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Da Altri a Virtù: dizionario del buonismo da day after

Non bastano il coronavirus, la reclusione e i bollettini quotidiani della Protezione civile. Tra gli effetti molto collaterali dell’epidemia troviamo il profluvio di lectio magistralis. Uno tsunami. Articolesse, pensierini, interventi, interviste, commenti, elzeviri, confessioni e rivelazioni dei guru da quarantena. Tra i quali va annoverato anche Giuseppi Conte con il suo invito a riflettere sulla «scala di valori». Sono i nuovi maître à penser. Gli intellò da day after. Un diluvio, un’ondata buonista che ha invaso le pagine dei giornaloni, i video, i profili social, il display del cellulare. Il guaio è che questo isolamento claustrofobico ci fa stare iperconnessi. Abbiamo tempo – troppo – per leggere le istruzioni dei migliori. I sacerdoti del bene, come li chiama Giampiero Mughini. Lo scrittore in odore di premio, frequentatore di talk show. L’ex politico regista e scrittore pure lui. L’attore da festival e cover di magazine. I conduttori tv mainstream…

Con l’hashtag #lecosechestoimparando Repubblica ha rotto la diga e siamo stati travolti dalla nuova lingua etica. Meglio, da un modo nuovo di usare la solita. Fatta di parole più ispirate, intrise di afflati, esortative, protese a migliorarci. Screziature linguistiche suggerite dal tempo straordinario. Cariche di promesse, di propositi, di spinte al cambiamento. Come se fossero un’unica, gigantesca lettera a Babbo Natale. Anzi, letterina (che magia le piccole cose). Perché abbiamo appreso persino l’ora in cui sorge il sole. Poetico no? Sembriamo una immensa scolaresca. Una classe di buoni che ha imparato la lezione. Ora che abbiamo messo la testa a posto stiamo soffocando nella melassa. Ariaaaaaaa.

La romantización de la cuarantena es privilegio de clase! (Il romanticismo della quarantena è un privilegio di classe!): lo slogan partito dai balconi della Colombia, ora virale sui social, è una sana sferzata di realismo.

Altri. Perdersi negli altri, riscoprire gli altri, accorgersi degli altri, dedicarci agli altri, amare gli altri. Improvvisamente siamo tutti innamorati degli altri. È nato l’altrismo, degno compare del buonismo. Elio Germano, l’ideologo, attore pluripremiato e frequentatore di centri sociali, ha il profilo giusto: «La felicità è quando riusciamo a perderci negli altri», ha confidato a 7 Corriere della Sera. Anche Fiorello ha seminato «altruismo, altruismo, altruismo». Egocentrismo delle star travestito da fervorino.

Baricco. Alessandro. Al fondo di ventimila battute il guru dei guru ammette che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la pandemia è solo un nuovo livello del suo Game. Ma c’è lui con la sua «audacia». «Non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere». Mr. Wolf del progressismo. Per il narcisismo non c’è vaccino.

Bene. #andràtuttobene. Tutto cosa? Bene per chi? Campagna dilagata dai balconi. A braccetto con l’altro slogan: #celafaremo. Striscioni, lenzuolate, flash mob, post it, hashtag, claim, spot istituzionali. Strategia del sorriso, dell’incoraggiamento, dell’ottimismo. Intanto non si trovavano mascherine e finivano i posti di terapia intensiva. «No. Non è andato tutto bene. Prima di uscire sul balcone a cantare Azzurro o Volare bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì?» (Domenico Quirico, La Stampa).

Cose. Piccole. «Nel tempo ho imparato che le epifanie si dimenticano… Quelle che invece non si dimenticano più sono le piccole cose» (Daria Bignardi, Repubblica). Serve aggiungere altro?

Democrazia. Walter Veltroni, Corriere della Sera: «La democrazia non è per sempre, come il gioiello della pubblicità. La democrazia vince sfide e domina cicloni. Oggi, nell’ora più buia, la democrazia deve essere il rifugio di garanzia di ogni italiano». Picco di retorica, con Parlamento latitante.

Dopo. Quando ne usciremo. Quando saremo fuori. Saremo così, saremo cosà. Il mondo sarà cambiato. La società, il sistema, l’economia, la politica. Dopo, tutto sarà nuovo, migliore. Perché ci ricorderemo delle piccole cose. Degli insegnamenti. Faremo tesoro. Il dopo idilliaco, paradisiaco, edenico. Ma il durante si allunga. Mago Otelma e i suoi adepti.

Ecosistema. «Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi alla Terra e all’ecosistema» (Fazio su Rep). Supplente di Greta Thunberg.

Imparare. Il 26 febbraio Gianrico Carofiglio twittava: «Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo tra persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere». Qualche giorno dopo, il passato da magistrato ha fagocitato il presente d’autore: «Norma da adottare: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità competente e finalizzato a contrastare la diffusione di epidemie è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da 1000 a 5000”». Per provare a colmare la distanza tra i due tweet ha riempito una pagina di Repubblica. Invano.

Libri. #nonfarticontagiare. Flash mob promosso dalle sardine con un libro fra i denti. Da acquistare (insieme al cerchietto). È l’«antidoto culturale». I ritardi di Amazon tra le cause dei decessi.

Oblio. «Una promessa: non ci sarà nessun oblio». Titolo del Corsera ad un articolo di Paolo Giordano. Svolgimento: «Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi». Memorie da instant book.

Porti. «Sempre aperti. Per tutti»: in entrata però. In uscita, non possiamo andare da nessuna parte.

Prometto. Il verbo della «letterona» vergata da Fabio Fazio su Repubblica. Variante barricadera dell’autore: «Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati». Vasto programma.

Scala. Di valori, ovviamente. Quella che il premier suggerisce di ripensare e che Fazio vuole rimettere in ordine. E dove, al primo posto, figura «stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Se è in disordine stiamo lontano.

Virtù. Le migliori. Indispensabili a scalare i valori di cui sopra. «Fuor di retorica, se ne sente molta» ha scritto Veltroni. «Gli italiani stanno rispondendo al più lungo coprifuoco della loro storia mostrando le loro virtù migliori. Sobrietà, compostezza, umanità». E zero turpiloquio.

 

Panorama, 1 aprile 2020

 

 

Elly, Mattia e Greta a caccia del riflettore giusto

E tre. Dopo Greta e Mattia, ecco Elly. C’è una nuova icona dell’establishment di sinistra. Un nuovo astro. Un altro leader destinato a stregare la parte sana dell’opinione pubblica. La società civile, le piazze dei migliori e l’ecologismo mainstream ne sfornano uno ogni tre-sei mesi, secondo il bisogno. Elly Schlein arriva dopo Greta Thunberg e Mattia Santori ed è l’anello di congiunzione tra le sardine e il Pd, oltre che la più votata alle recenti consultazioni emiliano romagnole. Non ha fatto quasi in tempo a essere eletta con 22.000 preferenze per aver chiesto conto a Matteo Salvini dell’assenza della Lega ai tavoli europei sull’immigrazione, che è già vicepresidente regionale e in tutti i talk show radiotelevisivi. La sera del 28 gennaio, due giorni dopo il successo di Stefano Bonaccini, Lilli Gruber le ha tempestivamente regalato la ribalta di Otto e mezzo. Da lì non si è più fermata, rimbalzando, come un Santori qualunque, dall’Aria che tira a Omnibus e dovunque si parli di politica, in particolare su La7 che è sempre più l’organo ufficiale dell’ortodossia giallorossa. Del resto, la televisione, anzi, la visibilità, è la vera terra promessa dei nuovi puledri della sinistra di piazza e di palazzo (la medesima). Greta, Mattia ed Elly sono attratti dai riflettori dei media come dirigenti Rai dalla platea del teatro Ariston. E a loro volta sono un boccone prelibato dei conduttori all’ansiosa ricerca di testimonial e contenuti antisalviniani. L’attrazione è reciproca.

L’altra sera la capolista di «Emilia Romagna coraggiosa» ha sconfinato su Nove, ospite dell’Assedio di Daria Bignardi che l’ha accolta più garrula che mai. 34 anni (il doppio di Greta), nata a Lugano e trasferita a Bologna dove si è laureata con il massimo dei voti in giurisprudenza («Sono insicura e curiosa più che secchiona»), bisex («Ho amato molti uomini e molte donne, adesso sto con una ragazza e sono felice, finché mi sopporta», ha rivelato tra gli applausi del pubblico assediato), una militanza più a sinistra che a destra del Pd, la dolce Elly non gradisce la definizione di «miss preferenze» e infarcisce la parlata di «innovazione», «complessità», «transizione», «sessismo», accompagnando il suo argomentare con una mimica manuale piuttosto assertiva. Qualche sera fa, guarda caso chez Gruber, tra una lamentela e l’altra per il maschilismo dell’ultimo Sanremo, Massimo Giannini ha detto che vorrebbe vedere Elly Schlein più protagonista nei media. Non ha fatto in tempo a finire la frase che il giorno dopo la vice di Bonaccini era già ospite del suo Circo Massimo, il programma che Giannini conduce su Radio Capital, l’emittente da lui diretta (non male come testata per un giornalista di sinistra). Anche lì Schlein ha ribadito il suo mantra – «Coniugare la lotta alle disuguaglianze con la transizione ecologica» – nel linguaggio prediletto dalle élite Ztl, sempre intercalato da un virile richiamo al «coraggio». Qualche giorno fa, Marianna Madia, altra ex enfant prodige della sinistra chic, l’aveva candidata alla presidenza del Pd, sarà contento Paolo Gentiloni.

Presidenza piddina a parte, prepariamoci a vederla e rivederla in tutte le posture possibili e immaginabili. Come insegnano le altre creature dell’establishment, la politica narcisistica dei millennials, partorita e incubata nei social media e nella cultura dei selfie, confina e sconfina ripetutamente nella società dello spettacolo come in un gioco di specchi che si autoalimenta continuamente. Ospite di Fabio Fazio che l’aveva invitato appena due mesi prima, Santori aveva appena finito di dire «abbiamo cercato di scomparire, ma non ci siamo riusciti», che è stato subito convocato da Myrta Merlino all’Aria che tira. Il titolo che ne esaltava la radiosa presenza era «Parla Mattia Santori». Quando mai ha taciuto?

Sembra una forma di teledipendenza. La politica coincide con la comunicazione, a prescindere dal fatto che si abbia qualcosa da comunicare. Il giorno prima, non si era capito a quale titolo, il capo sardina aveva incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, suggerendo di creare un Erasmus tra Nord e Sud. È così: la gente non arriva a fine mese, perde il lavoro e non mette al mondo figli perché teme di non farcela a mantenerli, ma le sardine propongono l’Erasmus verticale. Santa pazienza. Del resto, non è neanche tutta colpa loro. Finché il mondo adulto li accredita come nuovi oracoli del cambiamento e di un armonico futuro è difficile tenerli con i piedi per terra. Mettici poi l’attrazione dei riflettori e il disastro è completo.

È di questi giorni la notizia che la Thunberg, la ragazza che Time ha eletto personaggio dell’anno 2019 e che è già stata ricandidata al Nobel per il 2020, dedicherà la parte rimanente del suo anno sabbatico alla realizzazione di una serie tv. La simpatica Greta interpreterà sé stessa in una via di mezzo tra un documentario e un reality, nel quale la si vedrà mentre prepara discorsi da pronunciare nei consessi internazionali, incontra leader mondiali, verifica dati climatici. Lo ha annunciato il produttore esecutivo della Bbc, Rob Liddell, esultante per il «privilegio straordinario» di approfondire l’emergenza climatica potendo «avere una visione interna di come sia un’icona globale e una delle facce più famose del pianeta».

Bingo. Il passo successivo è l’approdo nel cinema, ma diamole tempo. Non si è «un’icona globale» per niente. La narrazione ha le sue leggi e le sue esigenze. E l’attrazione tra i nuovi astri del pensiero unico e i media mainstream è reciproca e totale. Speriamo solo che, vista la dipendenza, non sia un’attrazione fatale.

 

La Verità, 14 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

L’Assedio della Bignardi nasce e muore nei social

Primo ospite il sindaco di Milano Beppe Sala, con L’Assedio, programma diverso nel titolo ma clone dei precedenti Le invasioni barbariche e L’era glaciale, mercoledì sera è tornata in tv Daria Bignardi. Lo ha fatto dai canali di Discovery (Nove, Real Time e altri) con un ascolto in simulcast di 598.000 telespettatori (2.8% di share totale, 1.4% su Nove). Dunque, Beppe Sala: per un suo seguace sui social, «il politico italiano più cool». «A lei piace essere cool?», chiede Bignardi. Risposta: «Sinceramente? Ma sì, va…». «Questo è il vero clima dell’Assedio», esulta la conduttrice.

Il vero clima dell’Assedio è il medesimo dei programmi clonati: salottino manierato dei migliori, bon ton ad uso delle élite della gente che piace, punteggiato dalla risatina compiaciuta o dalle sopracciglia aggrottate della padrona di casa. Con un paio di accentuazioni dovute all’ultimo aggiornamento del politicamente corretto, come la citazione più ossessiva del numero di follower che l’ospite può vantare. Post e cinguettii vari sono infatti la fonte regina delle domande oltre che al sindaco di Milano, anche a Luciana Littizzetto, al rapper Massimo Pericolo eccetera. Non solo, i social sono anche il luogo della critica finale perché due osservatori, una scrittrice e un giornalista, inviano un commentino all’intervista via WhatsApp. Così il cerchio si chiude: l’intervista nasce dai social e va a morire nei social. Che bello. Per il resto, l’uso di giornalisti e scrittori molto cool è un must del vero clima dell’Assedio. Per dire: alla presentazione romana del libro di Giulia De Lellis, influencer da milioni di follower, non si poteva che mandare un altro scrittore (Stefano Sgambati), perché non chiamarlo storyteller?

Il secondo ospite della puntata è Giorgia Linardi, portavoce di Sea watch, presentata come «una delle donne più attaccate d’Italia». In questo caso, citati i tweet degli haters più truci, entra in campo il secondo aggiornamento del politicamente corretto: l’accoglienza senza se e senza ma. Con lo scoop finale: la presenza in studio di Anna Duong, rifugiata politica scappata su un boat people nel 1979 dal Vietnam comunista e salvata, insieme ad altre migliaia di persone, dalle navi della Marina militare partite appositamente dall’Italia. Qui però si abbandona il mood cool del format mainstream e si va dritti sull’ideologia, anch’essa mainstream, stabilendo la sovrapposizione tra rifugiati politici di 40 anni fa e disperati di oggi. Sovrapposizione indebita perché solo in parte i migranti attuali fuggono da un Paese in guerra come la Libia. Ma questo è il vero clima dell’Assedio. Di chi e a chi?

 

La Verità, 18 ottobre 2019

Giletti, Gabanelli e… tutti gli incendi dell’estate Rai

Abbandoni, dimissioni, defezioni e, per non farsi mancare nulla, previsioni di bilanci in rosso di 100 milioni. La Rai diretta da Mario Orfeo e presieduta da Monica Maggioni è come la costa sud della Sardegna in questa torrida estate d’incendi seriali: ne spegni a fatica uno e ne divampano altri tre o quattro, ancor più letali. Per un Fabio Fazio che si è voluto trattenere a costo di un contratto multimilionario ora al vaglio della Corte dei conti, in pochi giorni hanno detto addio a Viale Mazzini Daria Bignardi, direttore di Rai 3, e Massimo Giletti, che ha traslocato a La7. Qualche settimana fa si erano registrati gli abbandoni di Nicola Savino e della Gialappa’s band, rientrata a Mediaset. Ora sul futuro di Milena Gabanelli, uno dei volti più rappresentativi dell’informazione del servizio pubblico, si addensano nubi sempre più minacciose. Il preoccupante bollettino sullo stato di salute aziendale aveva fatto crescere l’attesa per la prima audizione alla Commissione di Vigilanza del direttore generale. La quale, realizzata astutamente in notturna, si è rivelata ugualmente un supplizio sia sul terreno finanziario che su quello editoriale.

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali

Mario Orfeo alla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai

Nel 2017 le entrate dal canone dovrebbero scendere di 140 milioni rispetto al 2016, mentre nel 2018 il calo dovrebbe essere di 170 milioni, motivo per cui il rosso previsto tra due anni «è di 80-100 milioni», ha messo le mani avanti Orfeo. La faccenda è tanto più fastidiosa a fronte dell’inserimento del canone nella bolletta elettrica allo scopo di azzerare l’evasione fiscale. L’argomento principale dell’audizione avrebbe dovuto essere il contratto di Fazio. Ma dopo aver garantito che la nuova collocazione su Rai 1 porterà un risparmio del 16%, Orfeo ha lamentato scarsità di risorse bussando a quattrini: «Il mercato pubblicitario attraversa ancora una fase d’incertezza», i costi degli eventi sportivi lievitano, mentre il canone di abbonamento «è sceso da 100 a 90 euro». In più ci sono «i prelievi straordinari che si sono succeduti» (i 150 milioni chiesti da Renzi a Luigi Gubitosi ndr). Chissà come la prenderanno dalle parti di Largo del Nazareno: anziché risolvere i problemi come Wolf di Pulp fiction, Orfeo li pone.

Anche il caso Gabanelli sembra lontano dalla quadratura. La realizzazione del Piano dell’informazione è una salita lastricata dalle dimissioni prima di Francesco Merlo, poi di Carlo Verdelli, infine di Antonio Campo Dall’Orto. Quanto a Gabanelli, a fine maggio aveva annunciato che se fosse stato bloccato il nuovo progetto di Rai 24 avrebbe potuto lasciare la Rai. Proposito ribadito pochi giorni fa. Ai vigilanti Orfeo ha detto che, «superata la prima fase di emergenza, abbiamo iniziato a esaminare con il Cda il tema» che sarà affrontato «in un tempo ragionevole». Verosimilmente, e senza essere troppo maliziosi, si andrà a dopo le elezioni.

Per il resto si naviga a vista. Il progetto di media company avviato da Campo dall’Orto è già evaporato. Il potenziamento della digitalizzazione è finito in qualche sottoscala. Dopo il passaggio di Fazio a Rai 1 e l’addio del gruppo di Diego Bianchi alias Zoro che gestiva la striscia serale di Gazebo social news, il palinsesto di Rai 3 è in altissimo mare. Ancor più con l’abbandono di Daria Bignardi, sostituita da Stefano Coletta e non, come molti si aspettavano, da Maria Pia Ammirati. Nel frattempo anche Andrea Salerno, altro possibile candidato, è già da un paio di mesi incardinato al vertice di La7.

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

Il curioso selfie twittato da Andrea Salerno con Cairo, Giletti e Mentana

La Rai, che la vulgata rimasta ferma al Novecento continua a dipingere come «la prima azienda culturale italiana», è in realtà l’editore televisivo più attardato e demodé del sistema. Basta ascoltare certe telecronache sportive o compulsare la proposta dei palinsesti estivi per averne conferma. Ai piani alti di Viale Mazzini, però, hanno altro a cui pensare. C’è da gestire la lunga volata di una campagna elettorale che si annuncia senza esclusioni di colpi. Non c’è tempo per ambizioni editoriali, velleità riformistiche, progetti innovativi. E non c’è spazio per voci dissonanti com’era quella dell’Arena di Massimo Giletti, 4 milioni di telespettatori medi e 7 milioni di utili all’anno. Ieri Orfeo ha replicato al conduttore su Twitter di non ver mai detto che «la domenica la gente deve stare tranquilla». Ma che non gli piace «l’informazione urlata e spettacolarizzata». Dopo Giovanni Floris, Massimo Giannini e Nicola Porro, un altro giornalista non renziano è stato accompagnato alla porta. Chissà perché «l’informazione urlata e spettacolarizzata» vale come discriminante in negativo per chi non si schiera con il padrone del vapore e non, per esempio, per Michele Santoro figliol prodigo di Mamma Rai previa professione di renzismo e rottura con gli ex amici filogrillini. La domanda sarà pure capziosa, ma la realtà dei fatti è che, poco alla volta, il primato dell’informazione e degli approfondimenti politici, core business del servizio pubblico, sta progressivamente passando in mano a La7.

 

La Verità, 3 agosto 2017

P.s. Ultima grana in ordine di tempo: la causa intentata da Paola Perego e dal marito Lucio Presta per i danni biologici ed economici subiti in occasione della chiusura di Parliamone…. sabato. E non sanati dal mancato accordo per il suo impiego nel prossimo palinsesto autunnale.

«Io, tronista per Tempi, sogno di fare lo zampognaro»

Alessandro Giuli è uno che ama il folclore, la filosofia, la storia delle religioni e si dice contento per il ritorno dei giovani all’agricoltura. Ma la sua passione più insana è quella per la zampogna laziale: «Roba seria», assicura. «Il mio maestro, Alessandro Mazziotti, si è esibito al Bolscioi di Mosca e in tutti i maggiori teatri europei. Il giornalismo? Stupendo. Fosse per me farei lo zampognaro. Ma dubito che la mia famiglia sarebbe contenta». Quarantadue anni, già vicedirettore del Foglio con Giuliano Ferrara, è padre di una bimba avuta dalla sua compagna che lavora a SkyTg24. A breve tutta la famiglia si trasferirà a Milano. Due mesi fa la sua nomina alla direzione di Tempi ha colto tutti di sorpresa.

Che cosa ci fa un giornalista di destra al vertice del giornale storicamente vicino a una parte di Comunione e Liberazione?

«I giornalisti di destra che hanno avuto rapporti con il giornale vicino a una parte di Cl sono più d’uno. Giuliano Ferrara firmò l’editoriale del primo numero, ha collaborato Mattia Feltri, che non è di sinistra, e io stesso, mediatore Ubaldo Casotto, anche lui vicedirettore del Foglio, da non ciellino e non cattolico, ho provato il gusto di scrivere per Tempi. Per diventarne direttore doveva succedere qualcos’altro. Con due nuovi azionisti che non vengono da quel mondo sono cambiati la missione e il progetto editoriale. Il che non significa che sia venuto a de-ciellinizzare Tempi, ma a provare a dilatarne la presenza nel dibattito pubblico. I 5.000 abbonati e i lettori che lo comprano in edicola continueranno a trovarci le battaglie di sempre, umanistiche prima che confessionali».

Come ci sei arrivato?

«Su richiesta di Valter Mainetti, editore anche del Foglio di cui ero condirettore, concorde col suo socio alla pari, Davide Bizzi».

Com’è cambiato l’assetto societario?

«Ora Mainetti e Bizzi sono i proprietari. In continuità con la società precedente, nel Cda è rimasto Samuele Sanvito, con un diritto di tribuna».

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

A chi si rivolge il nuovo Tempi?

«A un mondo conservatore che non teme di definirsi tale. In un’epoca di dissipazione e rottamazione dirsi conservatori ha qualcosa di eroico. La prima cosa che vorrei conservare è l’interesse nazionale».

Vasto programma.

«Se ci pensi, oggi tutti cercano un patrocinio internazionale. Vorrei fare un giornale che piacerebbe a Enrico Mattei».

Il grande capo dell’Eni…

«Voleva difendere la nostra indipendenza energetica, e quindi politica, nello scacchiere della Guerra fredda».

Un giornale sovranista?

«Si può essere sovranisti in modo liberale, senza essere leghisti travestiti da italiani».

Hai una soglia di vendite?

«È presto per parlarne. Abbiamo l’ambizione, e sta già succedendo, di farci leggere da una fascia di giovani che va dai neodestristi vicini ad Alain de Benoist ai moderati di Stefano Parisi. In quest’area ci sono il mondo berlusconiano e quello che guarda a Giorgia Meloni. Detto questo, ho portato Walter Veltroni a scrivere di cinema letteratura e musica, per rievocare il gusto del primo Foglio di ospitare posizioni lontane».

Il servizio di cui vai più fiero?

«La copertina sull’età del lupo».

Perché?

«Intanto, era bella. Poi sono riuscito a inserire nello stesso contesto il simbolo della nostra età inselvatichita, l’animale più simile all’uomo nei suoi tratti di nobiltà carnivora, monogamica e di branco. Infine, mi pare di aver gettato un po’ di luce sulla possibilità di occuparsi della natura senza essere fondamentalisti dell’ambiente o sradicati moderni».

E la lunga intervista a Daria Bignardi, direttore di Rai 3?

«È venuta dall’idea di una sua collaboratrice delle Invasioni Barbariche. Ho accettato volentieri per due ragioni. La prima, perché conosco Daria Bignardi e la apprezzo nonostante la diversa formazione. La seconda, perché nella logica della rinnovata apertura di Tempi ci può stare anche un servizio sull’eterno dibattito intorno alla Rai».

Tra le ragioni non ci sarà pure la tua collaborazione con la rete?

«Se è per questo, sono da tempo quasi un arredo della Rai. Ero consulente di Politics. Sono spesso ospite di Lineanotte, Agorà, Mi manda Raitre».

Lo sottolineano anche i lettori nelle lettere.

«Il piano editoriale contempla il volto sempre più stanco del direttore che occupa gli ultimi spazi tv per promuovere il giornale».

Paga?

«Paga, paga. Diciamo che le copie in edicola sono inferiori a quelle degli abbonamenti, ma in questi due mesi sono cresciute del 60%».

Anche Amicone andava in tv.

«Meno. Nell’ultimo anno, da consigliere comunale, quasi per niente. Io sono uno scienziato della presenza televisiva».

Mi dai l’algoritmo?

«Come tutti i piani è biodegradabile e con data di scadenza. Si va forte all’inizio, variando la presenza per reti e orari per parlare a pubblici diversi. E si cerca di collegare l’ospitata a un servizio del giornale. Lo so, rischio l’effetto tronista».

Visto dall’interno, perché Politics ha fatto flop?

«Ti rispondo alla D’Alema: mancava l’amalgama. Nonostante la qualità dei professionisti in campo».

Nel penultimo numero di Tempi c’erano lunghi articoli sul Pakistan e aulla guerra dei Copti: fanno vendere?

«Però in copertina c’erano le donne smutandate sulla scalinata del Vittoriano. Comunque sì, fanno vendere. Tempi ha una grande tradizione di reportage sui luoghi sensibili delle persecuzioni religiose e culturali. Rodolfo Casadei è uno dei primi cinque inviati in Italia su questi quadranti geopolitici. Gli abbonati si aspettano queste inchieste e sono severi nel giudicarle. L’ultima numero è sui Regni dimenticati, dal libro di Gerard Russell per Adelphi, con un’intervista a Alberto Negri autore de Il musulmano errante».

La copertina dell'ultimo numero di Tempi

La copertina dell’ultimo numero di Tempi

Su Tempi c’è molto Foglio, Giuliano Ferrara, Pietrangelo Buttafuoco…

«E Sandro Fusina, Guia Soncini. Arriverà anche Carlo Rossella. Stile old Foglio».

La tua permanenza lì era impossibile?

«Il giornale era cambiato ed era giusto che cambiassero anche i dirigenti. Sono stato un grande elettore di Claudio Cerasa direttore. Ho colto prima di altri i tratti dell’enfant prodige».

Il divorzio è stato per un casus belli o per incomunicabilità crescente?

«È stata una separazione consensuale, senza episodi cruenti. Non è andata come in altri casi nel mondo del giornalismo disallineato rispetto al principato renziano. Si è conclusa una storia d’amore, ma non mi sento vittima del renzismo».

Sul Foglio hanno scritto e scrivono da Marianna Rizzini a Ubaldo Casotto, non c’era spazio solo per te?

«La mia giornata era così. Arrivavo in redazione la mattina con il mio cane Rufus, facevo le mie proposte, scrivevo quando c’era bisogno e spazio, avevo una rubrica cui ero molto affezionato. È stata anzitutto una mia scelta non interferire con una linea editoriale più al passo con i tempi».

Al passo coi tempi vuol dire allineati al nuovo capo?

«Vuol dire al passo con i tempi. Partendo dal presupposto che non è il mio tipo, ho riconosciuto a Renzi alcuni meriti».

Da quali giornali inizi al mattino?

«Dal Fatto e dalla Verità».

Giornali corsari.

«Giornali contundenti».

Che cosa pensi della Rai di Antonio Campo Dall’Orto?

«Ha il difetto dell’astrazione, il pregio della visione e la difficoltà di una struttura che è come una foresta pietrificata».

Irriformabile?

«Servirebbe una dittatura commissaria per riformarla. Campo Dall’Orto forse è troppo educato».

Come si fa a staccarla dalla politica?

«Bisogna? Se non la si privatizza credo sia meglio lottizzarla bene, con regole cencelliane».

Antonio Campo Dall'Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Antonio Campo Dall’Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Che cosa guardi in tv quando non ci sei?

«Documentari di storia antica e sugli animali, molti cartoni animati con mia figlia. Meno le partite della Roma».

Contenuti inattuali.

«Essendo assalito dall’attualità, cerco di astrarmene. Più che guardare la tv, leggo».

Gli ultimi tre libri?

«Castor di Claudia Santi, un libro di storia delle religioni. Faccio parte della Società italiana di storia delle religioni… A che servono i Greci e i Romani di Maurizio Bettini. E Quando non morremo, un libro del 1911 di Mario Palmarini che descrive l’arrivo di un papa francescano che sbaracca il Vaticano. Anticipatore».

Lo dici in senso positivo?

«Lo dico incuriosito dal momento che sta vivendo la Chiesa».

Storia delle religioni e della Chiesa da non cattolico?

«Secondo certe convenzioni potrei essere definito pagano. In realtà, penso che il sacro animi il mondo».

Perché la foto del tuo profilo Twitter è un lupo?

«Mi sembra preferibile a un’inutile foto di sé stessi. Sono romano e il lupo è l’animale fondativo di Roma. Anche se vado in tv per ragioni aziendali, non amo l’esposizione. Le foto private sono private. Non sono su Instagram e sul profilo Facebook non c’è nulla di personale. Bisogna presumere di avere cose molto interessanti da dire per parlare di sé».

Chi è il personaggio in effige sul profilo di Whatsapp?

«È Callimaco Esperiente, nom de plume di Filippo Buonaccorsi, grande umanista della seconda metà del Quattrocento, fondatore con Pomponio Leto dell’Accademia romana. Ha avuto una vita avventurosissima. Studioso di storia antica e arti magiche, promotore delle lettere italiane nelle corti europee. Aveva il nasone anche lui…».

Concordi con Galli della Loggia quando dice che la destra si propone solo come anti sinistra?

«Sarebbe un passo avanti visto che con Gianfranco Fini si proponeva come una sinistra in ritardo».

Ti accontenti di poco.

«La verità è che la destra è morta con Tommaso Staiti di Cuddia. Galli della Loggia vede qualcosa che non è vera destra».

Vede disorientata l’area cui si rivolge anche Tempi. Spesso i media di quest’area si distinguono per piglio «anti». Si può creare un percorso costruttivo?

«Viviamo l’età dell’odio. Basta guardare sul web lo stile grillino di tanti antigrillini. Ci sono due partiti della nazione, quello di Grillo e quello degli anti Grillo. Quando ci troveremo di fronte al rischio concreto, ci sarà una reazione generale per cui i volenterosi governativi si opporranno agli apocalittici grillini. In questa situazione le categorie di destra e sinistra sono superate, diluite in entrambe gli schieramenti».

 Che cosa succederà tra Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni?

«Troveranno un modus vivendi. Berlusconi non butta via mai niente. E, finché può, anche se non lo dice, cerca di radunare tutti gli spezzoni».

Sicuro?

«Berlusconi ha la sindrome di Fatuzzo, il capo del partito dei pensionati col quale nel 2004 saltò l’alleanza e per quella manciata di voti perse le elezioni. È l’unico vero bipolarista inclusivo perché declina la vocazione maggioritaria in senso onnicomprensivo. Berlusconi ha trasformato i fascisti in moderati, pure troppo. Renzi ha trasformato i socialdemocratici in comunisti, pure troppo».

 

 

Bianca come il nome, rossa come l’abito (e non solo)

Era piuttosto emozionata Bianca Berlinguer per l’esordio serale, in abito rosso fuoco, del suo #cartabianca (Rai 3, martedì ore 21.15, share del 5,40%, praticamente identico al 5,47 del concorrente DiMartedì su La7). Tanta attesa e tante polemiche alle spalle: la conduttrice non si è fatta scrupoli nel lasciar trasparire una certa trepidazione, cospargendo la serata di captatio benevolentiae: è la prima volta, abbiate pazienza, miglioreremo in corsa… E qualche miglioramento, è di certo atteso, soprattutto nella disinvoltura a gestire lo studio, i tempi delle interviste, i lanci dei break pubblicitari, la conquista di una maggior indipendenza dal blocco notes, compulsato di continuo. Detto questo, il nuovo programma di Rai 3 contiene alcune buone idee, la principale delle quali è il talk show emotivo, l’emotalk show, complice il fatto che a condurlo sia una donna. La novità più rilevante è il gradimento in tempo reale degli ospiti, misurato da Ipr Marketing, l’istituto diretto da Antonio Noto, che ha sottolineato di non confonderlo con un vero sondaggio. Trattasi di «sentiment», ovvero di condivisione emotiva dei contenuti proposti dai vari Luigi Di Maio, risultato il più efficace con il 57% dei consensi, Massimo D’Alema, che ha accolto con controllato disappunto il suo 41% finale, Maurizio Landini (53%) e Guido Martinetti, fondatore di Grom (47%). La misurazione del gradimento dà un perimetro alle interviste e costringe i politici all’autocontrollo. Altri spunti: l’imitazione non proprio soft della direttora di rete Daria Bignardi, proposta da Gabriella Germani, il servizio a Tor Bella Monaca, periferia di moda da Lo chiamavano Jeeg Robot, per vedere se anche oggi gli elettori rivoterebbero M5s e Virginia Raggi, Gabriele Corsi che gioca con i fake tweet, mettendo Michele Emiliano, rientrato all’ultimo nel Pd, nel mirino. Aggressiva più con Di Maio che con D’Alema, con il quale, sul finire dell’intervista, ha accusato un attimo di appannamento, Berlinguer ha aperto un ampio capitolo dedicato al lavoro, alle storie di disoccupazione e mobbing che affliggono soprattutto i giovani. La volontà di aggiungere tonalità leggere alla discussione politica si è vista nell’angolo concesso alle imitazioni di Gabriella Germani, non così efficaci se necessitano di essere corredate da didascaliche fotografie delle persone imitate. Chiusura tutta femminile con Fiorella Mannoia, reduce da Sanremo con Che sia benedetta, e disponibile a parlare, tra l’altro, del suo rapporto con la religione. In sintesi, con #cartabianca serale, si apre un importante spazio di approfondimento di sinistra e non renziano nelle reti Rai. Michele Anzaldi, da sempre detrattore dell’ex direttora del Tg3, già scalpita.

… E Bianca Berlinguer fa il pieno di ascolti

Un altro piccolo segnale contro Renzi. Un indizio, niente più. Ma fastidioso come un’ape nell’ascensore: la campagna referendaria è in salita, come documentano i sondaggi. #Cartabianca di Bianca Berlinguer, il programma meno amato dal premier e più contrastato dalla direzione di Rai 3, ha fatto il pieno di ascolti: 9,72 per cento di share con 1,4 milioni di telespettatori (e quasi tre milioni di contatti). È solo la prima puntata, presto per tirare conclusioni definitive. Però, se si vuol farsi un’idea al netto delle cautele avanzate qualche giorno fa su queste colonne da Antonello Piroso, si può dire che i buoni ascolti del programma inaugurato dall’ex direttrice del Tg3 non sono musica per le orecchie del premier. Cioè, sono musica stridente con l’ottimismo da vittoria referendaria. E sono pure una discreta stonatura nel palinsesto della Terza rete Rai. Dove le creature bignardiane come Gianluca Semprini (Politics – Tutto è politica) e Asia Argento (Amore criminale) floppeggiano, mentre Berlinguer vince e convince.

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Qualche giorno fa, alla conferenza stampa di presentazione del programma, Daria Bignardi aveva recitato da direttrice convinta e motivante, elogiando la giornalista, «brava a mettersi in gioco», per questa nuova «sfida», «scommessa», «avventura». Son queste le parole più gettonate in simili circostanze. Anzi, la parolina magica di solito è «esperimento» (se va bene siamo stati bravi, se va male stiamo sperimentando…). Tanto che la stessa Berlinguer aveva dichiarato di «mettere le mani avanti», temendo il flop in agguato per un talk show piazzato nel tardo pomeriggio, prima del telegiornale dal quale, peraltro, la stessa Berlinguer era stata traumaticamente detronizzata.

Consapevolissima del rischio, e pure per esorcizzarlo, la giornalista ha invitato nella puntata d’esordio Renzo Arbore, uno dei padri fondatori, e soprattutto uno che cantava Vengo dopo il tiggi nella sigla finale del memorabile Indietro tutta!. Che cosa dobbiamo fare noi che invece veniamo prima del tg, per avere buoni ascolti?, gli ha chiesto la conduttrice. «Bisogna inseguire la doppia lettura, accontentare il gusto sia del pubblico colto che di quello meno esigente», ha rivelato Arbore nei panni del guru. Come che sia, il programma più osteggiato, rinviato e tollerato dall’intera filiera politico-mediatica renziana ha fatto il pieno. Smacco doppio o anche triplo, se si ricordano le quotidiane invettive scagliate da Michele Anzaldi sull’ex direttrice del Tg3, il successivo siluramento a causa della mancata acquiescenza alla linea del Nazareno e l’ostruzionismo di Viale Mazzini a concedere carta bianca alla giornalista. Ostruzionismo confermato dalla scomparsa del promesso programma di seconda serata sempre a conduzione Berlinguer. Detto ciò, alla fine, ci si può accontentare della buona audience della #Cartabianca tardopomeridiana. Un programma nelle cui vene scorre un senso di privazione («Vi sembrerà strano che sia io a dirlo ma mi ci abituerò: linea al tg»). E il peso della carriera di Berlinguer nel convocare ospiti importanti (Ezio Mauro, Arbore, Carlo Freccero) e connettersi con le firme della rete (la redazione di Blob). E un programma dal quale il premier si tiene alla larga, come s’è visto quando l’inviato Gabriele Corsi ha provato ad avvicinarlo alla Leopolda, ottenendo la promessa di un «dopo, dopo» che non è mai arrivato.

Un indizio fastidioso, dunque, la buona audience del programma meno renziano della Rai. Un indizio che va ad aggiungersi all’altro, di qualche giorno fa, quando il premier perse il confronto con il grillino Luigi Di Maio, contemporaneamente in onda a DiMartedì (La7) mentre lui imperversava nello studio di Politics. Certo, due indizi non fanno ancora una prova; pure Geo, predecessore di #Cartabianca, faceva buoni ascolti. Però, intanto, l’ape è lì. E ronza, molesta, nell’ascensore della lunga campagna referendaria…

 

La Verità, 9 novembre 2016

 

Su Rai 3 l’amore gay è tutto rose (senza spine) e fiori

«Arrivata la legge, abbiamo bruciato i tempi», dice Giorgio, da nove anni compagno e convivente di Michele in quel di San Giorgio a Cremano (Napoli). È la sintesi perfetta di Stato civile – L’amore è uguale per tutti (giovedì, ore 23,20, share del 5,18 per cento), il nuovo programma che la Rai 3 diretta da Daria Bignardi ha allestito alla velocità della luce. La legge che regolamenta le unioni civili è del maggio scorso e, pronti via, ecco il docureality. Alla Rai può capitare di arrivare tardi sui luoghi del terremoto, ma sugli omosessuali è molto contemporanea. Al correttismo di Rai 3 non poteva mancare la narrazione dei preparativi alla cerimonia dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una narrazione delicata, però: persino troppo. Giorgio, uno spilungone di due metri, è il sindaco del paese e quindi gioca in casa. A Pineto degli Abruzzi, invece, la casa di Orlando e Bruno, la coppia che «vive in perfetta simbiosi da 52 anni», è tutta rosa, come le camicie di Orlando e le cravatte per il gran giorno. Ecco i futuri sposi scegliere la location per la festa, gli addobbi, i confetti, il bouquet, e sottoporsi alla prova abito in sartoria e alle pose per l’album fotografico. «Abbiamo voluto fare una cosa classica come sono i matrimoni, poi ci mettiamo qualcosa di nostro perché per noi è speciale», ammette con pudore Michele che di professione è architetto. La voce fuori campo assicura che le nozze tra lui e Giorgio saranno molto romantiche. E trasuda romanticismo il racconto di entrambi le storie che s’intrecciano e si rincorrono, dal «colpo di fulmine» agli anniversari festeggiati a Venezia, al coronamento dell’unione. Perché, a differenza dei rapporti tradizionali dove qualche volta si litiga e ci si manda a quel paese, tra gay sono tutte rose e fiori. Tanto più considerando che gli ultrasettantenni Orlando e Bruno che si scambiano effusioni in favore di telecamera, hanno lavorato come fioristi. Dal canto suo, la madre di Giorgio assicura che quando ha capito che tra suo figlio e Michele c’era una relazione è «stata pure contenta». Per la sorella, invece, il loro matrimonio «è un simbolo». Il padre parla di «choc… Si sa che le cose succedono nel mondo, poi succedono pure a te». Ma c’è voluto qualche giorno per metabolizzare la situazione. La nonna di 101 anni ammette che le è «molto difficile capire, però se si vogliono bene…», anche se è dispiaciuta perché non c’è stata la funzione in chiesa. Esagerando, un amico di Orlando e Bruno parla di «famiglia perfetta». L’amica fiorista invece sottolinea che «nemmeno io e mio marito ci diciamo tutto come loro». L’amore è uguale per tutti, ma per i gay è un po’ più uguale. E nel docureality le rose non hanno spine.

 

La Verità, 5 novembre 2016

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

Perché il presenzialismo televisivo di Renzi è un autogol

Se un confronto tv tra due politici può esser preso come test, per Matteo Renzi «la situazione non è buona» (Celentano). Se poi colui che lo batte negli ascolti è il probabile principale competitor alle prossime elezioni, quando saranno, allora son proprio dolori. È andata così, l’altra sera (perdonate qualche cifra). Il premier, ospite su Rai 3 di Politics – Tutto è politica, ha raccolto tra le 21.22 e le 21.41 il 5,78 per cento di share e tra le 21.52 e le 22.15 il 5,72. Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, invitato da La7 a DiMartedì, ha ottenuto il 6,19 nel primo blocco e il 7,12 nel secondo. In sostanza, l’esponente grillino e La7 hanno prevalso durante tutta la sovrapposizione, al netto della copertina di Maurizio Crozza, inserita come intervallo tra il faccia a faccia Floris-Di Maio e la conversazione allargata a Massimo Giannini e Maria Latella. Se si considera anche l’innesto comico, invece, la forbice è superiore a un punto percentuale.

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Per il presidente del Consiglio lo smacco è doppio. La settimana dopo la puntata di DiMartedì che non aveva generato «una corrispondenza d’amorosi sensi» (Mentana) col premier, la sua decisione di partecipare al talk concorrente poteva suonare come un dispetto collaterale, oltre che un favore alla coppia Bignardi-Semprini. Invece, audience non mente e il piano si è rivelato un autogol. È vero che Politics è cresciuto dal 2,5 per cento di settimana scorsa al 6,4, risultando vincente su DiMartedì (6,1). In sostanza: il programma di La 7 ha mantenuto il proprio pubblico e, con la presenza di Renzi su Rai 3, si è allargata la platea dei talk show. Ma è ancor più vero che il sorpasso tra i due si è registrato soprattutto perché Floris s’indebolisce nella seconda parte, mentre nella prima, clamorosamente, Di Maio batte Renzi.

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l'ultimo «Politics»

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l’ultima puntata di «Politics»

Smacco politico e smacco mediatico, dunque. Eppure, come avviene per ogni presenza tv dall’inizio della campagna referendaria, il disegno era stato studiato nei minimi particolari dallo staff del premier. Anche la Rai ci aveva investito parecchio, mandando Semprini ad annunciare la prestigiosa ospitata a Che fuori tempo che fa appena due ore dopo la lunga intervista concessa da Renzi all’Arena di Massimo Giletti. Si era messa al lavoro pure la direttrice di Raitre per studiare la scaletta e chiamare i giornalisti giusti: l’agguerrita Bianca Berlinguer, Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto quotidiano, e l’habitué della casa Claudio Cerasa, numero uno del Foglio. Infine, c’era l’asso nella manica: le leggendarie domande di Facebook, alle quali il presidente del Consiglio avrebbe risposto in tempo reale. Tanta carne al fuoco, dunque, forse troppa. Che lo chef Semprini non è stato in grado di cuocere adeguatamente.

Discutibile compromesso calcistico tra Renzi e Giletti all'«Arena» di Rai 1

Discutibile compromesso calcistico tra Matteo Renzi e Massimo Giletti all’«Arena» di Rai 1

Tanto per cominciare, Renzi troneggiava su uno sgabello davanti al pc, rubando al conduttore il controllo del verbo dei social. Poi, sopraffatto dalla reciproca ostilità tra la Berlinguer e il premier, il giornalista non è mai riuscito a dare un filo logico alla serata. Quanto all’ospite, ci ha messo del suo per complicarsi la vita. Prima rivolgendosi alla giornalista con un «direttore Berlinguer» che, considerate le motivazioni del recente siluramento, è suonato strano. Poi replicandole sul caso Marino che l’ex sindaco di Roma «si è dimesso lui, poi ha ritirato le dimissioni… Il suo tg ne ha dato ampia informazione con due o tre servizi in apertura…». «Dovevamo ignorare la notizia?», ha provocato l’ex direttrice del Tg3. «Ha mai ricevuto una telefonata da me su come fare il tg?», è stata la replica del premier. «No. Da lei personalmente no», ha chiuso la Berlinguer lasciando chiaramente intendere di averne ricevute da qualcuno a lui vicino. Un’allusione chiara, pur nel bailamme di voci che si sovrapponevano. Ma un’allusione complicata da gestire e subito sopita da Semprini che ha dirottato la discussione su temi economici. Nel frattempo, delle imprescindibili domande di Facebook si erano completamente perse le tracce.

Insomma, complessivamente una serata storta. Ancora più storta dev’essere stata la mattinata post televisiva, per il premier, una volta appreso il responso dell’Auditel: battuto da Di Maio, probabile candidato dei pentastellati. Già finora tutti i sondaggi dicevano che a un eventuale ballottaggio i grillini potrebbero prevalere. Ora, questo risultato è un’altra, piccolissima, ma fastidiosissima conferma. Avrà di che riflettere la task force della comunicazione composta da Jim Messina, Filippo Sensi e Simona Ercolani che analizza tutto, comportamento dei giornalisti, linguaggio, situazioni, programmi e curve di ascolto per definire ogni presenza televisiva. Chissà, forse tra le variabili da inserire nell’algoritmo c’è anche quello riguardante la sovraesposizione mediatica e il suo, indesiderato, effetto collaterale. Chiamasi saturazione. Anche perché una parte di pubblico può cominciare a chiedersi: ma è giusto che il premier sia sempre in tv per la campagna referendaria, con tutto quello di cui ha bisogno questo Paese? Non dovrebbe pensare a governare più che a promuovere le ragioni dell’«abolizione» del Senato?