempi della posta del Guerin sportivo. Grazie a questo dialogo ho capito che le bestie di Facebook non sono così cattive, soprattutto se le sai educare. Anche i giovani hanno voglia di storie positive».

Per esempio?

«Racconto gli incontri di tanti anni di giornalismo. A pranzo con Enzo Ferrari. A gustare una torta con Enzo Bearzot. Nella camera di ospedale di Niki Lauda dopo l’incidente, quando si pensava che “la nera signora”, come direbbe Roberto Vecchioni, se lo sarebbe preso. Invece il prete che gli diede l’estrema unzione disse: “Non vuole morire”».

Il tuo segreto?

«Parlo di cose che ho vissuto. Chiunque può confutare delle opinioni, ma non le esperienze personali. Bene o male ho fatto dieci Olimpiadi e dieci Mondiali di calcio. Qualcuno di maleducato arriva anche sulla mia pagina. Rispondo prima con ironia, poi con fermezza. Pian piano gli haters si allontanano. Spesso sono altri followers a esortare i più insolenti a un comportamento rispettoso».

Che seguito hai?

«Il profilo può avere al massimo 5.000 like che si esauriscono in poche ore. Sulla pagina pubblica il post con il consenso più ampio ha raggiunto 2 milioni di visualizzazioni».

Qual è stato?

«Quello su Fabrizio Frizzi. S’intitolava: “E ora chi gli chiederà scusa?”. Il giorno del suo funerale scrivevo che era morto un gentiluomo e che qualcuno si era comportato male con lui, facendolo soffrire».

Chi o cosa ti ha convinto a sbarcare su Facebook?

«Qualcuno che mi ha suggerito affettuosamente di allinearmi alla contemporaneità. Ho lavorato nella carta stampata, alla radio, in tv, ho scritto per il teatro, non era giusto temere questo media. Anzi, potevo diventarne amico. Raccogliendo i primi post mi sono inventato Bar Toletti, niente di folgorante, Così ho sfidato Facebook. Vista la risposta, ho fatto Così ho digerito…, ora Così ho sedotto…».

I social servono a compensare il poco spazio nel giornalismo tradizionale?

«Il giornalismo tradizionale lavora per il giorno dopo. Se segui l’attualità, nei social sei in tempo reale e finisci per dare un buco al giornale. Ospite delle rassegne stampa ho commentato spesso quotidiani già superati dalle notizie della notte. Siamo andati a letto che Donald Trump era stato eletto, ma nei giornali del giorno dopo non c’era scritto».

Il tempo reale vuol dire dialogo permanente con i lettori.

«Un dialogo strettissimo, una reattività inquietante. Una volta avevo scritto un punto e per errore è finito online. Subito mi hanno risposto dieci lettori con like e domande: “Cos’è, un messaggio criptato?”».

Rapporto gratificante?

«È una reattività che stimola e può provocare una forma di dipendenza. Magari stai per addormentarti e ti viene una risposta, poi i followers replicano… È un meccanismo compulsivo, ma mi dà più soddisfazione questo dialogo che partecipare a certi programmi tv».

In questo terzo libro racconti il tuo Sessantotto in giacca e cravatta.

«Noi che eravamo dentro non ci siamo accorti della portata di ciò che stava accadendo. All’epoca l’esame di Stato si sosteneva in giacca e cravatta. Mi preparavo al futuro, al lavoro che volevo fare, senza tirare molotov. Mi sono rimboccato le maniche nella quotidianità e forse questo è più rivoluzionario di tanti proclami».

Da laureato in giurisprudenza come sei finito a fare il giornalista?

«A vent’anni presi il treno per andare alla redazione del Guerin sportivo a Milano. Dove vidi Gianni Brera che picchiettava sui tasti della Lettera 22 davanti a un fattorino che aspettava di sfilare la cartella dalla macchina per portarla in tipografia. Non c’era una correzione. Lo vedevo come il Papa che celebra messa nella cappella privata solo per me. Rimasi folgorato e lo sarei rimasto ancor di più lavorando vicino a lui».

Definisci Gianni Brera.

«Uno scrittore che ha portato la cultura nel giornalismo sportivo a livelli impensabili. Sono orgoglioso di aver diretto il Guerin sportivo dopo di lui».

Prima di Aldo Biscardi, invece, hai condotto Il Processo del lunedì.

«La sua prosa era diversa dalla mia, ma la riconoscenza vola più alta dei congiuntivi. Consapevolmente o no, ha portato il bar sport in tv. O, detto in modo nobile, lo spettacolo della commedia dell’arte, con i suoi Arlecchino, Pulcinella e Balanzone, cioè Gian Maria Gazzaniga, Antonio Corbo, Ezio De Cesari. Quando vedo la volgarità di certi talk show dico: ridateci Biscardi».

Qualche anno dopo arrivò la conduzione della Domenica sportiva.

«Nel 1985, anno dello scudetto del Verona. I veronesi mi amano ancora perché lo festeggiammo in studio con Osvaldo Bagnoli».

Un altro che citi spesso è Sergio Zavoli.

«Forse il più grande giornalista italiano».

Più di Montanelli?

«Sì, perché più abile nella multimedialità. Montanelli non è andato molto oltre la carta stampa, mentre Zavoli ci ha lasciato dei documentari di storia italiana che andrebbero studiati all’università».

L’erede di Biscardi è stato Maurizio Mosca?

«Non direi, anche se entrambi erano esperti nella commedia dell’arte. Indimenticabile l’Appello del martedì con Helenio Herrera e l’avvocato Peppino Prisco. Mosca era un bambino di 60 anni, di un’onestà disarmante».

Hai frequentato Beppe Viola?

«L’ho frequentato e amato e lo piango ancora adesso. Se Quelli che il calcio si chiama così è proprio per l’omaggio che gli abbiamo voluto fare inventando quella trasmissione che l’avrebbe divertito moltissimo».

Come nacque Quelli che il calcio?

«Nacque dalla suggestione di un bambino che guardava la radio. Guardarla era quasi più bello che ascoltarla, perché scatenava l’immaginazione: cosa c’era lì dentro? Una volta cresciuto pensai a una versione televisiva di Tutto il calcio minuto per minuto. Portai il progetto ad Angelo Guglielmi, grande direttore di Rai3».

E?

«Io e Carlo Sassi garantivamo la parte tecnica, ma non si trovava il conduttore. Proponevamo Fabio Fazio, che Guglielmi non voleva, Paolo Bonolis o Giorgio Comaschi che aveva condotto Galagoal dopo Alba Parietti».

Perché Guglielmi non voleva Fazio?

«Era convinto che non bucasse… Andammo da Gianni Morandi, da Gaspare e Zuzzurro… Poi a qualcuno venne in mente Dario Fo. Ci recammo in delegazione a Spoleto dove recitava il suo Mistero Buffo. Illustrai il progetto, ma alla fine Franca Rame sentenziò: “Il mio Dario una stronzata così non la farà mai”. Aveva ragione, perché due anni dopo egli avrebbe vinto il Nobel per la letteratura. Ma quando venne ospite si divertì moltissimo».

Con Quelli che il calcio decollò la carriera di Fazio.

«Lui ha fatto la fortuna della trasmissione e la trasmissione la sua. Davamo un’immagine del calcio migliore di ciò che era realmente: sullo stesso divano sedevano gli esponenti del rigorismo tecnico e i tifosi più pittoreschi».

Chi ti piace dei nuovi cronisti sportivi?

«Noi intervistavamo i giocatori nudi in spogliatoio, tanti colleghi oggi vivono di Wikipedia e si limitano a mettere il microfono sotto la bocca dell’allenatore durante le conferenze stampa. Il miglior cronista di oggi è Francesco Repice che riesce ad abbinare ritmo, competenza e capacità di appassionare chi ascolta. Non è un caso che lavori alla radio».

Che idea ti sei fatto delle scelte di Fazio dopo Quelli che il calcio?

«Sono molto affezionato a Fabio, essendo suo testimone di nozze. Credo sia un grande talento. Anche quando vorrei chiamarlo per dirgli se è sicuro di quello che fa, alla fine prevale l’amicizia».

Nel calcio è l’estate delle rivoluzioni. Cosa pensi di Maurizio Sarri allenatore della Juventus?

«È il più grande cambiamento della storia bianconera. La Juventus aveva già deviato qualche volta dal suo pragmatismo, ma non era mai ricorsa al suo peggior nemico, portatore di un verbo distonico rispetto alla cultura della real casa».

E della Roma che ammaina le bandiere Francesco Totti e Daniele De Rossi?

«Core de Roma è intraducibile in inglese. Pallotta pensa più allo stadio che agli scudetti. Detto questo, anche la società ha le sue ragioni. Francesco ha promesso che non avrebbe mai fatto nulla contro la Roma, ma l’addio con conferenza stampa di certo non ha rasserenato gli animi».

Dell’Inter che chiama Antonio Conte, suo nemico storico?

«Nell’Inter si fondono spirito aziendale dei nuovi proprietari e identità italiana. È una società che non si abbandona alla lagna, ma si rimbocca le maniche e prende un allenatore per vincere, come fece nell’87 ingaggiando Giovanni Trapattoni dalla Juventus».

Il più grande calciatore italiano.

«Direi Roberto Baggio».

Il più grande in assoluto?

«Maradona. Se il metro di misura è chi ha fatto vincere squadre che altrimenti non avrebbero mai vinto, Napoli e Argentina sono due prove sufficienti».

Il più grande allenatore.

«Helenio Herrera. Un risultatista che ha cambiato la storia del calcio non solo italiano. Si dice ancora oggi “l’Inter di Herrera”».

 

La Verità, 7 luglio 2019

 

 

Giusto che Lerner vada in onda, Salvini ha sbagliato

Caro direttore,

concedimi qualche riga per manifestare il mio dissenso sulla campagna contro Gad Lerner di questi giorni. Non che l’editorialista di Repubblica – dov’è stato rilanciato con una certa enfasi dalla direzione di Carlo Verdelli che anche da direttore editoriale dell’informazione Rai l’aveva richiamato in servizio –  non smuova antipatia e avversione con le sue liste di proscrizione, l’intercessione per «le classi subalterne» dall’alto dell’elicottero dell’Avvocato Agnelli e dello yacht dell’Ingegner De Benedetti, le lamentazioni di censure dal pulpito del talk show più glamour di Rai1 dove promuovere il suo Approdo nuovo di zecca su Rai3. Ci sono tutti i motivi perché uno così vada di traverso e provochi contrarietà. All’incirca gli stessi che smuove Fabio Fazio che gli ha fatto da cerimoniere nell’ospitata di cui sopra, e che è pagato in modo esorbitante con il denaro pubblico del canone. Per inciso, lo dissi personalmente al suo agente, Beppe Caschetto, alla presentazione dei palinsesti di due anni fa, quando il passaggio di FF alla rete ammiraglia fu annunciato in pompa magna: «Beppe, vedrai che questo megastipendio diventerà un boomerang». Tanto più ora che Fazio ha scelto scientificamente la rotta di collisione sui porti chiusi salviniani, invitando ogni domenica qualcuno che li contestasse e accampasse ragioni per l’accoglienza urbi et orbi. Riassumendo: il caso Fazio e il caso Lerner si assomigliano per la faziosità dei contenuti, le lamentazioni e la propensione all’autoproclamazione di martiri in favore di telecamera e i giornaloni a fare il tifo. La somiglianza si stempera solo a proposito dei compensi, iperbolico quello di Fazio, tanto che, dopo il ridimensionamento, si accaserà su Rai2, poco proporzionato quello di Lerner se rapportato agli ascolti, solitamente modesti dei suoi programmi.

Detto tutto questo, c’è un motivo ancor maggiore per cui, forse ingenuamente, non avrei inaugurato la campagna contro l’ex conduttore di Milano, Italia. Ed è il principio del liberalismo, l’accettare e il confrontarsi con opinioni contrarie, una certa magnanimità che, ahimè, spesso finisce per mancare agli uomini di potere. Vincere va bene, stravincere meno, recitava un vecchio adagio. Ritengo che Matteo Salvini abbia sbagliato a innescare questa polemica su Lerner, offrendo il pretesto a certe sinistre prefiche di piangere su editti inesistenti. Lo ha fatto da ministro degli Interni, da segretario leghista, da vicepremier? In tutti i casi, mi pare inopportuna. Criticare il volto noto che lamenta censura proprio mentre ha a disposizione microfoni e vetrine tv, va bene. Ma a questo, per conto mio, ci si dovrebbe fermare. Forse anche per malizia. Lerner faccia il suo programma, senza censori sul piede di guerra: sarà un testimonial suo malgrado del liberalismo della Rai al tempo dei gialloverdi (o forse è il caso di dire verdegialli?). Questo sì sarebbe davvero «governo del cambiamento»: tenere lontane le mani della politica dalle scrivanie di Viale Mazzini. Lo hanno promesso anche i governi precedenti senza mai riuscirci, come documentano le dimissioni di Verdelli e ancor prima di Antonio Campo Dall’Orto, indotte dal fuoco amico renziano. Se il governo verdegiallo vuol davvero cambiare, non vieti il ritorno in tv degli avversari ed eviti di mettere becco sulle scelte di amministratore delegato e presidente Rai. A quel punto chi potrà azzardarsi a parlare di bavaglio, censure e mancanza di democrazia? Anche quella di non occuparsi di nomine e di palinsesti della tv pubblica è una promessa che Salvini potrebbe e dovrebbe mantenere.

Siccome però, il pluralismo è sacro in tutte le direzioni, il cambiamento si dovrebbe e potrebbe vedere dall’aggiunta di voci dissonanti rispetto al pensiero unico, un po’ nel solco di quello che sta tentando di fare, magari disordinatamente, Carlo Freccero a Rai2. Qualche suggerimento per promuovere una narrazione alternativa? Ecco i primi che mi vengono, d’istinto, senza pensarci troppo: Alessandro D’Avenia, Paola Mastrocola, Antonio Socci, Davide Rondoni e Giovanni Lindo Ferretti per i temi di approfondimento culturale, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Costanza Miriano per l’attualità, Pupi Avati per la fiction, Federico Palmaroli (Le frasi di Osho) per la satira, oltre al recupero di Milena Gabanelli e Massimo Giletti…

C’è molto da fare, come si vede. E probabilmente c’è spazio per molti, se non proprio per tutti.

Un caro saluto.

La Verità, 3 giugno 2019

Gruber, Fazio, Monti: il livore ha fatto autogol?

Gli antagonisti. Gli ossessionati. Gli avversari. Quelli che si sono più esposti contro Matteo Salvini. È un intero mondo a uscire sconfitto dalle elezioni di domenica. Oltre a partiti e schieramenti, persone precise. Ma anche un sistema di pensiero. Una mentalità. L’élite culturale.

Roberto Saviano, il capofila dell’opposizione. Opposizione culturale e antropologica. Opposizione insultante, anche. Al punto che, prima o poi, arriverà a sentenza nelle aule giudiziarie. Intanto, quella elettorale è arrivata dalle urne. La Lega primo partito a Riace e Lampedusa, roccaforti del savianismo sventolato dai testimonial doc Domenico Lucano e Pietro Bartolo, è una lapide sull’accoglienza indiscriminata. Ideologo in disarmo.

Fabio Fazio. Braccio armato, esecutore, assistente dell’ideologo, non a caso un habitué degli studi di via Mecenate. La lista degli ospiti parla da sola: volontari delle Ong, militanti dell’accoglienza h24, Mimmo Lucano, Gino Strada, Nicola Zingaretti, senza dimenticare il ruolo di Carlo Cottarelli. La trattativa per la riduzione dello stipendio e il trasloco a Rai 2 era iniziata prima del voto, ma è trapelata a spoglio elettorale terminato. Con emblematico tempismo. Dottor Watson di Saviano.

Lilli Gruber, condensato di stizza nel chiodo da giustiziera. Ha trasformato la sua postazione serale nella riserva dell’ossessione antisalviniana. Indicato il bersaglio, ci pensavano i cortesi ospiti a eseguire garbatamente la sentenza. Ogni puntata un’esecuzione, in assenza della vittima. Un incontro di wrestling con il fantasma. Che, quando si è palesato, ha reso epifanica la faziosità della signora. Centrifuga di livore.

Mario Monti. L’ex premier ed ex commissario europeo è stato richiamato in servizio dopo la pensione come certi poliziotti quando c’è da fare il lavoro sporco che i novellini non riescono a svolgere. Ha rimesso la divisa di Bruxelles ed è tornato in campo a menare fendenti sui sovranisti, ignoranti di economia e mercati. Magari carezzando la riedizione del governo tecnico. Ospite fisso di Corrado Formigli e saltuario di Gruber e Giovanni Floris, che ha una liason con Elsa Fornero. Sacerdote dei rigoristi, guru dell’austerity protetto dall’Agcom. Vanesio datato.

Salone del libro. Tempio del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Sinergia di fondamentalisti, scrittori e politici volenterosi, da Christian Raimo a Nicola Lagioia a Chiara Appendino. Siamo informati e colti, impegnati e letterati. Chi non è con noi resta fuori. In nome della democrazia, ovviamente. L’inclusione vale solo per le minoranze acquiescenti. L’esclusione della casa editrice Altaforte vicina a Casapuond resterà una macchia nella storia del tempio. Intolleranti chi?

Gad Lerner. Estensore di liste di proscrizione. Denunciatore seriale di presunte censure. Cacciatore di fantasmi fascisti. Mediatore delle «classi subalterne». È andato chez Fazio a lamentare la poca libertà nella televisione italiana causa oppressione del governo gialloblu. In compenso, lunedì prossimo su Rai 3 comincia L’Approdo, il suo nuovo programma ispirato a una storica, ma non faziosa, trasmissione degli anni Sessanta. Rintronato.

Federico Fubini, portavoce degli apparati della Commissione europea. Per lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sempre sull’orlo delle dimissioni perché ogni dichiarazione di Salvini viola un parametro o infrange un patto. Che è molto più di un dogma. Quanto alla notizia dei 700 bambini greci morti a causa dell’austerity imposta dalla Troika, quella si può ignorare anche se si fa parte del Gruppo di alto livello nominato dalla Ue per la lotta contro le fake news. Furbino.

Concita De Gregorio, volto di Repubblica in ascesa nella scala degli opinionisti da talk. Avvolta in una nuvola di degnazione, dispensa le sue conoscenze alla massa. Ma sempre mantenendo una certa distanza. Nel pieno del polverone per il caso Altaforte al Salone del libro ha proposto la creazione di un codice etico per vagliare il pedigree delle case editrici. Sempre in nome della correttezza democratica. Ridateci Daria Bignardi.

Fabrizio Salini, amministratore delegato Rai a due velocità. Prontissimo a intervenire al primo lamento di Fazio per la sostituzione di due puntate di Che fuori tempo che fa, il tavolo con Max Pezzali e il Mago Forest, con altrettanti speciali di Bruno Vespa, ha alzato la voce contro la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. Assai meno vigile sull’assenza di programmi nei giorni immediatamente precedenti il voto, ha lasciato campo libero a Enrico Mentana. Urge tagliando.

Agcom, Autorità garante per le comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani, già capo di gabinetto di Monti. Prima ha diffidato il Tg2 per un servizio critico nei confronti dell’ex premier bocconiano sulle sue previsioni nefaste in caso di vittoria dei sovranisti. Poi ha pensato bene di redigere un regolamento che persegua chi critica donne, migranti, gay e transessuali: minoranze più che intoccabili. Tribunale del politicamente corretto.

La Verità, 29 maggio 2019

Fazio martire per 3 serate in meno con Max Pezzali

Il martirio è servito. La chiusura anticipata di Che fuori tempo che fa di Fabio Fazio, tre puntate in meno per far spazio alla campagna elettorale e al commento post europee del 26 maggio, ha scatenato l’ondata di vittimismo. Si parla di cancellazione, di taglio, di censura. A sinistra piangono tutti. Piagnucolano gli editorialisti di Repubblica, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il conduttore stesso con la sua compagnia di giro. «La Rai è nella bufera», è il tam tam dei siti specializzati. L’ad Fabrizio Salini, all’oscuro dei fatti come il presidente Marcello Foa, ha chiesto una relazione scritta su tutta la vicenda alla direttrice di Rai 1, Teresa De Santis, e al direttore del coordinamento palinsesti, Marcello Ciannamea. «Su Fazio chiamatela come volete. Io la chiamo censura contro la libertà di espressione», esagera su Twitter Zingaretti inaugurando lo psicodramma.

Domenica, prima di dare il via alla solita parata militante antigovernativa, FF aveva rivolto un avviso a coloro che seguono Che fuori tempo che fa del lunedì, dicendo che quella di ieri notte sarebbe stata l’ultima puntata della stagione perché «ci è stato comunicato che le ultime tre non andranno in onda». In sostituzione, sono previsti due speciali di Bruno Vespa e il 3 giugno, dopo due settimane d’interruzione, considerata l’anomalia e i costi della ripresa per una sola serata, si è previsto il film Triste, solitario y final. Ma dopo i ringraziamenti di rito per l’audience – un modesto 13%, nonostante il traino moltabaniano – pur potendolo fare, il conduttore non ha dato alcuna spiegazione. Il caso doveva deflagrare e così è stato. Lasciato cadere il cerino, ci ha pensato l’aria compressa della campagna elettorale a dare fuoco alla polveriera. L’incendio non sembra essere facilmente domabile. Non conta il fatto che già un anno fa, dopo le politiche del 4 marzo, Che fuori tempo che fa avesse ceduto il palinsesto al Porta a Porta post elezioni. In quell’occasione non ci furono lamentele di sorta, forse perché Matteo Salvini non era ancora potente. Le proteste sono invece salite di tono in tempi recenti, seppure in occasione di appuntamenti minori, quando il talk show di Bruno Vespa ha occupato la seconda serata del lunedì dopo le regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata, l’11 e il 25 febbraio e il 25 marzo scorsi. Dunque, considerati i numerosi precedenti, la scelta editoriale di Rai 1 era ampiamente prevedibile. Ciò nonostante, a scanso di equivoci, la direzione di rete aveva comunicato con largo anticipo la decisione al vicedirettore per l’infotainment, Rosanna Pastore, che ha la delega sui programmi di FF. Ma non è bastato e si è preferito accendere la miccia.

La strategia della provocazione di Fazio era chiara da tempo. Spingersi fino al limite estremo dell’antagonismo e al primo stop gridare al sopruso e alla censura. Se invece non fosse accaduto nulla, si sarebbe continuato a sparare contro Salvini e soci. Domenica sera, per gradire, c’erano l’immancabile Roberto Saviano, don Mattia Ferrari, vicario di Nonantola (Modena) che si è imbarcato sulla nave «Mare Jonio», il sindacalista Aboubakar Soumahoro reduce dal Salone del libro dove, con Michela Murgia, aveva appena presentato il suo Umanità in rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità e, infine, Carlo Calenda, capogruppo del Pd nel Nordest.

Con tutto questo, però, la chiusura anticipata del programma c’entra poco. Quella del lunedì sera, infatti, è la versione light del format che, oltre alla guida di FF e al prologo di Maurizio Crozza, si avvale della co-conduzione di Max Pezzali e della presenza fissa del Mago Forest, attorno ai quali ruotano attori e attrici, cantanti e starlette, meglio se un tantino vintage per soddisfare i gusti del pubblico di Rai 1. Però, per piagnucolare, stracciarsi le vesti e denunciare l’ingiustizia, tutto può servire. La sovrastima e l’ego dei volti tv sono un cavallo di battaglia dei giornaloni e della sinistra élitaria per la quale, in mancanza di argomenti, la politica coincide sempre più con la comunicazione. Non si discute di tasse, scuola, lavoro e servizi, ma di Facebook, fake news e palinsesti tv. Non a caso la campagna vittimista si era ufficialmente aperta qualche giorno fa a Otto e mezzo, quando Lilli Gruber aveva rinfacciato a Salvini di aggredire e insultare Fazio. Al che il ministro dell’Interno aveva replicato di ritenere «immorale uno stipendio da tre milioni di euro all’anno per fare politica sulla televisione pubblica». Anche ieri, in un’intervista a Radio 24, il vicepremier ha ribadito le critiche al maxistipendio del conduttore. Quanto alla chiusura anticipata del programma, «è una scelta dell’azienda, non entro nel merito. Io non mi occupo di palinsesti televisivi», ha sottolineato Salvini. «Fazio lo vorrei in onda sempre, anche a Natale e Capodanno. Più fa campagna elettorale per la sinistra e più gli italiani aprono gli occhi e votano Lega». Invece, se le cose andranno come deciso dalla direzione di Rai 1, anche lui dovrà farsene una ragione.

 

La Verità, 14 maggio 2019

«A cena con Saviano, D’Urso e Dibba insieme»

Buongiorno Mago Forest, lei ci fa o ci è?

«Spero di farci, ma tutti quelli che lo dicono, spesso lo sono. Mi conosco troppo poco per potermi giudicare».

A quando risale l’ultima volta che ha fatto un gioco di prestigio?

«A stamattina: ho trovato parcheggio sotto casa».

Diciamo la verità, più che essere un mago, lei magheggia.

«Diciamo che parodieggio. Ma per fare una buona parodia bisogna conoscere bene la materia».

Cazzeggia, imbastisce giochi, giochi di parole…

«Cazzeggiare è un verbo nobile nel quale mi riconosco molto. Suona molto meglio in francese, Charles Baudelaire chiamava il cazzeggiatore flâneur».

Secondo il vocabolario, «passeggiatore svagato e a momenti curioso». Volgarmente, uno che fa flanella. Grande rischio intervistare via mail e sms Michele Foresta (Nicosia, 22 febbraio 1961, in arte Mago Forest) perché è il re dei flâneur. Se provi a stanarlo, affonda il tackle, dribbla e se ne va. Il lungo inseguimento, le decine di messaggi al limite dello stalk, la proposta di diverse location tra cui la modaiola Pescheria di Treviso – la città dove ripara quando non è da Fabio Fazio, con la Gialappa’s Band, al Festival di Sanremo o in tournée – hanno partorito questo compromesso. Ultima nota: niente risposte sulla moglie Angela, causa della residenza a Treviso, una fan che gli chiese l’autografo dopo uno spettacolo: «Si è innamorata della mia calligrafia», gli è sfuggito una volta.

Come le vengono certe idee, tipo il montepremi del gioco fatto a Sanremo che era il Tfr di Pippo Baudo?

«Avrei potuto dire “un montepremi di un milione di euro”, ma il mio mestiere è trovare paradossi. Chi non vorrebbe l’incalcolabile Tfr di Pippo?».

Ha chiesto a Virginia Raffaele se è così perché è già disossata, l’anno scorso l’aveva chiesto a Michelle Hunziker…

«La battuta è “bella, magra, già disossata…”. Ma se l’ho ripetuta due volte è giusto che paghi, restituirò un po’ del cachet o pagherò un sovrappiù di canone alla Rai Radiotelevisione Italiana. Di solito dico anche: “Adoro le donne magre, anche la mia bambola gonfiabile non la gonfio mai tutta… Tutta tutta!”».

A proposito di Baudo, lei, Nino Frassica, Fiorello e Emilio Fede: tutto il cabaret italiano viene dalla Sicilia orientale?

«Ho capito, lei vuole farmi trovare l’intruso…».

Nicosia, Catania, Messina: il triangolo della risata?

«Dimentica Palermo, dove vivono Ficarra e Picone, e Gela, la città del grande Giovanni Cacioppo… parlerei almeno di pentagono».

Come si diventa maghi comici a Nicosia, per disperazione?

«Ho iniziato a Nicosia con le prime radio libere, era il 1976. Avrà sicuramente sentito parlare di Radio Nicosia sui 103,700 megahertz. Poi ho continuato imitando le gag di Mac Ronay, un mago francese molto noto in Italia negli anni Settanta, famoso per le sue partecipazioni a Studio Uno. Trasferitomi a Milano ho frequentato scuole di mimo e teatro, club e congressi magici ed è cosi nato il mio personaggio di mago stralunato».

Il clan dei siciliani, ma poi a consacrarla nello showbiz, nel jet set, nel dorato mondo dello spettacolo ci ha pensato un pugliese come Renzo Arbore.

«Ahi ahi, ha dimenticato di dire rutilante».

Dorato non le basta?

«Nessun clan, perché i siciliani che lei cita li ho conosciuti molto dopo. Indietro tutta di Arbore è stata la mia prima intrusione in tv, la prima pacca sulle spalle per dirmi che forse ero sulla strada giusta. In realtà, a Indietro tutta ho fatto pochissime apparizioni, ma per me che ero un grande fan di Alto gradimento, dell’Altra domenica, di Quelli della notte e di tutto quello che faceva Arbore, è stato un inizio davvero fortunato e inaspettato. Lo scorso anno, per i festeggiamenti del trentennale di Indietro tutta, Arbore mi ha invitato e mi sono esibito nell’esperimento della sparizione del Duomo di Milano, un po’ quello che ha fatto David Copperfield con la Statua della Libertà. Se la mia carriera finisse domani, sarei già a posto così».

Un destino comune con Frassica, anche lui scoperto e lanciato da Arbore a Indietro tutta.

«Nino è un grande, un artista va giudicato anche dalla longevità e lui ci fa ridere da trent’anni. Dopo averlo conosciuto da Arbore abbiamo lavorato insieme per un po’ di anni. Più che lavorato insieme io ero il ragazzo a bottega. Abbiamo anche scritto un libro a quattro mani, Come diventare maghi in 15 minuti».

Ancora in parallelo con Frassica è finito a lavorare con Fazio, si vergogna un po’?

«Non solo non mi vergogno, ma ne vado fiero. Fazio è un grande professionista che da molti anni si interfaccia con ogni tipo di ospite, sa usare la leggerezza della commedia e allo stesso tempo trattare tematiche molto delicate con garbo, rispetto e preparazione».

L’altro giorno ha detto che per i prossimi due anni non si muove da Rai 1.

«Fazio può dire quello che vuole, ma alla fine è Wanda Nara che decide tutto».

Wanda Nara è Salvini?

«Assolutamente no! Volevo fare il finto tonto. Bisogna dire a Salvini di spegnere il motore della ruspa…».

Si trova meglio con lui o con la Gialappa’s band?

«Con la Gialappa lavoro da 18 anni, per me sono dei fratelli. Con Fabio lavoro da un anno, me lo richieda fra 17 anni».

Tra lei e Raul Cremona chi è il più cialtrone?

«Per fare il prestigiatore non si può essere cialtroni. Se aggiunge che oltre alla magia dovremmo anche far ridere, lo spartito diventa ancora più intransigente e non ci può essere spazio per il pressappochismo. Comunque, quando Raul veste i panni del Mago Oronzo, il cialtrone dei cialtroni, è insuperabile».

Sempre gente del Nord?

«Non dimentichiamo che siamo sempre a Sud di qualcuno».

In più vive a Treviso, non è che sta diventando leghista?

«Le prometto che non succederà. Le prometto anche che se andrò a vivere a Venezia non diventerò gondoliere e se mi trasferirò a Roma in zona San Pietro, non diventerò cardinale».

Le puttanate che dice, tipo «Claudio Bisio ha un grande pregio, non ha fratelli gemelli», oppure «Io sono un grande ottimista, la testa di Bisio la vedo sempre mezza piena» se le scrive da solo o uno stuolo di autori sgobba per lei?

«Caverzan non si dicono le parolacce, altrimenti non le daranno mai il premio Pulitzer. Le puttanate, come le chiama lei, ma che noi nell’ambiente chiamiamo col nome bizzarro di battutele scriviamo sia io che i miei autori. Sono gli stessi dai tempi dei primi Zelig, loro si vergognano di lavorare con me ed è per questo che non spiattello i nomi».

Le… battute le vengono in mente mentre si fa la barba o quando si prepara la colazione? Non riesco a immaginarla alla scrivania a pensare…

«La ringrazio per la domanda che ovviamente le sarà venuta alla scrivania. Le fonti d’ispirazione sono innumerevoli, ma come diceva Thomas Edison, l’1% è ispirazione e il 99 traspirazione. Quando devi scrivere un pezzo non puoi aspettare l’ispirazione, ti metti sotto e scrivi».

Alla scrivania le domande le scrivo… Oltre che nei famosi tempi comici, la forza delle gag è nella faccia da finto tonto? L’ha imparata o se l’è trovata?

«Dico sempre che far ridere è un po’ come tirare un calcio di rigore. Il pubblico è il portiere, devi spiazzarlo, devi farlo tuffare da una parte e intanto infili la battuta dall’altra. Io vivo sempre con la paura di sbagliare il rigore. Se sei troppo sicuro sbagli. L’unico modo che conosco per non sbagliare è allenarsi e studiare molto, e a volte si sbaglia lo stesso».

Seriamente, c’è un momento, un fatto grazie al quale ha capito che poteva fare il comico di professione?

«Sono un emigrante, arrivato a Milano con la mia Vuitton di cartone, ho fatto un po’ il barista ma subito dopo ho iniziato a lavorare da professionista. D’estate lavoravo nei villaggi e d’inverno nei cabaret milanesi».

Con che gioco di prestigio ha stregato sua moglie?

(Spazio bianco)

Cosa fa nel tempo libero?

«La cosa che mi riesce meglio è fare lo spettatore, quindi vado spesso a vedere altri spettacoli, concerti, film o mostre. Mi piace molto anche fare il flâneur».

Cosa guarda in televisione?

«Ultimamente sono nel tunnel delle serie: sto vedendo Better Call Saul, uno spin off di Breaking bad, e ho appena iniziato La Casa di carta».

I programmi più comici sono i talk show, i reality o il meteo?

«Molti li chiamano talk show, ma in realtà sono insult show. L’andazzo è questo, speriamo ci sia presto un’inversione di tendenza e si passi dall’odio nei confronti degli avversari ai dialoghi costruttivi. Come diceva il grande Aldo Biscardi, non parlate uno alla volta altrimenti a casa non capiscono niente».

Una sera a cena con Barbara D’Urso, Roberto Saviano o Alessandro Di Battista?

«Io prenoterei per quattro, le diversità aiutano a crescere. Che noia uscire solo con chi la pensa come te».

Chi è il politico più comico in circolazione?

«Sono in tanti e non vorrei fare torto a nessuno dimenticandone qualcuno. Inoltre non posso dirlo, io non ho l’immunità parlamentare, loro sì. Diciamo che se ne devo salvare uno, salvo Cetto Laqualunque».

Ha figli? Come riesce a essere autorevole con loro?

«Non ho figli, ma splendidi nipoti. All’autorevolezza ci pensano i loro genitori, io ci gioco».

 

La Verità, 4 marzo 2019

 

Il doppio FF e la strategia della provocazione

Ci mancava anche Emmanuel Macron. No, non ce lo potevamo risparmiare. Dopo Enrico Letta, ospite il 27 gennaio scorso di Che tempo che fa e, a quanto sembra, mediatore tra l’Eliseo e Fabio Fazio, dopo Roberto Saviano il 10, Matteo Renzi il 17, di nuovo Saviano e Andrea Camilleri, nell’insolito ruolo di opinionista antigovernativo, il 24 (per tacere dei vari Riccardo Gatti della Ong Open Arms e Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, sempre intervallati dalle lezioni di economia di Carlo Cottarelli), dopo tutti questi ospiti, solo per stare all’ultimo mese, il capo dello Stato francese, fumo nelle pupille dei nostri governanti oltre che di buona parte degli italiani, rappresenta a pieno titolo il vertice della strategia della provocazione di FF. Una strategia pianificata e perseguita lucidamente. Che consiste in questo: spingersi fino al limite estremo dell’opposizione esplicita, frontale, senza se e senza ma. Il supermegacontratto a 2,2 milioni di euro l’anno (più altri 10,6 per la Officina Srl, la società che produce il programma, sua al 50%) blinda il conduttore di Rai 1. Dopo il piccolo segnale di cedimento di qualche settimana fa («sto pensando di espatriare»), nell’ultima puntata FF ha garantito che per altri due anni non si muoverà dalla prima serata della rete ammiraglia. Spontaneamente, s’intende. Il risultato della strategia è binario: o paladino dell’opposizione al governo pentaleghista o martire dello stesso governo: censore, illiberale, antidemocratico. Una strategia da lucido scacchista. L’intervista a Macron, densa ma paludata trattandosi di un dialogo con un capo di Stato, è stata obiettivamente un colpo giornalistico realizzato all’insaputa della direzione di Rai 1. Siccome sarà difficile salire ancora di livello, presumibilmente dobbiamo prepararci ad altri Gino Strada, Michela Murgia, Domenico Lucano, Nicola Zingaretti…

Del resto si sa, come testimoniano il nome e cognome del conduttore più pagato della Rai, Fabio Fazio sono due. Basta cambiare la consonante al centro, dalla morbida b alla tagliente zeta, e il dottor Jekyll vira in Mr Hide. Cioè, come abbiamo avuto modo di constatare negli ultimi tempi, l’anima arboriana e goliardica che intrattiene sul filo dell’ironia e del nonsense con ospiti come Nino Frassica, Orietta Berti e Gigi Marzullo, ha lasciato campo libero all’anima savianesca, stizzosetta e militante che infarcisce le serate di intellò schierati, in rotta di collisione con la maggioranza uscita dalle elezioni di un anno fa.

Ai piani alti di Viale Mazzini abbozzano, per ora.

 

La Verità, 4 marzo 2019

Fenomenologia dell’Ariston correct (non è un drink)

Ah, gli esperti. I giurati di qualità. I critici specializzati. Studiati e competenti. Appollaiati nelle poltroncine dell’Ariston. Asserragliati nella sala stampa a insultare i concorrenti sgraditi. Se un brano di Marocco pop ha vinto il 69° Festival della Canzone italiana lo dobbiamo a loro. Ai sacerdoti delle sette note. Agli esperti del salottino colto. I telespettatori, il pubblico da casa, la gente che canticchia i ritornelli avevano scelto diversamente. Ora apriti cielo. Putiferio sui social. Mitragliate di giudizi. Articolesse schierate per giorni, c’è da giurarci. Sotto accusa il regolamento, i vertici Rai e il direttore artistico. E probabilmente pietra tombale sul Claudio Baglioni ter. Il quale, non a caso, a risultato ancora caldo, si è pronunciato in favore del ritorno al televoto puro e semplice: «Penso che se il festival vuole essere veramente una manifestazione popolare deve essere giudicata solo dal televoto», ha scandito. Si vedrà.

Il Festival di Sanremo è lo specchio del «Bipaese». Del Paese diviso in due. Élite da una parte, popolo dall’altra. Giurie di esperti e televoto. Una rappresentazione plastica di due mondi che non comunicano, non si integrano. Anzi, confliggono. Certo, non tutta la kermesse riproduce la divisione, ma l’esito finale sì. La 69ª edizione del Festival della Canzone italiana l’ha vinta Alessandro Mahmoud, nato a Milano da madre sarda e padre egiziano, in arte Mahmood. «Marocco pop» è la definizione che lui stesso ha dato di Soldi, il brano trionfatore. Non è questo il problema, può vincere uno o l’altro, si possono avere gusti differenti. La cosa che fa sorridere è la genesi del verdetto finale. Come ci si è arrivati. Niente crociate, sono solo canzonette. Ma a un giorno di distanza dal risultato c’è di che divertirsi. Ormai è noto, tra i tre finalisti le preferenze del televoto, che pesa per il 50%, avevano premiato la canzone di Ultimo (I tuoi particolari) con il 46,5%. Il Volo (Musica che resta) era secondo con il 39,4% e Mahmood terzo con il 14,1%. Sono state la giuria dei giornalisti (che pesa per il 30%) e quella di qualità (20%) a capovolgere il risultato scaricando su Mahmood il 63,7% dei loro voti. Risultato finale: 38,9% per Mahmood, 35,6 per Ultimo e 25,5 per Il Volo. Già prima, al momento dell’esclusione di Loredana Bertè dai posti di vertice, la classifica era stata contestata dalla platea. Subito dopo ha suscitato la reazione scomposta di Ultimo, sconfitto sul filo di lana. La notte non ha smorzato i toni: sia la Bertè sia Ultimo hanno disertato Domenica in, probabilmente in segno di protesta.

Adesso tra analisti e opinionisti social è una corsa affannosa a ridimensionare il ribaltone dell’Ariston. A dire che no, non è giurie chic contro televoto, élite contro popolo: non bisogna offrire nuovi argomenti all’allergia all’Italia meticcia di Matteo Salvini. Se non è così, offrissero una chiave di lettura alternativa e dignitosamente attendibile. Basta un giro su Twitter per capire il tenore dell’imbarazzo. Già ieri mattina Stefania Carini aveva anticipato l’andazzo: «Oggi per spiegare Sanremo 2019 sarà “voto popolare/gialloverde vs élite giuriagiornalisti/piddini”? Nel dubbio torno a dormire». Flavia Amabile della Stampa invece era sicura: «Quest’Italia in cui l’opposizione è il Festival di Sanremo», twittava sopra il link di un pezzo senza la notizia del vincitore. La sintesi sembrava buona, anche se non si capiva se approvava o ce l’aveva con il Pd e Forza Italia. Chissà; forse sarebbe stato più corretto: «Quest’Italia in cui l’opposizione sono le giurie dell’Ariston». Comunque, ecco Tommaso Labate del Corriere fare un passo avanti e dare la linea: «Chiunque butti in politica la vittoria di Mahmood regala a Salvini l’occasione di posizionarsi ancora una volta dalla parte del popolo (il televoto che aveva premiato Ultimo) contro l’élite (che han fatto vincere Mahmood). Facciamo che sono solo canzonette?». Tagliava corto Boris Sollazzo: «Mahmood vince. Salvini chiuderà il porto di Sanremo…».

Fino a prima del colpo di mano delle giurie era un festival filato liscio, nella sua modestia. Qualche monologo non riuscito, qualche altro sì e senza autocensure (Pio e Amedeo). Serata dopo serata, soprattutto Virginia Raffaele era riuscita a trovare il dosaggio giusto tra i compiti di conduttrice e il talento di comica poliedrica, erede di Anna Marchesini (superlativo il medley d’imitazioni dell’ultima sera). Certo, qualche canzone era borderline, qualche altra superflua. Ma ci sta, «nessuno è perfetto», aveva chiosato il direttore artistico. I superospiti italiani avevano compensato uno show zavorrato dall’overdose di rap e trap. E svecchiare pubblico e partecipazioni era un altro dei meriti del Festivalone che, ha enfatizzato qualcuno, aveva annullato anche l’idea che potesse sbucare da un momento all’altro gente come Al Bano o Toto Cutugno. Una grande svolta, sembrava; volendo dimenticarsi Pippo Baudo, Ornella Vanoni e Patty Pravo atterrata direttamente dal bar di Guerre stellari (copyright Renato Franco). Poi l’impennata del politicamente corretto…

Qualche anno fa il televoto determinava da solo il verdetto e le community dei talent show facevano vincere i concorrenti usciti da Amici come Marco Carta, Valerio Scanu e la stessa Emma Marrone. Fu Fabio Fazio a reintrodurre le giurie di esperti e giornalisti come correttivo della troppa democrazia attribuendo loro il 50% del giudizio. Con Carlo Conti, nella serata finale i giornalisti venivano sostituiti dalla giuria demoscopica che affiancava quella di qualità. Con Baglioni sono tornati i giornalisti.

Scorrere i nomi dei componenti la giuria di qualità, alcuni dei quali hanno anche sorprendentemnte presentato i cantanti, è istruttivo. Insieme al presidente Mauro Pagani, curriculum indiscutibile, ci sono Serena Dandini, Claudia Pandolfi, Beppe Severgnini, Elena Sofia Ricci, Ferzan Ozpetek, Camila Raznovich e Joe Bastianich la cui competenza musicale, a differenza della inclinazione politica, risulta piuttosto vaga. Quanto al ruolo dei giornalisti specializzati, bastava leggere la solita Stefania Carini in tempo reale: «Tutto il cucuzzaro sui Soldi!!!! riassunto del clima in sala stampa». Oppure guardarsi i video postati da Cosmopolitan («Sala stampa pazza di @Mahmood_Music») per vedere il tifo sfrenato e il battito a tempo con il ritornello di Soldi, oppure gli insulti al Volo al momento della comunicazione del terzo posto.

Sia chiaro: nessuno ha niente contro Mahmood, il suo timbro inconfondibile e il sound urban della canzone. È solo che il «Marocco pop» con il narghilè e il Ramadan stona un filino come vincitore del Festival della Canzone italiana.

Quello che maggiormente disturba è il fatto che pochissime persone, competenti ma politicamente orientate, pesino quanto masse di telespettatori e ascoltatori. E, agendo da squadra, riescano a capovolgerne il pronunciamento. L’ha capito anche Baglioni: «Questa mescolanza, il fatto di avere tre o quattro giurie spezzettate rischia di essere discutibile». Viene il sospetto che più che votare la canzone, i membri del salottino colto abbiano votato il cantante.

La Verità, 11 febbraio 2019